Parla IL CUSTODE DEL CIMITERO
Le mie preoccupazioni svaniscono in parte quando arriva il medico legale da Roma. È un giovane di ventisei anni, uno specializzando. Provo una subitanea e profonda antipatia per quel ragazzo insignificante, con una faccia da schiaffi e poca vocazione verso il suo lavoro.
«È sicuramente un figlio di papà medico!», dico ad Alessandro. Ormai li scovo subito. I “figli di papà medico” sono una razza a parte. Con la facoltà di Medicina hanno ben poco a che fare, di solito si iscrivono solo perché costretti dal proprio genitore a ricalcare le sue stesse orme, oppure perché pensano di avere già la strada spianata. Sono la rovina del nostro sistema sanitario.
Invece sbaglio, lui è molto peggio. Uno di quei medici legali che hanno preso la propria professione per il set di CSI. Li odio, quelli così... dicono un sacco di stronzate e basta.
Masticando ininterrottamente la gomma americana, il nuovo arrivato ci squadra con aria di sufficienza, come a volerci dire che deve essere un onore per tutti noi averlo qui.
«Gli amici mi chiamano Tom. Quindi, per te, sono Tommaso!» si presenta altezzosamente, quando gli indicano “chi comanda in questo posto”.
Mi lascia intendere che non diventeremo mai amici. Lui è uno specializzando in Medicina Legale, mentre io il semplice custode di un cimitero di provincia e la differenza tra noi è evidente. Poco male, non mi interessa. Chi vuole essere amico di questo giovane presuntuoso?
Ma lo aspetto al varco al primo cadavere esumato che dovrà periziare... qui non si gioca all’allegro anatomopatologo, si lavora sul serio. E lui al massimo è abituato ai morti freschi, scommetto che ha visto i decomposti solo in fotografia.
Primo punto a mio favore
Sono in obitorio, intento ad esaminare l’attrezzatura. Anzi, più che esaminarla, ci faccio l’amore con lo sguardo.
Bisturi, forbici di vario tipo, pinze, costotomo... è tutto quanto nuovo di zecca, e immacolato. Mi auguro che quel ragazzetto superbo sappia come mantenerla efficiente, le lame dei bisturi vanno affilate con regolarità e tutti gli strumenti devono essere rigorosamente sterilizzati dopo ogni utilizzo.
Con la punta dell’indice sfioro teneramente il bisturi da autopsia, talmente grosso e affilato da potere incidere i tessuti di un cadavere in pieno rigor mortis. Serve una certa abilità nel maneggiarlo... ci si taglia facilmente, con quest’affare.
«Non toccare niente!» mi intima Tommaso, entrando. È anche maleducato, nemmeno saluta. «Questi sono i ferri del mio mestiere! Il tuo è la pala. Non dovresti essere qui, cosa vuoi?»
Oh, bella. Nel mio cimitero, sto dove mi pare. Mi volto lentamente verso di lui, lottando contro la tentazione di dargli una lezione di anatomia sul posto, usandolo come cavia.
«Dovresti sputare la gomma!», mi limito a dirgli.
«Prego?»
«La gomma americana» ripeto pazientemente, scandendo le parole come se mi rivolgessi a un minorato mentale. «Sputala. Non puoi ruminare mentre lavori, non è igienico!»
Tommaso scrolla le spalle continuando imperterrito a masticare, come se avessi parlato al muro. Che nervoso mi fa venire! E lo conosco appena... ma anche io ero così arrogante, da specializzando? Spero di no.
Lo lascio solo e vado a lavorare. L’espressione del mio viso deve dirla lunga sul mio umore, visto che i necrofori si scansano al mio passaggio. «Forza, cominciamo!» ordino con un tono così perentorio che non ammette repliche o domande del tipo “posso andare a prendere un caffè, capo?”
Quando estumuliamo una salma da un loculo a cui è scaduta la concessione, il mio umore migliora nettamente. «Ora sono proprio curioso di vedere come reagirà il pivellino quando dovrà periziarla!»
Ormai trovare una salma mineralizzata è una rarità. I cadaveri sono quasi perfettamente integri, con ancora le fattezze di quando erano in vita. Sembrano mummie incartapecorite, cadaveri di cuoio, un fenomeno che nel linguaggio tecnico prende il nome di corificazione e consiste in un marcato rallentamento dei processi putrefattivi, che si manifesta nelle salme rinchiuse in bare con la rivestitura interna di zinco.
