IV.-2

2904 Words
— Come vi chiamate, piccina? — Jane Eyre, signore. Nel pronunziare queste parole, lo guardava. Mi parve alto, ma mi ricordo che io allora ero molto piccola. I tratti di lui mi parvero molto marcati, e vi scorsi, come nelle linee di tutta la persona, una espressione di durezza e d’ipocrisia. — Ebbene, Jane Eyre, siete una buona bambina? Era impossibile rispondere affermativamente. Quelli che mi circondavano credevano l’opposto; così tacqui. La signora Reed parlò per me, e scuotendo la testa rispose rapidamente: — Meno parleremo di ciò e meglio faremo, signor Bockelhurst. — Sono dolente davvero; bisogna che parli un poco con lei. E rinunciando alla posizione perpendicolare, si sedè in una poltrona di fronte alla signora Reed, dicendomi di avvicinarmi. Poi battè leggermente il piede e mi ordinò di mettermi dinanzi a lui. Il suo volto mi produsse uno strano effetto, quando vidi il naso enorme e grossissimi denti. — Non vi è nulla di più triste che lo spettacolo che offre una bimba cattiva, — riprese egli. — Sapete dove vanno i peccatori dopo morti? La mia risposta fu rapida e ortodossa. — All’inferno, — replicai. — E che cos’è l’inferno? Potete dirmelo? — È un abisso di fiamme. — Vorreste esser precipitata in quell’abisso e bruciarvi in eterno? — No, signore. — E che cosa dovete far dunque per evitare quella sorte? Riflettei un momento, e questa volta gli fu facile attaccare la mia risposta. — Devo star sana, per non morire. — Come farete? I bimbi piccini come voi muoiono giornalmente. Non è molto che ho sotterrato una bimba di cinque anni, ma era buona, e la sua anima è volata in cielo; non si potrebbe dire lo stesso di voi, se foste chiamata nell’altro mondo. Non potendo far svanire quei dubbi, fissai gli occhi sui piedoni di quel signore, e sospirai desiderando che quell’interrogatorio terminasse presto. — Spero che codesto sospiro parta dal cuore, — riprese il signor Bockelhurst, — e che siate pentita di aver attristato sempre la vostra benefattrice. Dite le preghiere, mattina e sera? — continuò il mio interrogatore. — Leggete la Bibbia? — Qualche volta. — Con piacere? Vi diletta quella lettura? — Mi piacciono le Rivelazioni, il Libro di Daniele, la Genesi e Samuele e qualche brano dell’Esodo, dei Re, delle Cronache, e mi piace anche Giobbe e Gionata. — E i Salmi? Spero che vi piaceranno? — No, signore. — Oh che vergogna! Ho un bambino più piccolo di voi, che sa già sei Salmi a mente, e quando gli si domanda se preferisce mangiare il pan pepato o imparare un versetto, risponde: “Preferisco imparare un versetto, perché gli angioli cantano i Salmi e voglio essere un angioletto sulla terra,” e allora gli si danno due pezzi di pan pepato in ricompensa della sua devozione infantile. — I Salmi non sono punto interessanti, — osservai. — È una prova che avete il cuore cattivo. Bisogna chiedere a Dio di cambiarlo, di concedervene un altro più puro, di togliervi quel cuore di pietra, per darvene uno di carne. Cercavo di capire per quale processo potrebbe effettuarsi quel cambiamento, quando la signora Reed mi disse di sedermi e prese lei a dirigere la conversazione. — Credo, signor Bockelhurst, di avervi accennato nella mia lettera di tre settimane fa, che questa bimba non ha il carattere, nè le tendenze che avrei desiderato trovare in lei. Se dunque l’ammettete nella scuola di Lowood, domando che i capi e le maestre non la perdano d’occhio; la prego soprattutto di tenersi in guardia contro il suo più gran difetto; intendo parlare della sua tendenza alla menzogna. Dico tutte queste cose in presenza vostra, Jane, — aggiunse — per impedirvi d’ingannare il signor Bockelhurst. Ero naturalmente inclinata a temere e a odiare la signora Reed, che pareva si studiasse di ferirmi sempre crudelmente. Non ero punto felice in presenza sua; qualunque sforzo che facessi per ubbidirle e per piacerle, non ricevevo in cambio altro che rimproveri come quello che ho riferito. Quest’accusa mi era inflitta dinanzi a un estraneo, e mi riuscì amarissima. Vedeva vagamente che essa faceva svanire tutte le speranze, che riponeva in quella nuova esistenza che stavo per incominciare; sentivo confusamente, e senza rendermene conto, che ella seminava l’avversione e il malvolere