7. Il ponte di scimmie

1471 Words
7. Il ponte di scimmieLa regina Ermintrude non aveva mai visto in vita sua il marito furente come quella notte. Digrignava i denti dalla stizza e dava dell’imbecille a chiunque gli capitava innanzi. Scagliò lo spazzolino da denti contro il gatto del palazzo. Andò in giro in camicia da notte a svegliare tutto il suo esercito e mandò i soldati nella giungla perché catturassero il dottore. Poi ordinò che andassero anche i servi, i cuochi e i giardinieri, il suo barbiere personale e il precettore del principe Bumpo. Persino la regina Ermintrude, che era molto stanca perché aveva ballato con le scarpe strette, venne spedita ad aiutare i soldati nelle loro ricerche. Nel frattempo il dottore, con tutte le sue bestie, attraversava la foresta di gran corsa, il più in fretta possibile, per raggiungere il paese delle scimmie. Gub-Gub, con le sue gambette corte, si stancò presto e il dottore dovette prenderlo in braccio, cosa che accrebbe la già notevole difficoltà dovuta al trasporto dei suoi voluminosi bagagli. Il re di Jolliginki pensava che al suo esercito sarebbe stato facile rintracciarli, perché il dottore si trovava in un paese straniero e non sapeva la strada. Ma sbagliava, perché la scimmia Ci-Ci conosceva tutti i sentieri della giungla ancor meglio degli uomini del re. Ci-Ci guidò il dottore e le sue bestiole nella parte più folta della foresta – dove prima di loro nessun uomo aveva mai messo piede – e li nascose tutti nella cavità di un grande albero cresciuto tra le rocce. «Sarà meglio aspettare qui, fino a quando i soldati non saranno rientrati a Jolliginki per riposarsi», suggerì. «Poi potremo proseguire verso il paese delle scimmie». Trascorsero così la notte in quel tranquillo nascondiglio. Ogni tanto sentivano i soldati che li cercavano nella giungla, discorrendo tra loro. Ma erano assolutamente al sicuro perché all’infuori di Ci-Ci nessuno conosceva quel rifugio, neppure le altre scimmie. Quando infine la luce del giorno cominciò a filtrare tra il denso fogliame sopra le loro teste, sentirono la regina Ermintrude che con voce sfinita diceva che era inutile cercare ancora, e che tanto valeva tornarsene a casa e dormire un po’. Appena tutti i soldati si furono allontanati, Ci-Ci fece uscire il dottore e le sue bestie dal nascondiglio e si misero tutti in cammino per il paese delle scimmie. Ebbero sempre da mangiare e da bere in abbondanza, perché CiCi e Polinesia conoscevano tutte le qualità di frutta e di erbe che crescono nella giungla e sapevano dove trovare datteri, fichi, arachidi, zenzero e patate dolci. Col sugo delle arance selvatiche preparavano una bevanda dissetante, addolcendola con il miele che abbondava nei favi costruiti dalle api nelle cavità degli alberi. Pareva che Ci-Ci e Polinesia fossero sempre in grado di esaudire qualunque desiderio i compagni esprimessero, magari trovando qualcosa di molto simile. Una volta riuscirono perfino a procurare un po’ di tabacco al dottore quando, avendone esaurita la scorta, gli era venuta voglia di fumare. Di notte dormivano in tende intessute di foglie di palma, su alti letti soffici di erba secca. Dopo un po’ si abituarono a camminare a lungo; non si stancavano più e trovavano molto divertente quella vita da nomadi. Ma quando scendeva la sera erano sempre contenti di fermarsi a riposare. Il dottore accendeva un fuocherello di rami secchi e dopo cena vi si sedevano intorno in circolo ascoltando Polinesia che cantava canzoni marinare o Ci-Ci che raccontava storie della giungla. Molti racconti di Ci-Ci erano interessantissimi, perché le scimmie, non avendo libri sulla loro storia prima che il dottore li scrivesse, ricordavano e tramandavano tutto quel che accadeva, raccontando aneddoti ai loro bambini. E Ci-Ci parlava di molte cose che la nonna gli aveva narrato – storie di molti, molti, molti anni fa, prima di Noè e del diluvio universale – storie dei tempi in cui gli uomini si vestivano di pelli d’orso e vivevano in caverne nella roccia, mangiando carne cruda perché neanche immaginavano cosa volesse dire cucinare, non avendo mai visto il fuoco. E raccontava dei grandi mammut e delle lucertole giganti, lunghe come un treno, che a quei tempi vagavano per le montagne brucando le cime degli alberi. Molte volte erano tutti così intenti ad ascoltare quelle storie, che solo quando Ci-Ci aveva finito la sua narrazione si accorgevano che il fuoco era spento e dovevano correre in cerca di altri rami secchi per riattizzarne la fiamma. Quando i soldati ritornarono alla reggia e riferirono che non erano riusciti a rintracciare il dottore, il re li mandò indietro dicendo che dovevano restare nella giungla finché non lo avessero