Introduzione

2018 Words
Introduzione Marianna fece scivolare le dita sul nastro rosa pallido delle sue scarpette. Intorno a lei sgambettavano le compagne, alcune in attesa, altre appena uscite di scena. Rumore ovattato di punte, veloce picchiettare sul legno del pavimento, lamenti soffusi, il chiacchiericcio allo specchio. «Passami un po’ di lucida labbra», «A chi tocca? Tocca a me?», «Mi hanno chiamato?», «In bocca al lupo!» si dicevano l’un l’altra. L’attesa dietro al palco, il brusio e l’andirivieni delle compagne aveva qualcosa di eccitante e di terribile allo stesso tempo. La ragazza continuò a fissare il vuoto. «La perfezione non è solo controllo, devi metterci il cuore, cara» le diceva nonna Carmela quando da piccolina, nella grande casa di via Falcone al Vomero, si esercitava alla sbarra, posando di tanto in tanto lo sguardo sulla vetrata della terrazza che affacciava sul Vesuvio e sul golfo azzurro della città ancora assopita. «Marianna Sofia, è ora di svegliarsi signorina!» le sussurrava la tata ogni mattina, aprendo le tende all’alba. «Su, coraggio, è ora di prepararsi; la signora sta già facendo colazione». Marianna si stiracchiava, si sfilava il pigiamino della notte e s’infilava le calze, il body e le mezze punte. E poi, mentre sorseggiava una spremuta d’arancia e spiluccava due piccoli macarons alla vaniglia, i suoi preferiti, si andava a sedere davanti allo specchio della toeletta in camera da letto della nonna e si lasciava pettinare dalla tata senza mai lagnarsi. La donna faceva scivolare svelta la spazzola sui lunghi capelli castani della bambina, ne scioglieva bene i nodi e poi con un gesto veloce li tirava su, li legava in una forte coda di cavallo e poi li arrotolava stretti in uno chignon che pareva una rosetta soffice appena sfornata. La bambina restava immobile a fissare un punto fermo nello specchio fino a che la tata non aveva finito di infilare l’ultima forcina. Marianna Sofia, a soli dieci anni, aveva già tutte le doti necessarie per diventare una grande ballerina; disciplina, costanza e umiltà. «Galdieri, preparati, sei la prossima» le disse la voce di un’assistente. Marianna Sofia si alzò in piedi. Si sfilò il coprispalla e gli scaldamuscoli, andò verso la cassettina della pece, c’infilò i piedi all’interno, picchiettò veloce le punte sulla polvere bianco latte e poi, sollevando il mento, fece un respiro profondo. Entrò in scena. La prima volta che Marianna aveva visto una ballerina avrà avuto circa quattro, cinque anni. Si era nascosta nello studio di Silvio, suo padre, e aveva cominciato a tirar giù dalla libreria alcuni volumi d’arte, un’enciclopedia che apparteneva alla madre Delia, per la verità, e che erano stati sistemati uno appresso all’altro sul ripiano di una vetrinetta di legno scuro con la chiave d’ottone. In punta di piedi, la bimba aveva girato la chiave e aveva preso il volume con il dorso più consumato degli altri. Edgar Degas, tutte le opere, recitava il titolo del libro che aveva scelto. Marianna era rimasta incantata dalle immagini delle ballerine disegnate dal pittore, dallo sbuffo soffice dei tutù che indossavano e che parevano corolle di fiori di peonia a testa all’ingiù, dalle pose aggraziate di mani e piedi di quelle bambine. Poco tempo dopo, durante un viaggio a Parigi insieme alla madre, si era ritrovata faccia a faccia con alcune tra le opere più famose del pittore, ma quella volta non le avevano suscitato la stessa emozione del libro. I quadri le erano sembrati piccoli, e troppo alti per lei, anche se Delia l’aveva presa in braccio per aiutarla a guardare meglio; ma al museo c’era troppa gente intorno, c’erano troppi rumori per concentrarsi e contemplare con calma tutte le immagini. Ben diverso era stato l’incontro con una vera scuola di danza. Fin da piccola Marianna trascorreva le estati a Napoli insieme alla nonna Maria Carmela. La signora Balestreri, nata Esposito, era una donna alta, bruna, con un sorriso luminoso. Da giovanissima era stata avviata dalla famiglia alla carriera di cantante ed era diventata soprano, inaugurando molte stagioni liriche al San Carlo di Napoli. Per questo motivo, anche se