Rimasero in silenzio, a fissare il cielo stellato attraverso la grande finestra che guardava a nord, fino a quando Tom non si alzò. Allungò una mano verso di lui ma, anziché stringergliela, lo tirò a sé e lo abbracciò. Da fratello a fratello.
Dopo averlo visto uscire in giardino e volare da sua moglie, Cédric si rituffò in piscina e nuotò a lungo, prima di fare una pausa e sedersi sul bordo. Tutta quella chiacchierata lo aveva reso euforico ma anche inquieto. Vecchi pensieri tentavano già di sopraffarlo e per un attimo fu tentato di rivedere la sua famiglia per mezzo dei ricordi. Fu, però, solo un istante di debolezza. Si era ripromesso di non farlo più, per il proprio bene. Se voleva davvero andare avanti e costruirsi nuovi affetti, il minimo che potesse fare era non cedere alle tentazioni del passato.
D’improvviso ebbe voglia di uscire, di andare da qualche parte e mescolarsi alla gente. Adorava Chicago, era il secondo luogo al mondo che preferiva, dopo la Francia. Se solo avesse avuto qualcuno con cui condividere quella grande villa! Ma chissà, tutto poteva accadere. E magari, un giorno, sarebbe stato lui ad andare a trovare Tom per confidargli di attendere con ansia l’arrivo di un piccolo erede.
Era quasi mezzanotte quando, dopo essersi divertito a far ruggire in autostrada il motore della sua Lamborghini Huracán gialla, Cédric parcheggiò in un autosilo vicino al Royal George Theatre e decise di proseguire a piedi fino alla Nord Halsted.
Amava girovagare per le strade di notte e scoprire nuovi posti nei quali fermarsi a bere, per esempio, oppure ad ascoltare musicisti di talento ma poco conosciuti. Esisteva un mare di locali che non aveva esplorato e, visto che per una volta non c’erano emergenze delle quali occuparsi, decise che si sarebbe goduto la serata in assoluta tranquillità. Svoltò l’angolo e si ritrovò vicinissimo al Kings. Era un locale misto, aperto a umani e non, naturalmente anche a tarda ora. La cucina molecolare, seppure assai creativa e tanto di moda tra gli umani, non era la sua preferita ma per fortuna era un vampiro e non doveva preoccuparsene. Si ricordò, però, che aveva un’ottima selezione di vini, perciò decise che sarebbe stato la prima tappa di quella notte di svago.
Quando entrò nel ristorante, il direttore di sala lo accolse con garbo ma si scusò perché non c’erano tavoli liberi. Persino gli sgabelli al bar erano tutti occupati e Cédric fu tentato di andare via. Poi, una coppia se ne andò e il problema si risolse. Purtroppo, si ritrovò seduto a uno dei tavoli peggiori, nelle vicinanze della toilette. In pratica, poteva udire sia i discorsi dei vicini sia lo sciacquone del bagno. Non era il massimo, ma aveva intenzione di restarci poco e non protestò. Niente poteva turbarlo, quella sera. Aveva un buon presentimento, dopo aver parlato con Tom. Come se, a breve, qualcosa di nuovo e di eccitante sarebbe arrivato anche per lui.
Attese che qualcuno si degnasse di prendere la sua ordinazione e, nel frattempo, si diede un’occhiata attorno. Le pareti scure, nei toni del grigio e del nero, e l’assenza di finestre rischiavano di rendere l’atmosfera lugubre e soffocante, ma il sapiente gioco di luci artificiali, le originalissime portate e il brusio dei presenti rendeva il ristorante un luogo brioso e vivace, unico nel suo genere. Osservandoli in volto, riconobbe subito i clienti che avevano atteso mesi per gustarsi quella cena, prenotando con largo anticipo: erano, in genere, i più sorridenti, quelli che fotografavano tutto, persino il menù, per postare le foto su qualche social network. Cédric scosse la testa, invidiandoli però un pochino. Doveva essere bello guardare il mondo con occhi tanto nuovi e ingenui da trovare la felicità in una banale cena al ristorante.
