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13Liguria di Ponente, autunno 2005 La porta si spalancò e Matteo, istintivamente, scivolò sul pavimento sino all’angolo opposto, cercando di mettere più distanza possibile tra sé e la figura spettrale che si materializzò davanti a lui. Si raggomitolò su se stesso, coprendosi la testa con le mani, come faceva con suo padre quando il cuoio della cinghia diventava lo strumento per impartire le regole di logiche che lui non capiva. “Ti ho detto che devi studiare e smetterla con quel pallone. La tua stanza non è un campo da calcio”. Le vergate bruciavano sulla pelle come le scottature del sole d’estate, con la differenza che queste ultime, dopo alcuni giorni, non diventavano ematomi viola che lo segnavano in profondità, giù sino al cuore. Con suo padre non riusciva ad avere un dialogo, perc

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