Capitolo VI

1035 Words
Capitolo VI Ormai da tre mesi sapevano che il capo si chiamava Dante Accarsa e che aveva solo piccoli precedenti per percosse e lesioni, niente di particolare. Il Brigadiere lo descriveva come una persona chiusa, scontrosa, capace di scoppi d’ira violenti, se era contraddetto. Con lui era meglio chinare la testa. Bonocore si era infiltrato nel gruppo dal giorno che il Capitano aveva organizzato un appostamento con retata e relativa pantomima di uomini e di mezzi, che doveva sembrare fatta apposta per incastrare i nigeriani, che spacciavano all’angolo di via Sant’Anselmo e San Pio V. E lui li aveva avvisati ed era scappato con loro per le strade di San Salvario, che già si sentivano le sirene e si vedevano i lampeggianti delle gazzelle. Si era presentato a Dante con i nigeriani, che gli battevano grandi manate sulle spalle, ma guardavano tutti una persona sola. Dante parlava lento e profondo e nei suoi occhi si leggeva il sospetto, ma la storia che si erano preparati era così assurda che poteva sembrare vera. Lui aveva incrociato al bar, dove andava spesso a bere, un appuntato dei carabinieri, con il cugino che era uno con cui ogni tanto giocava a soldi nel retro. Siccome l’appuntato era stato appena lasciato dalla sua ragazza, beveva molto quella sera e verso l’una, dopo aver raccontato per la trentesima volta di quanto era puttana, ma che era bellissima e che lui non poteva vivere senza di lei, si era tirato su quasi di colpo e aveva biascicato tutto di un fiato che doveva smetterla di bere, che era un carabiniere, che non si poteva ridurre così per una zoccola che era andata con un altro solo perché lui aveva troppi turni di notte e che lui non ci poteva fare niente se le retate quel figlio di buona donna del brigadiere le programmava sempre per le 23,30, che d’altronde era l’ora in cui si beccavano di più i pusher, come quei nigeriani che andavano a prendere domani all’angolo tra via Sant’Anselmo e Via San Pio V, che lì c’era una grossa piazza di spaccio. Poi si era trascinato via anche il cugino. Bonocore, che risultava essere uno licenziato dalla Bertone al tempo degli esuberi e che aveva una bella, lunga storia di pesce piccolo, invischiato da tempo in un giro di furti e truffe, alla fine del racconto aveva avuto buon gioco a dire al capo, guardandolo dritto negli occhi, che era stufo e che voleva entrare nel giro grosso e con lui era sicuro che ci sarebbe riuscito. Ilsaracca lo aveva guardato a lungo in silenzio, poi con un colpo secco aveva aperto il cellulare allontanandosi e lo aveva sentito dire a bassa voce: “Buonasera, devo chiederle qualcosa…” I nigeriani con le loro risate e la loro allegria di averla scampata coprirono il resto. Ilsaracca ricomparve con la faccia scura e disse: “Starai con noi per qualche giorno.” Il mercoledì successivo arrivò in quella lurida mansarda dove Giuseppe passava il tempo a giocare a carte con due nigeriani e un albanese e gli disse guardandolo dritto, dopo un silenzio lungo, un po’ teatrale: “Va bene, puoi lavorare con noi. Cominci domani. Adesso tornatene a casa.” E da allora lui aveva lavorato, guardato e ascoltato. Girava sempre più cocaina ma lui non sapeva ancora da dove arrivava. Due appuntamenti erano fissi nella vita della banda. Ogni quindici giorni il capo spariva per due giorni e ogni mercoledì sera passava la notte fuori. Rimaneva, invece, quasi sempre Vito, che si occupava di tutto. Dante abitava in un grande alloggio in Largo Saluzzo, da dove gestiva gli affari. Comunicava direttamente con gli intermediari in un codice che doveva essere diverso per ciascuno, perché aveva sentito dire da un albanese che lui non ci capiva niente nei messaggi che gli affidava Ilsaracca e che erano diversi a seconda di chi doveva incontrare. Le telefonate che aveva potuto ascoltare erano del tutto innocenti, forse troppo, tanto da sembrare anche loro in codice. Registrarle o tentare di mettere una cimice nell’alloggio, però, era impossibile: non era mai solo, gli toglievano sempre il telefonino quando arrivava e lo perquisivano ogni volta. Poi, per parlare di affari si infilavano in una stanza “pulita” in fondo al corridoio, senza finestre e insonorizzata. In quell’alloggio il capo viveva con una ragazza carina, mite e triste. Una ragazza fuori posto in quel mondo. Doveva essersi lasciata affascinare dal carattere deciso, tenebroso e in fondo malinconico di Dante. Comunque era la sua ragazza, ma si capiva che veniva tenuta lontano dalle decisioni importanti e non l’aveva mai vista insieme a sconosciuti o forestieri. Una sera che doveva ritirare la solita partita da spacciare, era arrivato in anticipo, così con naturalezza, ma anche per vedere l’alloggio in un momento in cui nessuno era atteso. C’erano i due Albanesi che stazionavano sempre nell’ingresso, bevendo birra e fumando; davanti al televisore perennemente acceso, un tipo basso, con due baffetti sale e pepe e gli occhi piccoli e sfuggenti. Da come lo salutò si capiva che era calabrese. Doveva aspettare. Vito e il capo erano fuori. Dopo il solito rituale, lo fecero sedere nel salotto con la porta aperta. Dall’altra parte si intravedeva un altro salotto semibuio e, acciambellata su un divano, c’era quella ragazza, che aveva già vista abbracciata a Dante. Piangeva piano e aveva un livido sullo zigomo. Rimase a fissarla per un po’: gli faceva pena. Quando sentì la sua presenza lei alzò lo sguardo. In un lampo Bonocore percepì come un grido di aiuto in quegli occhi verdi, che dovevano essere stati spensierati e felici. Fu un attimo, ma non riuscì più a toglierselo dalla mente: lei si era già alzata ed era corsa via. Giuseppe percepì qualcuno nella stanza. Vito, silenzioso, stava dietro di lui, in piedi. “Per me quella è una matta – sussurrò, alzando il mento per indicarla. – Se dice ancora una volta che vuole andarsene e non vuole più la roba, il capo la ammazza, altro che una carezza sulla faccia come oggi. Dante non si abbandona e non si tradisce, se si vuole restare vivi. Giosef, tu fai il tuo lavoro che è meglio.” Anche Vito sapeva osservare e non era affatto stupido. La settimana successiva, ferma vicino all’ingresso della metropolitana in via Nizza, l’aveva rivista e Chiara l’aveva salutato. Si erano fermati a parlare di cose senza importanza: il segno sullo zigomo era una sfumata ombra su un viso triste.
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