Capitolo IV

986 Words
Capitolo IV Matteo se ne stava sdraiato sul letto, erano passati quattro giorni da quando era arrivato all’isola e i suoi ritmi e i suoi pensieri erano già cambiati molto: si erano rallentati. Non pensava più al Pronto Soccorso e non sognava più l’urlo delle ambulanze. Gli sembrava di percepire nell’aria un’armonia sottile, forse era il rumore del mare che entrava discreto nella sua stanza come un leggero sciabordare, che a volte ricordava di più l’acciottolio di un torrente. La padrona gli aveva dato la camera più bella, anche l’unica occupata in quella stagione, e lui dalle due grandi finestre, una con un piccolo balcone, poteva vedere da un lato tutto il golfo con i due quartieri marinari, separati da una fortezza e una chiesa ovunque presenti a far capire al popolo chi comanda. Dall’altro spesso si incantava a guardare l’orto della signora dalla terra rossa di ferro. Ben tenuto, ordinato, ricco di verdure incredibilmente grandi e sane. In fondo il pozzo e i panni colorati stesi sui fili a asciugare, che svolazzavano alla brezza. Le colazioni erano enormi: la donna, sola da tanto tempo e priva di altri clienti, si comportava come una zia, felice che il nipote fosse finalmente arrivato. Non la finiva di portare pane ancora caldo, appena sfornato dal suo amico fornaio, dolci semplici, farciti di marmellata di mele o di ciliegie, yogurt denso e cremoso, miele con le noci o con i fichi, marmellata di limoni, formaggio dolce di capra, caffè tradizionale, che lui sapeva bere lentamente, perché era stato in Grecia e la posa non lo fregava più. Poi scendeva in costume da bagno e, nonostante fosse maggio, si tuffava in un’acqua di paese, che faceva impressione per come era limpida e fresca, senza segni di quell’inquinamento a cui ormai si era rassegnato nei nostri mari. Nuotare lentamente verso il largo era piacevole e amichevole. Era come perdersi e nello stesso tempo ritrovarsi. La maschera gli permetteva di guardare un fondo di ciottoli e scogli piatti, con un incredibile numero di pesci, che pasturavano nelle alghe e si muovevano in grandi gruppi, che sembravano stormi di uccellini con i loro movimenti all’unisono. Quando si girava sulla schiena guardava il paese e la collina verde di macchia profumata e gli sembrava di essere sempre vissuto lì. Internet si prendeva benissimo. Matteo si sentiva rassicurato dal rimanere in contatto con il mondo, ma già dopo tre giorni aveva scritto una email a Laurenti, per ringraziarlo, per dirgli che si era sistemato e che per un po’, se non c’erano cose gravissime, non avrebbe scritto più, perché voleva riflettere. Per rassicurarli scriveva, invece, spesso brevi messaggi con il telefonino ai genitori, che non avevano affatto capito perché il loro “dottorino” dovesse andarsene da solo in quel posto lontano e sconosciuto. Soprattutto senza Luisa, che doveva essersela presa per quell’allontanamento dopo cinque anni che facevano tutto insieme. Luisa se l’era presa, infatti, e non aveva capito. Brava ragazza Luisa, molto bella e con una bella famiglia, agiata, che piaceva tanto ai genitori di Matteo. Ma non a Matteo, che pensava che i discorsi dell’Avvocato-padre sulle tasse che erano un furto e meno male che lui aveva quel Commercialista così bravo, che lo faceva risparmiare tanto, anche se si faceva pagare fior di quattrini, ma sempre meno dello Stato, lo mettevano a disagio, perché lui aveva sempre pensato, invece, che lo Stato fosse il bene comune e che chi non pagava le tasse era un ladro. Ma Luisa sorrideva e gli aveva anche detto, quando lui si lamentava dello stipendio basso, che presto avrebbe potuto fare più attività privata e lì allora i guadagni erano netti, che nessuno osa chiederti la ricevuta. Matteo si era arrabbiato tanto e avevano litigato. Luisa non aveva più affrontato l’argomento, ma di criticare suo padre non se ne parlava neanche. Non aveva capito o forse aveva capito benissimo e l’aveva anticipato, dicendogli che se proprio doveva andare, per trovare se stesso da solo, allora un po’ di pausa avrebbe fatto bene anche a lei e di non scriverle e non telefonarle, che per riflettere meglio ci vuole il silenzio. E così si erano separati a Torino, in corso Duca degli Abruzzi, sotto casa di lei, che non aveva voluto assolutamente accompagnarlo in treno a Ancona. In treno Matteo, guardando fuori dal finestrino, si era sentito solo, vuoto, ma con sorpresa un senso di leggerezza e liberazione si spandeva in lui sul ritmo cadenzato delle ruote. Era finita: adesso, mentre nuotava, lo aveva capito chiaramente. Non sapeva ancora che cosa ne sarebbe stato della sua vita, ma sapeva che non sarebbe stata con Luisa. Al pomeriggio verso le cinque, al termine delle sue esplorazioni sulle alture intorno al paese, andava a sedersi in un caffè dall’aria un po’ parigina, per via dei tavolini di ferro e delle sedie dallo schienale squadrato. Il bello era che il caffè aveva occupato la terrazza di una casa qualunque proprio sul mare, con una tettoia grande di glicine fiorito. Tre gradini la separavano dal piano strada e il bistrot vero e proprio era dall’altra parte. Il cameriere, un giovanottone croato, si divertiva a saltare gli ultimi due gradini con il vassoio in mano e tutto sorridente portava il caffè o la birra, senza badare a quelle gocce sul piattino che stavano lì a dimostrare che la sua allegria giovanile non era pari al suo equilibrio e al suo controllo. A Matteo non importava, perché gli piaceva il posto e soprattutto gli piacevano i quattro o cinque avventori, che a quell’ora, ma non solo a quell’ora, ne era sicuro, si ritrovavano a bere vino locale e a fumare. Erano personaggi divertenti, di cui non capiva i discorsi, ma si era reso conto che dovevano essere gli artisti locali, perché quando si trovavano, oltre a discutere a tono altissimo, si mostravano lavori in legno, tele di paesaggi di maniera e pietre dipinte nei modi più strani. “La mia Montmartre personale” pensava e intanto si perdeva nella luce dorata del sole che, per il gioco della costa frastagliata dell’isola, gli tramontava davanti, proprio in mare.
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