Credo di aver sbattuto lo sportello, ma non ne sono sicura.
Non ho riflettuto. Ho solo agito. Come un corpo svuotato di senso.
Sono scesa dall'auto senza cappotto, senza borsa.
Solo le mie chiavi, conficcate nel palmo, come un tentativo disperato di restare cosciente. Di non crollare.
Pioveva, una di quelle piogge tristi, che non pulisce nulla.
S'infiltrava dappertutto, nei miei capelli e nei miei vestiti, fino alle ossa.
Ho attraversato la strada senza guardare.
Il cuore sull'orlo dell'esplosione.
Ero vuota e piena allo stesso tempo.
Vuota di lui. Piena di una paura sorda, di un presagio atroce.
Il bar è lì.
Quello che lui diceva di detestare.
Troppo volgare, troppo giovane, troppo tutto.
Menzogna, tutto non era che menzogna.
Entro. E il caldo umido mi prende alla gola.
Musica troppo forte con odori di sudore, di alcol a buon mercato.
E poi… loro.
In fondo, su un divanetto, mia sorella è sulle ginocchia di mio marito.
Lei ride e lui le sorride.
Una mano posata sulla sua coscia nuda.
Un'intimità che non ha nulla di un gioco.
È reale, è consapevole.
E io sono di troppo.
Mi avvicino, il pavimento sembra instabile, le mie gambe sono di cotone.
Ma cammino lo stesso. Perché non si fugge da ciò che si ha bisogno di vedere.
Anche se distrugge.
Lei mi vede.
E sorride.
Un sorriso che dice: arrivi troppo tardi.
— E beh… guarda chi si vede.
Lui gira la testa, mi vede.
E non reagisce.
Sono lì, gocciolante, tremante, gelata.
E lui… mi analizza come si guarda un'estranea importuna.
Mia sorella si alza, si prende il suo tempo. Lisciandosi il vestito.
Mi squadra dalla testa ai piedi.
— Forse dovresti sederti. Fai davvero pena.
Lo sento senza sentire.
Non vedo più che una cosa: lui.
Allora gli chiedo.
Con una voce debole, spezzata:
— Dimmi che non è vero…
Lui non risponde subito.
Bevve un sorso. Si asciuga la bocca.
Poi dice, con calma:
— È vero.
Il mio ventre si torce, il mio cuore si ferma un secondo.
Indietreggio di un passo.
Ma resto.
Resto.
Perché non posso andarmene, non ancora.
— Lei… è incinta di te? È vero?
Lui alza le spalle.
— Sì.
Una sola parola, tagliente e crudele,
senza giri di parole e senza rimorsi.
Abbasso gli occhi.
Trema.
— Ma… e io? E noi? Mi hai promesso… Hai detto che avremmo riprovato ancora… che volevi un bambino, con me…
Lui scoppia in una risata secca.
— Sei sterile. Non sei stata nemmeno capace di darmi un figlio in tre anni. Ho perso abbastanza tempo.
La frase cade come una scure.
Risuona.
Mi spoglia davanti a tutti.
La gente intorno si blocca. Alcuni ridono piano. Altri distolgono lo sguardo, imbarazzati.
Io sento le gambe cedere.
Ma non me ne vado.
Mi avvicino.
Tendo la mano verso di lui.
Come una mendicante.
Come una donna senza dignità.
— Ti prego… non farmi questo… Non qui… Non così. Posso cambiare, te lo giuro. Posso… posso essere migliore, diversa… Ti prego, non lasciarmi.
Lui mi guarda, disgustato.
Nemmeno arrabbiato. Solo… spento.
— Ti rendi conto di quello che fai? Guardati. Supplichi davanti a tutti, è patetico.
Cado in ginocchio, non sento più nulla.
— Ti amo…
Lo dico.
Lo ripeto.
— Ti amo, ti supplico, torna con me. Non per me… per noi. Per quello che siamo stati. Anche io sono incinta… L'ho appena scoperto.
Silenzio.
Un silenzio che dovrebbe sconvolgere.
Ma lui non dice nulla.
Mia sorella, invece, scoppia a ridere.
— Lei? Incinta? Fammi ridere. Dovrai ancora avere le allucinazioni del ciclo. Smettila di sognare. Ora è mio.
Lui distoglie lo sguardo.
Non mi chiede nemmeno se è vero. Non gli importa.
Sono… sola.
In ginocchio.
Davanti a lui.
Mia sorella si avvicina.
Mi spinge delicatamente con la gamba, come un oggetto ingombrante.
— Vattene. Hai perso.
Mi rialzo lentamente.
Non perché ne abbia la forza.
Ma perché non posso stare più in basso di così.
Mi giro.
Cammino verso l'uscita.
I miei passi strascicano.
Credo di sanguinare dentro. Qualcosa in me è appena morto.
Attraverso la porta.
Fuori piove ancora.
Ma la pioggia mi sembra dolce, ora.
Quasi rasserenante.
Mi fermo sotto il lampione.
Le mani sul ventre.
— Ti proteggerò, mormoro.
È l'unica promessa che posso ancora mantenere.