Dopo poco, il sommelier lo raggiunse, lo riconobbe e gli mostrò con orgoglio la nuova carta dei vini. Incuriosito, Cédric la lesse volentieri. Per sua sfortuna, non trovò nulla che non avesse già testato nella propria cantina, ma non si scoraggiò. Optò per una bottiglia di Barbaresco, sperando che il prezzo elevato corrispondesse al livello richiesto dalle sue pupille gustative, avvezze a sapori finissimi. Nell’attesa del vino, tornò a studiare gli altri tavoli, tanto per non perdere la sana abitudine di essere prudente. Del resto, con quel folle di Corvus ancora a piede libero, era meglio non rischiare. Non avere sue notizie lo preoccupava, ma tutta la Legio X lo stava cercando in lungo e in largo e prima o poi lo avrebbero trovato. Philip, salvatosi dal brutale agguato a New York, si era persino recato in Medio Oriente sulla scia di una mera intuizione, ma fino ad allora non aveva scovato alcun elemento utile alla cattura di quel brutale omicida.
Una donna uscì dalla toilette e, nel passargli vicino, gli sorrise maliziosa. Cédric ricambiò con un lieve cenno del capo. Aveva gambe lunghe, snelle e un culetto niente male. Non era in vena di portarsi a letto nessuno, ma non escludeva a priori quella possibilità. La seguì con lo sguardo e si accorse che le sue amiche, sedute a un tavolo poco oltre, lo scrutavano già di sottecchi, farfugliando civettuolamente tra loro. Era arduo, per un uomo della sua stazza e della sua eleganza, non dare nell’occhio ma, a eccezione di quel gruppetto, nessuno pareva troppo interessato a lui, neanche quei pochi vampiri che aveva incrociato e che lo avevano riconosciuto. Sorrise tra sé e ringraziò il sommelier, che era tornato e già versava il vino nel decanter; quindi, dopo aver verificato l’assenza di depositi, nel suo calice.
Era tutto tranquillo, il delicato bouquet del vino lo stava già intrigando e Cédric si sentiva in pace con il mondo. O quasi. L’unico piccolo dettaglio stonato di quella serata quasi perfetta, il solo particolare che iniziò a dargli man mano sui nervi, fu sentire qualcuno che sbuffava. Non una volta o due ma di continuo, lamentandosi con una serie di versi poco maturi e persino un paio di veri e propri grugniti. Una donna, intuì. Data l’ora tarda, magari una strega, ironizzò. Purtroppo per lui, la sentiva con impietosa chiarezza mentre si agitava sulla sedia e digitava con astio sui tasti del suo cellulare, maledicendo sottovoce il tipo che aspettava e che, con ogni probabilità, o era in ritardo o le aveva dato buca.
Cédric provò pena per quel poveretto, chiunque fosse. Con una tipa tanto insofferente non doveva essere facile convivere tutto il santo giorno. Per sua fortuna, tra loro c’era una grossa fioriera, alta e rettangolare, di quelle che fungevano da séparé grazie agli arbusti tanto fitti da essere pressoché impenetrabili. Pur non vedendola, avrebbe comunque scommesso che fosse non solo scorbutica, ma anche brutta da far spavento. Una strega, appunto. Oppure, meglio, un antipatico, spocchioso rospo con occhi sporgenti e una lingua lunga e tagliente. Magari un testone enorme, la bocca larga e due zampe posteriori lunghe e poderose. Chissà che bei salti doveva fare, però!
Rise tra sé per quello sciocco e ingiusto paragone, proprio quando lei con un cenno chiamò il cameriere. Prima che potesse parlargli, questi le riferì piuttosto seccato che non erano giunti messaggi dal suo accompagnatore dall’ultima volta che glielo aveva chiesto, cioè cinque minuti prima. La risposta la rese più nervosa e intrattabile che mai. Si rifiutò di ordinare e riprese a sbuffare, grugnire e digitare sul cellulare come una furia. Cédric la sentì borbottare a fior di labbra un insulto tanto osceno che per poco non scoppiò a ridere a squarciagola. Cercò di trattenersi ma la sua ilarità divenne presto palese e lo tradì. La donna, infatti, fuori di sé, a un certo punto sbottò rivolgendosi verso la fioriera. Verso di lui.
“Non so cos’abbia da sghignazzare ma pensi agli affari suoi, maleducato!” gli intimò, con un tono di chiara minaccia.
Di colpo, a Cédric si accapponò la pelle. Non ci fu un solo pelo sul suo corpo che non si drizzò e ogni altro suo senso andò in tilt. Quella voce, così gutturale e ruvida, gli colpì le orecchie non come una soave carezza ma come un sonoro schiaffo. Uno capace di cambiare i connotati e, nel suo caso, di scuotere la coscienza.