sulla via che stavo per percorrere. Mi vedevo trasformata agli occhi del signor Bockelhurst in una bimba falsa e mentitrice; che cosa potevo fare per lavarmi da quell’accusa? — Nulla! nulla! — pensavo fra me, — e mi sforzavo di reprimere un singhiozzo, e asciugavo rapidamente alcune lagrime, segno evidente di dolore. — La menzogna è un brutto vizio in una bambina, — disse il signor Bockelhurst, — e chi avrà ingannato in vita, sarà condannato a patire in eterno in un abisso di fiamme e di zolfo. Ma sarà sorvegliata; parlerò di lei alla signorina Temple e alle maestre. — Vorrei, — continuò la signora Reed, — che la sua educazione fosse adattata alla sua posizione, che la rendessero umile e operosa. Nelle vacanze vi chiedo il permesso di lasciarla a Lowood. — Le vostre intenzioni sono molto sagge, signora, — riprese il signor Bockelhurst, — l’umiltà è virtù cristiana ed è necessaria sopratutto alle alunne di Lowood. Chiedo continuamente che si ponga ogni cura nell’ispirarla loro. Ho lungamente cercato i migliori mezzi per mortificare in esso il sentimento mondano dell’orgoglio, e l’altro giorno ho avuto una prova del mio successo. — La mia figlia secondogenita, — continuò dopo una pausa il signor Bockelhurst, — è andata insieme con sua madre a visitare l’Istituto, e tornando ha esclamato: “Oh babbo! Quelle bimbe di Lowood, come paiono tranquille e semplici, con i capelli rialzati d’oltre l’orecchio, con i loro lunghi grembiuli, con i loro vestiti, con le tasche cucite di fuori! Esse son vestite quasi come le figlie dei poveri e guardavano gli abiti di mamma e i miei, come se non avessero mai veduta la seta.” — Ecco una disciplina che approvo completamente, — continuò la signora Reed. — Se avessi cercato in tutta l’Inghilterra, non avrei trovato nulla di meglio per il carattere di Jane. Ma, mio caro signor Bockelhurst, chiedo l’uniformità su tutti i punti. — Certo, signora; è uno dei primi doveri cristiani, e a Lowood l’abbiamo osservato in tutto; cibo e abiti semplici, un’agiatezza che ci guardiamo bene dall’esagerare, vita dura e laboriosa; ecco la regola di quella casa. — Benissimo, signore, allora posso essere certa che questa bambina sarà accettata a Lowood, che vi sarà educata come richiede la sua posizione e in vista dei suoi doveri futuri. — Potete esserlo, signora; ella sarà collocata in quell’asilo di piante scelte, e spero che l’inestimabile favore della sua ammissione la renderà riconoscente. — Ve la manderò il più presto possibile, signor Bockelhurst, perché ho fretta, vi assicuro, di liberarmi di una responsabilità che diviene pesante. — Senza dubbio, senza dubbio, signora. Sono costretto a dirvi addio. Non ritornerò alla mia villa altro che fra un paio di settimane, perché il mio buon amico, l’arcidiacono, non vuole che la lasci prima; ma farò dire alla signora Temple di attendere una nuova alunna. Addio, signora. — Addio, signore. Salutatemi la signora e la signorina Bockelhurst. — Non mancherò. Piccina, — disse volgendosi a me, — ecco un libro intitolato “La guida dell’Infanzia”; leggerete le preghiere che contiene, ma leggete sopratutto questa parte; vi vedrete narrata la morte della piccola Marta G...., bimba cattiva che, come voi, aveva il vizio di mentire. Nel dir queste parole il signor Bockelhurst mi pose in mano un opuscolo ben avvolto nella carta, e, dopo aver chiesto la sua carrozza, ci lasciò. Rimasi sola con la signora Reed, alcuni minuti trascorsero in silenzio; ella cuciva e io stavo a guardarla. Ella poteva avere trentasei anni; era una donna robusta, con le spalle quadre; non era grassa, benché fosse forte e piccola, e il volto pareva largo per l’eccessivo sviluppo del mento. Aveva la fronte bassa, la bocca ed il naso regolari; i suoi occhi, senza bontà, brillavano sotto le ciglia scolorate; era scura di carnagione e aveva i capelli biondi. Non sapeva che cosa fosse la malattia, e guidava la casa e amministrava i suoi beni con cura e attività. I figli soli non rispettavano la sua autorità. Ella si vestiva con gusto e portava bene i vestiti. Ciò che era avvenuto, ciò che la zia aveva detto al signor Bockelhurst, tutta la loro conversazione ancora recente e dolorosa mi restava in mente; ogni parola mi aveva ferita e stavo là, agitata