aveva lasciato presto la carriera per amore, era considerata di casa soprattutto nella scuola di ballo, dove spesso per diletto faceva la pianista nelle classi di danza del primo anno. Una mattina, anziché lasciarla a casa con la tata come faceva di solito, Maria Carmela aveva deciso di portare la nipote con sé, voleva mostrarle la scuola di balletto più antica d’Italia nel teatro da lei ritenuto – come aveva sottolineato sussurrandole in un orecchio prima di varcare la soglia – «il più bel teatro del mondo». Nell’accademia di danza del teatro San Carlo insegnava una sua cara amica, la Maestra. Era così che la chiamavano tutti. «C’est ta petite, chérie?» domandò la maestra, puntando il bastone accanto ai piedi di Marianna, strizzando gli occhi a fessura per squadrarla meglio, dalla punta delle dita alla punta dei capelli. «Interessante» disse girandole intorno mentre la bambina seguiva circospetta con lo sguardo i piccoli passi dell’anziana signora. La maestra sollevò il bastone con una mano mentre con l’altra, come se fosse la più esperta delle sarte o una vecchia e rugosa maga di una fiaba dei fratelli Grimm, si mise a prenderle le misure, utilizzando lo spazio tra l’indice e il pollice, sfiorandola appena con le dita ossute ma leggere come tenere foglioline al vento. Marianna saltellava con lo sguardo dalle mani dell’insegnante al viso della nonna, che sventolandosi con un ventaglio di pizzo nero nascondeva un risolino. «Puoi assistere alla lezione» sentenziò la maestra dopo averla ben squadrata. Marianna andò a sedersi in un angolino. Poi la signora si voltò, inforcò un paio di occhiali dalla montatura scura e spessa, picchiò due colpi sul pavimento con il bastone per dare il segnale alle allieve di mettersi in riga e, quasi le fosse piovuta dal cielo la domanda, chiese finalmente alla bambina: «Com’è che ti chiami, mia petite?». «Marianna Sofia» rispose la bimba. «Marianna Sofia» ripeté quella con un fortissimo accento francese. «Gran bel nome per una ballerina». Da quel giorno, nel corso delle estati che trascorreva a Napoli dalla nonna Carmela, Marianna Sofia cominciò a prendere lezioni di danza, sia in una piccola scuola che si trovava in una via del centro aperta anche d’estate e raccomandata dalla Maestra, sia con la Maestra stessa, che ne seguiva i progressi privatamente a casa di Carmela. Delia aveva appreso la notizia con un po’ d’ansia perché sapeva che la bimba, per colpa di una lieve scoliosi, non avrebbe dovuto affaticarsi troppo con una disciplina come la danza classica, ma nessuno avrebbe mai immaginato che la danza sarebbe diventata così importante per Marianna. La Maestra era sì un’eccellente insegnante, ma non forzava le ragazze allo studio anzi, pareva addirittura che le scoraggiasse. Si dilettava con la petite – così chiamava all’epoca la bambina – non tanto perché ritenesse di avere per le mani una futura étoile, piuttosto perché amava trascorrere i pomeriggi in compagnia di Carmela sorseggiando un aperitivo nella terrazza vista mare del lussuoso appartamento dell’amica, ricordando i bei tempi andati. Marianna, al contrario, prendeva sul serio ogni parola della maestra e con altrettanta serietà frequentava le lezioni della scuola di danza di via Orefici. Qualche anno più tardi, quando Marianna aveva oramai dodici, forse tredici anni, a Rocca Santa Caterina aprì i battenti una scuola di ballo prestigiosissima gestita da un’insegnante della Royal Academy of Dance che aveva scelto la provincia senese per godersi la pensione, stanca della frenesia di Londra. E poi, sempre nello stesso periodo, Delia e sua nonna l’avevano portata a Milano, al Teatro alla Scala per vedere la rappresentazione de Il lago dei cigni. Ed era stato proprio lì che aveva capito. Da quel momento in poi la sua vita sarebbe stata consacrata per sempre alla danza. Per l’audizione, Marianna aveva scelto una piccola variazione dal secondo atto de Il lago dei cigni. Mentre saliva in punta, facendo ondeggiare le braccia, tagliando l’aria con grazia ed eleganza di fronte ai maestri che la esaminavano per decidere se fosse stata idonea a prendere parte al corpo di ballo del prestigioso