Forse, come aveva ipotizzato per gioco, lei era davvero un rospo con gli occhi strabici e senza denti, ma diamine! Con poche parole era riuscita ad ammaliarlo! Fu persino più sconcertato quando, sentendosi improvvisamente scomodo, abbassò lo sguardo sul proprio grembo. Oltre ai peli, qualcos'altro si stava drizzando e con una certa rapidità. Stupefatto e un tantino imbarazzato da quella perdita di controllo, distese meglio le gambe sotto il tavolo, premette le mani sopra l’erezione e la ignorò. O almeno ci provò. Udiva il battito furioso del cuore di quella umana, immaginando il fumo uscire dalle sue narici. Narici pelose, magari, ma continuare a paragonarla a una strega imbestialita o a un rospo non fece che incuriosirlo e divertirlo di più. Se conosceva le donne, e le conosceva, a breve avrebbe ricevuto un altro immeritato rimprovero per le sue risatine irriverenti. O forse era meritato? Per tutti i paletti spuntati, iniziava a spassarsela! Quella serata stava diventando sempre più sorprendente. Sghignazzò tra sé, tentando di coprirsi la bocca con la mano ma, come previsto, la tipa perse di nuovo le staffe
“La smetta, idiota! Cosa crede, che non abbia di meglio da fare che starmene qui, a sentirla ridere di me? Voi uomini non sapete cosa sia il rispetto! Sono quasi tre quarti d’ora che aspetto!”
Impietrito dalla sua sparata, Cédric restò di nuovo a bocca aperta. Fu come se la sua voce roca e sensuale avesse parlato direttamente al suo uccello. L’erezione divenne più prepotente, tanto da rendergli impossibile alzarsi e andarsene oppure voltare l’angolo, superando la fioriera, e scusarsi con lei di persona. Provò a strizzarsi le palle fino a farsi male, per mettere un freno deciso ai propri sghignazzamenti e, di conseguenza, alla spiacevole situazione. Malgrado l’eccitazione istantanea, non era da lui rimorchiare la compagna di un altro uomo, né era in cerca di grattacapi. Inoltre, fare figuracce di quel genere non era proprio nel suo stile. Si schiarì la voce nel tentativo di apparire almeno un po’ contrito mentre le porgeva delle scuse, ma poi la voglia di risponderle a tono, per scoprire come lei avrebbe reagito, mandò all’aria i suoi buoni propositi. Prima che la sua ragione intervenisse a frenarlo, l’istinto prevalse e lo trascinò.
“Non è un mio problema, se il suo uomo le ha dato buca. Vada pure ad aspettarlo altrove, madame. Sono venuto qui per cenare, non per sentire qualcuno gracidare contro di me, solo perché mi sono permesso di respirare.”
Lui non respirava affatto ma lei non poteva saperlo e, comunque, darle implicitamente del rospo la fece ammutolire all’istante.
Peccato, pensò con una punta di rimorso.
Era stato fin troppo facile metterla a tacere. Se lei gli avesse dato corda, non gli sarebbe dispiaciuto punzecchiarla un altro po’, giusto per scoprire fin dove si sarebbe spinta. Se era la rompipalle infernale che immaginava che fosse, si meritava proprio che qualcuno come lui la mettesse in riga.
D’un tratto, udì un certo trambusto, perché la donna allontanò la sedia per alzarsi, facendone raschiare le gambe sul pavimento e imprecando. Quindi, voleva davvero andarsene, come le aveva suggerito. In fondo, però, cosa gliene importava? Quello stupido, irrispettoso battibecco era finito ancor prima di iniziare, ma non era una tragedia. Scrollò le spalle, incurante di ciò che un’estranea di passaggio faceva del suo tempo.
Stava già assaggiando un sorso abbondante del suo profumatissimo vino rosso, quando la vide aggirare la fioriera e piazzarsi davanti a lui, con i pugni sui fianchi e un’espressione adirata. Il vino gli andò di traverso e finì per sputarlo a mo’ di idrante impazzito sul vestito di lei, di fine seta color pesca e lungo fino al ginocchio, molto più simile a una delicata sottoveste che a un abito da sera. La cucitura sotto il seno metteva in risalto le sue doti e non lasciava alcun dubbio sul fatto che non indossasse uno straccio di biancheria intima. Non che le servisse. Quelle tette enormi sfidavano la forza di gravità.