5. Il grande viaggioPer sei settimane viaggiarono senza sosta sul mare mosso, seguendo la rondinella che precedeva la nave per indicare la rotta. Di notte la rondine reggeva col becco una minuscola lampada perché nel buio non la perdessero di vista e la gente sulle navi di passaggio la scambiava per una stella cadente.
Man mano che scendevano a Sud faceva sempre più caldo. Polinesia, Ci-Ci e il coccodrillo se la godevano un mondo al sole caldo. Scorrazzavano in giro allegramente e guardavano dal ponte se l’Africa fosse già in vista.
Ma il maialino, il cane e la civetta con quel caldo non erano capaci di far nulla e, seduti a poppa all’ombra di una grande botte, con la lingua penzoloni, trangugiavano limonate.
L’anatra Deb-Deb, per star fresca, si tuffava in mare e seguiva a nuoto la nave. Ogni tanto, quando il sole le picchiava troppo forte sulla testa, s’immergeva sotto lo scafo e tornava a galla dall’altra parte. Durante tali escursioni, nei giorni di martedì e venerdì, pescava le aringhe, di modo che a bordo tutti mangiavano pesce per far durare più a lungo la scorta di manzo in scatola.
Quando furono vicini all’equatore videro alcuni pesci volanti che, avvicinandosi incuriositi, domandarono al pappagallo se quella era la nave del dottor Dolittle. Quando ne ebbero conferma, dissero che erano molto contenti perché le scimmie in Africa cominciavano a temere che non arrivasse più. Polinesia domandò quante miglia dovevano ancora percorrere, e i pesci volanti risposero che per raggiungere la costa dell’Africa ormai mancavano solo cinquantacinque miglia.
Poco dopo, un intero branco di delfini arrivò danzando sulle onde e volle sapere da Polinesia se quella era la nave del famoso dottore. Quando ne ebbero conferma, chiesero al pappagallo se al dottore occorreva qualcosa per il viaggio.
E Polinesia rispose: «Sì. Siamo a corto di cipolle».
«C’è un’isola poco lontana da qui dove la cipolla selvatica cresce alta e rigogliosa», dissero i delfini. «Proseguite pure. Noi ne prenderemo un po’ e vi raggiungeremo».
Cosi i delfini si misero a correre sul mare. Dopo poco il pappagallo li vide tornare nella scia della nave: trascinavano sulle onde le cipolle in grandi reti di alghe marine.
La sera seguente, mentre il sole tramontava, il dottore disse: «CiCi, portami il telescopio. Il nostro viaggio volge alla fine. Presto vedremo le coste dell’Africa».
Infatti, circa mezz’ora dopo scorsero davanti a loro una sagoma nera che ritennero fosse la terraferma. Ma si faceva sempre più buio e non potevano esserne certi.
Inoltre, improvvisamente, scoppiò un terribile temporale, con tuoni e lampi. Il vento ululava, la pioggia cadeva a catinelle, le onde erano così alte da ricoprire la tolda della nave.
D’un tratto si udì un bang fortissimo. La nave si fermò, piegandosi su un fianco.
«Che cosa è successo?», chiese il dottore salendo da sottocoperta.
«Non lo so di preciso», rispose il pappagallo, «ma credo che abbiamo urtato violentemente una scogliera. Di’ all’anatra che faccia una perlustrazione per accertarsene».
Deb-Deb si tuffò fra le onde. Quando riemerse confermò che avevano cozzato contro uno scoglio; nella chiglia della nave c’era un largo squarcio da cui l’acqua entrava in quantità tale che stavano affondando rapidamente.
«Dobbiamo aver urtato contro l’Africa», disse il dottore. «Povero me, povero me! Be’... si deve andare tutti a terra a nuoto».
Ma Gub-Gub e Ci-Ci non sapevano nuotare.
«Prendete la corda», gridò Polinesia. «Ve l’avevo detto che ci sarebbe stata utile. Dove s’è cacciata l’anatra? Vieni qui, Deb-Deb. Prendi questo capo della corda, vola a riva e legala al tronco di una palma; noi sulla nave terremo saldo l’altro capo. Così quelli che non sanno nuotare per raggiungere la sponda strisceranno lungo la corda, che in questo caso può dirsi “corda di salvataggio”». Rapidamente arrivarono tutti a riva sani e salvi; alcuni volando, altri a nuoto; quelli che si erano serviti della corda avevano portato con sé la valigia e il baule del dottore.
Con quel gran buco sul fondo la nave era ormai inservibile: i marosi la fecero a pezzi, scagliandola sulla scogliera e le correnti ne trascinarono via i rottami.
Fortunatamente ebbero tutti modo di rifugiarsi in una provvidenziale caverna asciutta, che avevano scoperto in cima alla scogliera, in attesa che passasse la tempesta.
«Cara vecchia Africa!», sospirò Polinesia. «Quant’è bello ritornarci! Pensate un po’: domani saranno centosessantanove anni da quando me ne sono andata. E la ritrovo tale e quale l’ho lasciata!»
Gli altri notarono che aveva i lucciconi, tanto era felice di rivedere la sua terra natia: le stesse vecchie palme, la stessa vecchia terra rossa, le stesse vecchie formiche nere che le riportavano immagini e ricordi della sua infanzia.
Il dottore si accorse allora di aver perduto il cilindro: il vento l’aveva gettato in mare durante la tempesta. Deb-Deb tornò indietro a cercarlo. Lo scorse molto a largo, galleggiante come una navicella.
Quando andò a volo a prenderlo, vi trovò dentro un topo bianco molto spaventato.
«Che cosa fai qui?», domandò l’anatra. «Ti avevo detto di startene a casa a Puddleby!»
«Non volevo rimanere a casa», spiegò il topo. «Volevo vedere com’è fatta l’Africa, dove ho dei parenti. Allora mi sono nascosto nel bagaglio e sono stato portato a bordo con le gallette. Quando la nave è affondata ho avuto una paura terribile, perché non sono capace di nuotare a lungo. Ho nuotato finché ho potuto, ma presto ho perso le forze e ho avuto paura di andare a fondo. Proprio in quel momento ho scorto il cappello del vecchio che arrivava galleggiando e ci sono entrato per non affogare».
Allora l’anatra prese nel becco il cappello con dentro il topo e lo portò a riva dal dottore. Tutti si fecero intorno incuriositi.
«Questo si chiama passeggero clandestino», spiegò il pappagallo. Mentre stavano cercando un posto nel baule perché il topo bian-
co potesse viaggiare comodo, Ci-Ci disse all’improvviso: «Sssst! Sento rumore di passi nella giungla!»
Smisero tutti di parlare e rimasero in ascolto. Poco dopo, un uomo nero usci dal bosco e domandò che cosa stavano facendo.
«Mi chiamo John Dolittle, medico chirurgo», si presentò il dottore.
«Mi è stato chiesto di venire in Africa per curare le scimmie ammalate».
«Dovete venire tutti quanti dal re», disse l’uomo nero. «Quale re?», domandò il dottore che non voleva perder tempo.
«Il re di Jolliginki», rispose l’uomo. «Tutte queste terre gli appartengono e tutti gli stranieri che le attraversano devono essere condotti al suo cospetto. Seguitemi».
Così il gruppo raccolse i bagagli e si mise in cammino seguendo l’uomo attraverso la giungla.