Il cadavere viene in gran parte sottratto all’azione di micro e macrofauna ambientale, nonché all’azione dei vari agenti atmosferici. La cute si avvalla e assume l’aspetto del cuoio di concia recente, mantenendosi relativamente morbida ed elastica. Il colorito diviene giallo sporco, diverso dal cuoio vecchio delle mummie. Dopo qualche tempo, si riproduce anche lo stampo dello scheletro sottostante. L’addome si deprime “a barca”, pertanto si evidenziano i profili delle ossa sotto la pelle.
La corificazione si rende manifesta tra il primo e il secondo anno di giacenza nella cassa. Le cause sono molteplici: i conservanti contenuti nei cibi, gli antibiotici presi in vita... il che è un bel problema, vista la sovrappopolazione del pianeta e il fatto che le concessioni dei loculi durino trent’anni. Dopo tutto quel tempo ci si aspetta di trovare degli scheletri, invece no. Fa senso tirare fuori una bara allo scadere della concessione e trovarci un corpo pressoché intatto, sembra che la persona sia lì a dormire anziché essere morta stecchita.
Ci sono anche i morti saponificati, e quelli fanno veramente schifo. Tale processo si verifica soprattutto nei cadaveri sommersi, o inumati in terreni umidi. I liquami che si raccolgono sul fondo della bara si rapprendono in una sorta di impiastro grasso, della consistenza tipica della cera o, appunto, delle saponette mezze sciolte, dando ai cadaveri un aspetto grottesco. “Adipocera”, è il nome tecnico.
Appena estratta dall’ambiente umido, una salma saponificata si presenta come una massa grigiastra, dalla consistenza untuosa, lardacea ed improntabile, particolarmente pesante e viscida a causa della notevole imbibizione d’acqua. Trascorso qualche tempo dall’estrazione, si disidrata e acquista un aspetto asciutto, cartaceo, di colorito bianco gesso, diventando leggera e fragile, pur conservando comunque una particolare untuosità al tatto.
Il riconoscimento non è affatto facile, poiché le parti molli e il naso sono spesso perdute, così come le mani e i piedi, a causa della scarsità dell’adipe. Gli organi interni sono invece protetti come una corazza dal processo ordinario di putrefazione. La saponificazione è preceduta da processi autolitici e putrefattivi di varia intensità e inizia in media dalla sesta settimana dal decesso, completandosi dopo almeno sei mesi di permanenza in ambiente favorevole.
La bara, ermeticamente chiusa, viene spinta sul carrello fino all’obitorio. Sono io stesso a portarla fin lì, come custode del cimitero devo obbligatoriamente assistere alla riapertura e non voglio assolutamente perdermi la reazione di Tommaso.
«Eccoti il primo!» annuncio allegramente.
Non riesco a smettere di sogghignare e il novellino se ne accorge. «Perché ridi? Un po’ di serietà!»
Non replico e apro la bara con il piede di porco, rimuovendo il coperchio con tutte le cautele per non farlo finire in pezzi. «Buon lavoro!»
Tommaso, che quando ha visto il cadavere è rimasto di sasso, ha un gemito. Rotea gli occhi e crolla a terra svenuto.
Il pivellino ha avuto la sua lezione di umiltà, penso schiaffeggiandolo con eccessiva energia. Perché non riprende i sensi? Stai a vedere che mi toccherà fargli la respirazione bocca a bocca.
«Ehi, tu, svegliati! C’è da lavorare, qui!»
Quando finalmente resuscita, mi chiede cosa bisogna fare, dimostrando di non avere nessuna conoscenza del Regolamento di Polizia Cimiteriale... inoltre evita accuratamente di guardare il cadavere. E questo sarebbe uno specializzando in Medicina Legale?! A questo punto poteva venire mia sorella, che fa la pittrice.
«Cosa vuoi fare?» ribatto, calmo. «Si telefona alla famiglia e gli si comunica che la salma non si è decomposta... saranno loro a decidere se inumarla per cinque anni o se mandarla al crematorio.»
«Inumarla?» ripete, confuso.
«Seppellirla. Insomma, metterla sotto terra!» gli concedo con sufficienza. Mi tengo sulle mie, faccio ancora l’offeso. Ma sono contento che abbia finalmente iniziato a capire come vanno le cose in questo posto.
* * *