Capitolo II
Dante Accarsa era lungo, molto più lungo dei suoi compagni di quinta elementare alla Baretti, ma era secco secco, con un viso ossuto e irregolare. Un naso sottile e adunco, piazzato proprio in mezzo a due occhi piccoli e neri, occhi senza fondo, che mettevano a disagio, le labbra sottili, tanto da far sembrare la bocca un taglio in mezzo alla faccia.
Ricordava un’acciuga secca e salata, una saracca, di quelle che fino a pochi decenni prima nelle campagne del Nord d’Italia i braccianti più poveri appendevano a una trave sopra il tavolo e ci sfregavano la polenta, per renderla più saporita: ma si poteva mangiare solo la domenica.
Lui assomigliava a sua madre, dalmata di lingua italiana, di un paesino vicino a Spalato e carica di una storia di dolore, di dittatura, di comunismo imposto e di esilio forzato. Suo padre invece era sardo, più basso della mamma e pieno di quel rancore sordo e cieco, che solo i popoli orgogliosi e sfruttati sanno produrre.
La famiglia di origine era fuggita in Inghilterra alla fine dell’800, perché coinvolta in una violenta faccenda di furto di bestiame. Il padre di suo nonno, Dante si chiamava anche lui, nel 1923 aveva fatto i lavori più umili in una fabbrica di veicoli a quattro ruote, la Ac Cars LTD. Nel 1929 la grande depressione travolse la fabbrica. Il bisnonno di Dante rientrò con la moglie e tre bambini piccoli in Sardegna e si fece chiamare Accarsa, storpiando in italiano il nome della fabbrica dove aveva lavorato, per evitare che affiorassero pericolosi ricordi.
Quel nome restò appiccicato da allora alla famiglia di Dante, come la povertà, che trasudava dai suoi vestiti sgualciti, trasandati.
“Saracca, Saracca.”
I bambini, quando vogliono ferire, sanno essere precisi, taglienti e profondamente, istintivamente cattivi.
L’anagramma del cognome di Dante poi era perfetto, riuniva in quelle sillabe sgraziate la caricatura ridicola del suo corpo lungo e secco con la miseria, che si portava dietro.
Saracca-Dante si scherniva e non rispondeva.
Era in quinta, studiava, anche se le materie erano tutte difficili e i risultati non erano così buoni. Il maestro Camanni, quasi alla pensione, non aveva più voglia di perdere tanto tempo con chi non ce la faceva da solo, era già così poco quello che si richiedeva oggigiorno ai bambini.
Non come una volta.
Ora c’era la paura dei genitori, sempre a protestare perché li faceva lavorare troppo, del Direttore che non voleva rogne e del Ministero, che non sapeva più che cosa inventare per rendere impossibile una bocciatura.
E lui non bocciava nessuno, mai. Certo, se uno non ce la faceva neanche così – pensava Camanni – un po’ stupido doveva essere. E poi, via, quel ragazzino era troppo arrendevole, troppo spaventato: lungo com’era avrebbe potuto tenerli tutti a bada i suoi compagni.
Qualche volta lo incoraggiava: “Reagisci, Dante, non ti fare prendere in mezzo. E voi, smettetela di chiamarlo Saracca.”
Ma pensava:
“Non riesce proprio a farsi valere. Non ha carattere. È per questo che non capisce niente di quello che insegno.”
Sfogava così su di lui le sue frustrazioni, tanto non veniva nessuno per lui a parlargli o a protestare.
Dante digeriva tutto, sempre, in silenzio, ma quel pomeriggio, alla fine del tempo pieno, Lucia, finalmente, gli aveva sorriso. Un sorriso pallido, incerto, un po’ forzato, ma pur sempre un sorriso.
Si era avviata con lui verso casa lungo quello stradone tetro e sporco, come sapeva essere sporca in quegli anni Torino. Ma in quel momento a Dante sembrava luminosa e soprattutto profumata, tutta profumata di un profumo dolce, che veniva da Lucia.
Era tanto bello da non sembrar vero.
Di colpo uno spintone ed erano tutti lì, intorno, a ghignarli in faccia, a fare pernacchie, a strappargli dalla mano quella di Lucia : “Saracca, Saracca, stupido come una Saracca, Dante-Saracca, Dante-Saracca.”
Lui non reagiva e guardava Lucia. Non sorrideva più, saltava in tondo con gli altri:
“Saracca, Saracca, Dante-Saracca.”
Dentro di lui il silenzio. Poi improvvisa, violenta, irresistibile la rabbia, l’odio per tutto e per tutti.
L’odio per sua madre, che non lo guardava mai e doveva lavorare per tutti. Per suo padre, disoccupato e sempre ubriaco, che lo picchiava senza ragione. Per i suoi due fratelli piccoli, chiusi nel loro assoluto, infantile egoismo. Per il maestro Camanni, che se ne era accorto che era un vigliacco. Sempre parole dolci per tutti quelli che al martedì avevano mamme e papà che venivano a chiedere le stesse cose, ma erano lì e lui invece non aveva nessuno e andava e veniva da scuola da solo.
Per tutti i suoi compagni che lo trattavano come un giocattolo, ma soprattutto per Lucia che lo aveva tradito.
Si mise dritto sulle gambe e inarcò le spalle. Saracca-Dante portò il braccio destro indietro e lasciò partire un pugno che dentro aveva la forza di tutto il suo odio, di tutta la sua frustrazione, di tutta la sua vergogna.
Il bel nasino del figlio del notaio, che aveva ancora la lingua fuori in un grottesco sberleffo, si schiacciò tanto che sembrò che il sangue sprizzasse da una prugna troppo matura.
Mai più nessuno lo avrebbe deriso e tradito senza conseguenze.
Lucia adesso lo sapeva, mentre piangendo raccoglieva i resti dei suoi libri e dei suoi quaderni che il vento si portava via lungo lo stradone, tornato inesorabilmente sporco, mentre Dante si allontanava prendendo a calci la sua bella cartella Barbie.
Il giorno dopo il figlio del notaio era assente; nessun compagno osava guardarlo, neanche Lucia, nessuno osava aprire bocca, nemmeno quando il maestro Camanni disse: “Dante, con me dal Direttore. Sberlenghi, tu alla lavagna e segna chi fiata.”
Fu la prima sospensione.
Il padre di Lucia, che faceva il pediatra, non avrebbe voluto, ma il notaio non si diede pace finché non ottenne che Dante si scusasse davanti a tutti i suoi compagni.
Dopo poche parole false, ma ferme, Dante alzò gli occhi sulla classe, in piedi a guardarlo.
E percepì.
Percepì come un’onda calda, che faceva piacere, la paura e l’ammirazione, la lesse negli occhi di tutti, anche in quelli di Lucia.
Dante aveva capito.
Sapeva che cosa avrebbe fatto del suo futuro.