da un vivo risentimento. La signora Reed alzò gli occhi dal lavoro, li fissò su di me e mi disse: — Uscite, tornate in camera. Il mio sguardo o qualcos’altro forse l’aveva ferita, perché, nonostante che si contenesse, il suo accento era molto irritato. Mi alzai e mi diressi verso la porta, ma tornai subito addietro, mi accostai alla finestra, poi andai nel mezzo della stanza e finalmente mi accostai a lei. — Non sono finta; se lo fossi stata, avrei detto che vi voleva bene; ma non vi voglio bene e lo dichiaro; vi odio più che ogni altro, eccettuato John Reed. Questo racconto di una bugiarda potete darlo alla vostra Georgiana, perché è lei che v’inganna e non io. Le dita della signora Reed erano rimaste immobili, e con i suoi occhi di ghiaccio continuava a fissarmi. — Che cosa avete da dirmi ancora? — mi domandò con un tono che sarebbe stato più adattato per parlare a una donna che a una bambina. Quello sguardo, quella voce ridestarono tutte le mie antipatie. Commossa, aizzata da una invincibile irritazione, continuai: — Sono felice che non siate mia parente, e non vi chiamerò più zia, non verrò mai a trovarvi quando sarò grande, e quando qualcuno mi domanderà se vi voglio bene e come mi trattate, gli dirò che il vostro ricordo mi fa male e che siete stata crudele con me. — Come, Jane, osereste affermare cose simili? — Sì, oserei, signora Reed, oserei perché è la verità. Credete forse che non senta e che possa vivere senza che nessuno mi voglia bene e sia buono per me? No, e voi non avete avuto pietà di me. Mi rammenterò sempre con quanta durezza mi avete respinta nella camera rossa, quale sguardo mi avete gettato quando ero in agonia. Eppure, oppressa dal dolore, vi avevo gridato: “Zia, abbiate pietà di me!” E quella punizione me l’avevate inflitta perché era stata percossa, gettata in terra dal vostro perfido figliuolo. Dirò la pura verità a tutti quelli che m’interrogheranno. Credono che siate buona, ma avete il cuore come un masso e siete falsa. Quando ebbi cessato di parlare, il più strano sentimento di trionfo, che abbia mai provato, erasi impossessato di me. Credei che un’invincibile catena si fosse infranta, e che avessi riconquistata la mia libertà. Potevo crederlo infatti, perché la signora Reed pareva sgomenta; il lavoro le era scivolato di grembo; alzava le mani e sul volto contratto si sarebbe detto che stessero per iscendere le lagrime. — Jane, vi sbagliate, che cosa avete? Perché tremate tanto? Volete bere un po’ d’acqua? — No, signora Reed. — Desiderate qualche altra cosa, Jane? Vi assicuro che vorrei esservi amica. — Non è vero. Avete detto poco fa al signor Bockelhurst che avevo un cattivo carattere, che ero una bugiarda; ma tutti a Lowood saranno informati della vostra condotta. — Jane, non potete capire certe cose; i bambini debbono esser corretti dei loro difetti. — La menzogna non è il mio difetto, — esclamai con voce piena di collera. — Ma siete violenta, dovete confessarlo; e ora tornate in camera vostra, mia cara, e cercate di dormire un poco. — Non sono la vostra cara, e non posso dormire. Mandatemi subito in pensione, signora Reed, perché questa casa mi è odiosa. — Sì, sì, voglio mandartici più presto che posso, — disse sottovoce; e prendendo il lavoro, uscì precipitosamente dalla stanza. Ero rimasta sola, padrona del campo. Era la più tremenda battaglia che avessi combattuta, e la prima vittoria riportata. Restai un momento seduta al posto ov’era prima il signor Bockelhurst, assaporando la mia solitudine di conquistatrice. Prima sorrisi a me stessa e mi sentii sollevata, ma quel feroce piacere cessò col cessare dei violenti battiti del cuore. Una bimba non può insultare i suoi superiori, come avevo fatto io, non può dare sfogo alla collera, senza provar subito la puntura del rimorso e il gelo della reazione. Quando avevo accusato e minacciato la signora Reed, la mia anima era in fiamme, ma dopo una mezz’ora di silenzio e di riflessione riconobbi la pazzia commessa e la tristezza della mia posizione di bimba che odia e che è odiata. Per la prima volta aveva assaporata la vendetta e mi parve dolce e vivificante; ma la sensazione che lasciava in me era amara come il veleno. Allora sarei andata a chiedere scusa alla signora Reed, ma