11. Il Principe nero

1040 Words
11. Il Principe neroSulla riva del fiume si fermarono per prendere commiato. La cosa andò per le lunghe perché tutte le scimmie, ed erano migliaia, vollero stringere la mano a John Dolittle. Più tardi, mentre il dottore e i suoi animali continuavano da soli il viaggio, Polinesia suggerì: «Dobbiamo camminare in punta di piedi e parlare a voce bassa mentre attraversiamo il regno di Jolliginki. Se il re ci sente, manda i suoi soldati a riacchiapparci perché sono certa che è ancora in collera per il tiro che gli ho giocato». «Io mi domando dove ci procureremo un’altra nave che ci riporti a casa...», disse tra sé e sé il dottore. «Beh», fantasticò, «forse ne troveremo una che non serve a nessuno, abbandonata sulla spiaggia». Un giorno, mentre attraversavano una zona molto folta della foresta, Ci-Ci andò avanti in cerca di noci di cocco. E, in assenza della scimmietta, il dottore e gli altri animali, che erano poco pratici dei sentieri, si smarrirono tra gli alberi fitti. Continuarono a girare in tondo e non furono più capaci di riprendere la strada che portava al mare. Non ritrovandoli più, Ci-Ci fu terribilmente sconvolto. Si arrampicò sugli alberi più alti e guardò in giro cercando di scorgere il cilindro del dottore, fece segnali e lanciò acutissimi strilli, chiamò per nome tutti gli animali della comitiva del dottore, invano. Sembrava che fossero scomparsi dalla faccia della terra. Si erano proprio smarriti. Si erano allontanati parecchio dal sentiero e la giungla era tanto folta di cespugli, di rampicanti e di viti che, a volte, non riuscivano quasi a muoversi e il dottore era costretto a tirar fuori il coltellino per farsi strada tagliando i rami. Andarono a finire in luoghi umidi e acquitrinosi, rimasero impigliati nei viticci, si graffiarono con i rovi e, per ben due volte, rischiarono di perdere nel sottobosco la valigetta dei medicinali. Pareva che i loro guai non dovessero aver mai fine e che non ci fosse modo di ritrovare il sentiero. Purtroppo, dopo aver errato alla cieca per diversi giorni, con i vestiti a brandelli ricoperti di fango, capitarono per sbaglio proprio nel giardino retrostante al Palazzo reale. I soldati accorsero immediatamente e li fecero prigionieri. Ma Polinesia volò sopra un albero del giardino senza che nessuno la vedesse e si nascose. Il dottore e gli altri furono portati davanti al re. «Ah! Ah!», esclamò il re. «Così siete stati catturati di nuovo! E questa volta non fuggirete più. Riportateli tutti in prigione e mettete un doppio chiavistello alla porta. Quest’uomo bianco laverà il pavimento della mia cucina per il resto dei suoi giorni!» Così il dottore e i suoi animali furono condotti e rinchiusi in prigione. Al dottore fu annunciato che la mattina dopo avrebbe cominciato a lavare il pavimento della cucina. Erano tutti molto rattristati. «Questo è un grosso guaio», ammise il dottore. «Io devo assolutamente rientrare a Puddleby. Se non torno presto a casa quel povero marinaio penserà che mi sono appropriato definitivamente della sua nave». Poi, ponendo attenzione alla porta della cella, si chiese: «Chissà se questi cardini sono allentati...» Ma la porta era assolutamente salda e i chiavistelli erano ben chiusi. Pareva che non ci fosse proprio modo di uscire. Come al solito, Gub-Gub iniziò il suo lamentoso piagnucolio. Durante tutto quel tempo Polinesia continuava a stare sull’albero nel giardino del Palazzo reale. Non fiatava e sbatteva gli occhi. Il che doveva essere inteso come un brutto segno. Quando Polinesia taceva e sbatteva gli occhi, voleva dire che qualcuno aveva combinato un guaio e che lei si stava lambiccando il cervello per rimettere le cose a posto. La gente che dava dispiaceri a Polinesia o ai suoi amici doveva quasi sempre pentirsene in seguito. Dopo poco il pappagallo, assai preoccupato, e Ci-Ci, che scorazzava sui rami degli alberi sempre alla ricerca del dottore, si scorsero contemporaneamente. La scimmietta raggiunse l’amica e le domandò cosa era successo. «Il dottore è stato di nuovo catturato con tutte le bestie dai soldati del re ed ora sono di nuovo tutti in prigione», bisbigliò Polinesia. «Ci siamo persi nella giungla e per sbaglio siamo finiti nel giardino del palazzo». «Ma non potevi guidarli?», domandò Ci-Ci, rimproverando Polinesia perché non aveva impedito che si smarrissero, mentre lui era in cerca di noci di cocco. «È stata tutta colpa di quello stupido porcellino», disse Polinesia, «continuava a scappare via dal sentiero per cercare radici di zenzero. E io avevo tanto da fare a corrergli dietro e a riportarlo sulla strada che ho svoltato a destra, invece che a sinistra, avanzando per errore verso la palude». Si interruppe per qualche istante, poi sussurrò: «Ssssst! Guarda! Il principe Bumpo viene in giardino. Non deve vederci. Non muoverti per nessuna ragione». Era proprio il principe Bumpo, il figlio del re, che stava aprendo il cancello del giardino. Sotto il braccio aveva un libro di fiabe. Avanzò lentamente lungo il vialetto ghiaioso, canticchiando una canzoncina malinconica mentre raggiungeva un sedile di pietra, proprio sotto l’albero dove stavano nascosti il pappagallo e la scimmia. Poi si sdraiò sul sedile per dedicarsi alla lettura. Ci-Ci e Polinesia osservavano la scena, zitti e immobili. Dopo un po’ il figlio del re depose il libro e fece un sospiro sconsolato. «Fossi almeno un principe bianco!», esclamò con uno sguardo rapito e vago. Allora il pappagallo, con una vocina suadente di fanciulla, gli sussurrò: «Bumpo, forse c’è qualcuno che può trasformarti in un principe bianco». Il figlio del re sobbalzò impressionato sul sedile e si guardò intorno. «Che odo mai?», esclamò. «Mi è parso che il suono soave di una voce argentina di fata mi abbia parlato da quel pergolato. Strano!» «Nobile principe», proseguì Polinesia, restando immobile in modo che Bumpo non la scorgesse. «Dalle tue labbra escono alate parole di verità. Perché son io, Tripsitinka, la regina delle fate, e ti parlo nascosta in un bocciolo di rosa». «Oh, regina delle fate, dimmi, chi può farmi diventare bianco?», gridò Bumpo, battendo le mani dalla gioia. «Nella prigione di tuo padre», disse il pappagallo, «vi è uno stregone famoso, di nome John Dolittle. Molto sa di medicina e di magia e ha compiuto imprese eccelse. Eppure, il tuo reale genitore lo lascia languire inattivo da lunghi giorni. Va’ da lui, animoso Bumpo, segretamente, al tramonto del sole: diverrai il principe più bianco che mai abbia conquistato il cuore di una vezzosa fanciulla! Non posso dire di più. Devo ritornare al paese delle fate. Addio!» «Addio! Addio!», esclamò il principe. «Mille grazie a te, buona Tripsitinka!» E tornò a sedersi sulla panchina, sorridente e speranzoso, con aria trasognata, in attesa che il sole tramontasse.
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