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Non cerco comprensione né compassione. Non mi pento. Rifarei ogni cosa, anche più crudelmente se potessi.
Le trincee che il tempo mi ha scavato attorno agli occhi, racconterebbero una per una i dettagli delle mie degenerazioni, se solo qualcuno le volesse comprendere e non si accontentasse di inorridire per i crimini che ho commesso.
E di cui – lo ripeto – non mi pento.
Sono arrivato fin qua nel tentativo di capirmi, e ho scelto di vivere. Dalla morte in poi, almeno.
Ma non chiamatemi assassino, sarebbe riduttivo. Sono il vicino di casa che non vi aspettereste. Mentre suono alla porta per domandare un pizzico di sale.
Che forza il lucchetto di una cantina qualunque e può rimanere giorni al buio ad aspettare che arrivi qualcuno. Perché tutto il resto non ha più importanza.
Sono quello che la sera, dentro un autobus desolato si siede accanto all’unico passeggero, solo per sentire l’odore della sua paura. O che osserva da dietro le colonne di un portico i passanti infreddoliti.
La coltellata o il filo di acciaio che serra la gola. Mentre spendono gli ultimi respiri in quello sguardo…
Perché proprio a me? Perché lo fai?
La verità?
Il motivo non c’è. Mio padre era rassicurante, mia madre mi ha accudito. Ho amici, una famiglia. Una vita di moderato successo e duro lavoro.
Faccio sport, non fumo, porto fuori il cane. Godo come fossi un dio nel provocare la morte agli esseri umani.
Sono un uomo che ha fatto l’errore di domandarsi fin dove potesse arrivare. E ha trovato il coraggio di rispondersi.