sapevo per istinto e per esperienza, che me la sarei maggiormente inimicata ed avrei rieccitato i violenti impulsi della mia indole. Presi un volume di racconti arabi e cercai di leggere, senza capire nulla. Il pensiero vagava e non potevo fissarlo né su me stessa, né su quelle pagine, che mi avevano procurato in passato tanto piacere. Aprii la porta a vetri della sala da pranzo, il boschetto era silenzioso e il sole nè il vento avevano potuto vincere il ghiaccio che copriva la terra. Mi coprii la testa con la sottana e andai a passeggiare in una parte isolata del parco, senza provare alcun piacere sotto quegli alberi silenziosi, tra quelle pine, ultimi avanzi dell’autunno, di cui era coperta la terra, in mezzo a quelle foglie secche, ammonticchiate dal vento. Mi appoggiai al cancello guardando un campo deserto, dove le vacche non pascevano più, dove l’erba era stata falciata dal gelo e coperta di neve. Era una giornata tristissima, e ogni tanto le falde di neve cadevano al suolo indurito del viale, senza liquefarsi. Ero tanto infelice e ogni tanto dicevo a me stessa: — Che cosa devo fare? Sentii a un tratto una voce chiara gridare: — Signorina Jane, dove siete? Venite a colazione. Era Bessie, lo sapevo, ma non risposi. Però poco dopo sentii un lieve rumore di passi. Ella traversava il viale per venir da me. — Cattiva, — mi disse, — perché non venite quando vi si chiama? La presenza di Bessie mi parve dolce in confronto dei pensieri che mi torturavano, benché ella fosse, secondo il solito, di cattivo umore. È un fatto che dopo la mia disputa con la signora Reed e la mia vittoria, faceva poco conto della collera passeggiera della bambinaia, ed ero pronta a cercar conforto nel suo giovane cuore. Le gettai le braccia al collo, dicendole: — Venite, Bessie, non mi sgridate. Non mi ero mai mostrata così franca ed espansiva, e il mio modo di fare le piacque. — Siete una strana bambina, signorina Jane, — mi disse, fissandomi, — una bimba vagabonda e amica della solitudine. Andate in pensione, eh? Feci un cenno affermativo. — E non vi dispiace di lasciare la povera Bessie? — Che cosa sono per Bessie? Mi sgrida sempre. — Perché vi mostrate bizzarra, timida, spaventata, piccina. Se foste più ardita.... — Sì, per essere picchiata! — Sciocchezze! Ma è certo che non siete trattata bene. Mia madre, quando venne qui la settimana passata, disse che non vorrebbe vedere uno dei suoi figli al vostro posto. Ma ho una buona notizia per voi. — Non ci credo. — Bimba, che volete dire? Perché fissate su di me uno sguardo così triste? Ebbene, sappiate che il padroncino, la signora e le signorine sono andate a prendere il thè da un loro amico; voi lo prenderete con me e dirò alla cuoca di farvi un dolce, e poi mi aiuterete a guardare nei cassetti, perché presto dovrò prepararvi il baule. La signora vuole che andiate via fra un paio di giorni, così sceglierete la roba che volete portar con voi. — Bessie, promettetemi di non rimproverarmi più fino alla partenza. — Ebbene, sì, ma siate buona e non abbiate paura di me. Non vi scostate quando alzo la voce; questo mi irrita i nervi. — Sento che ora non ho più paura di voi, perché mi sono assuefatta ai vostri modi, ma dovrò presto temere di altre persone. — Se le temerete, vi odieranno. — Come voi, Bessie? — Non vi odio, signorina. Mi pare anzi di volervi più bene che agli altri. — Non me lo dimostrate davvero. — Aspra creatura, ecco una nuova maniera di parlare. Che cosa vi rende così sicura ed ardita? Stavo per narrare quello che era avvenuto fra me e la signora Reed, ma riflettendo mi accorsi che era meglio tacere. — Allora siete contenta di lasciarmi? — No, Bessie, no davvero, e in questo momento mi sento triste. — In questo momento! Come lo dite freddamente, signorina. Sono sicura che se vi domandassi di abbracciarmi, mi direste di no. — Oh, no. Voglio abbracciarvi e mi farete tanto piacere; abbassate un poco la testa. Bessie si chinò e ci abbracciammo, poi, divenuta tranquilla, la seguii in casa. Il dopopranzo trascorse nella pace e nell’armonia. La sera Bessie mi narrò le più belle fra le sue novelle e mi cantò le più dolci canzoni. Anche sulla mia vita splendevano are luminose.
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