catturato. Così, in tutto quel tempo, mentre il dottore e gli animali continuavano il cammino verso il paese delle scimmie credendosi ormai al sicuro, erano invece ancora inseguiti dagli uomini del re. Se solo Ci-Ci lo avesse saputo avrebbe continuato ad essere prudente e li avrebbe probabilmente nascosti ancora; ma Ci-Ci neanche l’immaginava! Un giorno la scimmietta si arrampicò su un’alta roccia e guardò oltre le vette degli alberi. Quando scese disse che ormai erano vicinissimi al paese delle scimmie e che in breve tempo ci sarebbero arrivati. Quella sera stessa i fuggitivi incontrarono una cugina di Ci-Ci e numerose altre scimmie sfuggite all’epidemia posizionate di vedetta sugli alberi in riva a una palude, in attesa del loro arrivo. E quando le vedette si resero conto che il famoso dottore era proprio arrivato, fecero un tremendo baccano acclamando, sventolando le foglie e dondolandosi sui rami per dargli il benvenuto. Vollero trasportare il suo baule, la valigia e tutto il bagaglio, e una delle scimmie più grandi prese in collo Gub-Gub ormai del tutto spossato. Poi due di loro corsero avanti ad annunciare alle scimmie ammalate che finalmente era giunto il grande medico. Sicché gli uomini del re, che non avevano mai smesso di inseguirli, udirono le acclamazioni delle scimmie e, avendo individuato dove si trovava il dottore, affrettarono il passo per raggiungerlo. La grande scimmia che portava in braccio Gub-Gub e avanzava lentamente rispetto alle altre, intravide il capitano che si muoveva furtivo tra gli alberi. Raggiunse allora in fretta il dottore e lo avvertì di scappare. Corsero a perdifiato come non avevano mai corso in vita loro, e gli uomini del re si misero a correre a loro volta. Più di tutti correva il capitano. Il dottore inciampò nella sua farmacia portatile e cadde nel fango, e il capitano pensò che quella volta lo avrebbe certo raggiunto. Ma le orecchie del capitano erano molto lunghe, a differenza dei suoi capelli che erano cortissimi, e quando si slanciò in avanti per acchiappare il dottore un’orecchia gli rimase impigliata fra i rami di un albero e il resto della truppa fu costretto a fermarsi per aiutarlo. Il dottore ormai si era rimesso in piedi e tutti ripresero la corsa, senza sosta. Ci-Ci si mise a gridare: «Coraggio! Ormai siamo quasi arrivati!» Poco dopo arrivarono a una parete di roccia in fondo alla quale scorreva un fiume che costituiva il confine tra il reame di Jolliginki e il paese delle scimmie, il cui territorio si estendeva oltre la riva opposta. Il cane Jip guardò giù sporgendosi dall’orlo di quella ripidissima parete di roccia e disse: «Perbacco! Come faremo ad andare dall’altra parte?» «Oh, povero me!», si lamentò Gub-Gub. «Ormai gli uomini del re sono vicinissimi, guardali! Ho paura che ci riporteranno in prigione». E, come al solito, si mise a piangere. Ma lo scimmione che aveva in collo il maialino lo mise giù e gridò alle altre scimmie: «Su, ragazzi! Un ponte! Svelti! Fate il ponte! Abbiamo solo un minuto. Il capitano si sta ormai avvicinando, svelto come un daino. Datevi da fare! Un ponte! Un ponte!» Il dottore si chiese con che cosa avrebbero costruito il ponte e si guardò intorno pensando che ci fossero delle assi nascoste. Ma quando tornò a guardare le rocce, sospeso sul fiume c’era già pronto un ponte che lo aspettava: un ponte fatto di scimmie viventi! Perché in quei pochi istanti di disattenzione che gli erano occorsi per guardarsi intorno le scimmie, svelte come fulmini, avevano formato una lunga catena, tenendosi per le mani e per i piedi. E la più grande gridava al dottore: «Su, attraversa! Attraversate tutti quanti! In fretta!» Gub-Gub aveva un po’ di paura a camminare su un ponte così stretto e a un’altezza cosi vertiginosa sopra il fiume. Ma lo attraversò con facilità, come tutti gli altri. John Dolittle fu l’ultimo. E proprio mentre arrivava dall’altra parte gli uomini del re giunsero di corsa sull’orlo del precipizio. Scuotevano minacciosamente i pugni e strillavano di rabbia, perché si erano accorti di essere arrivati troppo tardi. Il ponte era già stato ritirato sull’altra sponda e il dottore e i suoi animali erano ormai salvi nel paese delle scimmie. Allora Ci-Ci si voltò verso il dottore e dichiarò solennemente: «Molti illustri esploratori e naturalisti dai capelli grigi sono rimasti nascosti settimane intere nella giungla, sperando di vedere le scimmie che eseguono questo straordinario numero acrobatico. Ma finora non avevamo mai permesso a un uomo bianco di assistervi, neppure di sfuggita. Tu sei il primo ad aver assistito al famoso “ponte delle scimmie”». E il dottore se ne mostrò veramente compiaciuto.
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