Teatro alla Scala, entrò Kerem Kaya, il primo ballerino, con indosso un paio di pantaloni ampi da danza e le mezze punte, un asciugamano intorno al collo e una sacca in spalla. «Come sta andando?» sussurrò il ragazzo a un’amica che si trovava lì, in una delle poltroncine della platea a poca distanza dalla commissione. La ragazza, una ballerina, fece solo un cenno con il capo come se non volesse, con le parole, sciupare la danza abbagliante di Marianna sul palco. Allora lui si sedette, puntando lo sguardo su di lei. E la vide. Il corpo magro e slanciato di Marianna Sofia pareva luminoso come un meteorite. Non era solo il fisico a essere perfetto e la curvatura del collo del piede e le proporzioni delle braccia, le mani affusolate, i muscoli dolci e ben dosati di cosce e polpacci. Quella ragazza – così pensò Kerem – aveva equilibrio e controllo interiore, ma pure musicalità e sentimento. Quando la ballerina terminò la sua coreografia, l’amica di Kerem diede al ragazzo un colpetto sul braccio con il gomito e gli sussurrò: «Questa la prendono sicuro». Ma lui stava già pensando che avrebbe voluto parlarle, complimentarsi, chiederle dove e con chi avesse studiato, da quale paese arrivasse, non l’aveva mai vista prima d’ora, insomma, voleva sapere tutto di lei. Diede un piccolo e veloce bacio sulla guancia all’amica, si caricò il borsone di nuovo in spalla, appallottolando l’asciugamano alla rinfusa in una tasca della sacca e corse via. Marianna uscì di scena radiosa. «La forza del palcoscenico è un mistero» le diceva sempre sua nonna. Era vero. Aveva dato tutto in pochi minuti, era riuscita a condensare gli anni di studio faticosissimo, le lunghe lezioni alla sbarra, quelle al centro, il solfeggio che le aveva insegnato la nonna e le ripetizioni ossessive delle posizioni che dovevano coinvolgere tutto il corpo dai capelli alla punta dei piedi, come dicevano sempre le insegnanti. Essere arrivata fin lì era un traguardo e un inizio allo stesso tempo. La gioia e l’eccitazione si sciolsero nell’abbraccio con le amiche che l’attendevano sul retro del palcoscenico. Kerem la raggiunse subito, ma restò a guardarla un po’ da lontano, intimidito, cercando le parole giuste per avvicinarsi a lei. Aveva troppe domande da farle, ma il turbamento che provava nei suoi confronti lo fece desistere ancora un poco e rimase lì, a debita distanza, a osservarla senza fare nulla. Marianna Sofia aveva un sorriso perfetto, il naso regolare, l’arco delle sopracciglia ben disegnate e occhi color dell’ambra. Era una ragazza piena di vita e spigliata, così diversa dalla ballerina rigorosa e fragile che aveva visto sul palcoscenico pochi minuti prima. Era entrata in modo impeccabile nella parte di Odette, la fanciulla del balletto che nella storia viene trasformata in cigno dal perfido mago Rothbart. Kerem avrebbe voluto ballare con lei al più presto. Non capiva ancora quale fosse il confine tra la condivisione degli interessi – la passione che coltivava lui per la danza e quella che sentiva che aveva anche lei, fortissima – e il sentimento, il batticuore che provava per la ragazza che, sciolti i capelli e sfilate le punte, se ne stava a ridere e a scherzare con un gruppo di amiche come se fosse stata una ragazza qualsiasi, non l’eterea fanciulla di un dramma romantico che aveva appena visto danzare sul palcoscenico, così incorporea e irraggiungibile. Ma poi sentì la vibrazione del telefonino nella tasca della sacca e allora distolse lo sguardo da Marianna, si mise a frugare nella borsa, prese l’apparecchio, lo portò all’orecchio per rispondere a quella chiamata tornando nello stesso tempo con lo sguardo su di lei, che però, nel frattempo, non c’era più. Allora chiuse di fretta la chiamata e altrettanto di fretta si sfilò le mezze punte, indossò le scarpe da ginnastica e il cappotto filando veloce all’aperto, sperando di poterla ritrovare all’uscita del teatro. Proprio nell’istante in cui mise piede fuori dal portone, Kerem vide la ragazza salire su un taxi giallo e andare via, inghiottita in un lampo dalla strada umida e dal cielo grigio di Milano.
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