Capitolo 1

2471 Words
Capitolo 1I dubbi esistenziali (vabbé, chiamiamoli così) del maresciallo Sebastiano Vitale da un po’ di tempo riguardavano decisioni sul suo futuro: uno su tutti, andare in pensione anticipata oppure no; neanche tanto originale, considerati l’età (cinquantacinque suonati) e il suo stato di servizio nella Benemerita. Era arrivato a fregiarsi del galloncino di Aiutante. Date le sue capacità che qualcuno addirittura definiva eccezionali poteva forse sperare in qualcosa di più, magari tramite benemerenze che si era procurato dentro e fuori dell’Arma. In sostanza, con qualche raccomandazione, di quelle giuste... Ma era lui il primo a detestare certe procedure che sapevano di pastetta. E questo la dice lunga sul suo carattere di integerrimo tutore dell’ordine, chiamato quasi per grazia divina – era una sua fissazione che peraltro teneva per sé – a sostenere il ruolo di angelo venuto dal Cielo per castigare i cattivi e difendere i buoni. D’altra parte, proprio sulle sue manie di buonismo, s’era beccato qualche benevolo rimbrotto dalla moglie. In qualche occasione s’era sentito dire: ma fatti un po’ furbo, come tutti... Già, Marisa, la sua legittima consorte. Per chi ancora non lo conoscesse, Vitale è felicemente coniugato con una donna piacente e di una quindicina d’anni meno di lui, per di più piemontese purosangue, particolare non privo d’una certa importanza per uno che non s’è mai tolto del tutto il complesso del tarun come dicono a Torino; tarun e non terun come si sente a Milano. Fissazioni? Stava comunque di fatto che quando a Marisa scappava – per celia se non per affetto – un ‘Va là che appena apri bocca capiscono sùbito che sei tarun’, lui ci rimaneva male, anche se non lo dava a vedere. In ogni caso i litigi in casa Vitale sono rari e quasi sempre originati da paturnie da parte di lei con sottofondi di gelosia. Tant’è che Seba, a un certo punto, s’era permesso di riprenderla: “Ma credi che tutte le donne del mondo cadono ai miei piedi, affascinate dalla divisa...”. Piccoli screzi, trombe, come dicono in torinese per spiegare malumori più o meno passeggeri. “Quando ti sono passate le trombe...”: la frase non ricorreva spesso, ma qualche volta s’era sentita, soprattutto nel corso di un certo periodo in cui Marisa era particolarmente stanca, a motivo della ristrutturazione della casetta fra le vigne costata in soldi e tensioni nervose. Qui il discorso si allarga e investe la vita in comune di un uomo e una donna sicuramente bene accoppiati, ma con qualche ma. Niente di grave, per carità! Però... Le malelingue chiosavano con malizia l’assortimento fra i due: lei bella donna d’aspetto giovanile; lui che dimostrava più anni della sua età. C’erano inoltre voci malevoli che rievocavano il passato del maresciallo a Torino, soprattutto nel periodo in cui era alla Buoncostume. Storie sussurrate di frequentazioni con puttane e gargagnani. Vabbé, Vitale aveva i suoi altarini; ma era acqua passata, di quando faceva vita da scapolo più o meno giudiziosa. Qualcuno sosteneva addirittura che la carriera dell’allora brigadiere fosse stata facilitata da certe cose di cui era venuto a conoscenza e che riguardavano personaggi in vista della vita cittadina. Chi aveva cominciato a fare allusioni s’era aiutato efficacemente con la mimica; a chi voleva saperne alludendo a certi nomi, l’insinuatore rispondeva tacitamente con il palmo della mano che si alzava, come per dire più su. E chi sa sarà mai, forse A...? Il linguacciuto a quel punto allargava le braccia, facendo il gesto di scaricarsi ogni responsabilità, alimentando in tal modo le curiosità piuttosto che soddisfarle. Ma non è il caso, almeno per il momento, di farla lunga. Anche perché il maresciallo da lì a poco si sarebbe trovato alle prese con due inspiegabili omicidi; e come comandante a interim d’una stazione dell’Arma che non era neppure la sua doveva doverosamente sciropparseli, giusto come benvenuto. Ma prima d’allora... “Sai, forse mi dovrò assentare per un po’...”. L’uscita di Sebastiano arrivava probabilmente in momenti poco adatti. Sua moglie era infatti arrivata dalla casetta appena rimessa a nuovo. Lei sembrò nemmeno averlo sentito: “Adesso quei muratori hanno veramente rotto...”. Il marito non si sentì di continuare. Marisa si tolse nervosamente il golf che fece poi roteare ottenendo un effetto ventilatore, poi buttò di malagrazia le scarpe infangate sul pavimento. Dopo di che andò in cucina, forse non sapendo nemmeno lei per quale motivo dal momento che non c’erano pentole sul fuoco. Seba rimase come un baccalà in mezzo alla stanza che nell’alloggio del maresciallo fungeva da soggiorno. Seguì la moglie con lo sguardo, come se si aspettasse qualcosa simile a un incoraggiamento. Ci mise in seguito poco a capire che poteva scordarselo. Il discorsetto che s’era preparato doveva rimandarlo in circostanze più opportune. Ma quali. Forse quando si trovavano a letto? E se gli capitava – e non sarebbe stato insolito – d’essere chiamato per qualche intervento salvo poi ritornare quando lei dormiva della grossa? Meglio rimandare, magari all’indomani... In casa di solito non c’erano infingimenti. Quando uno dei due aveva qualcosa da dire lo diceva e basta; più o meno. Non mancavano peraltro momenti in cui i meno prevalevano sui più. Marisa aveva il suo caratterino, era meglio prenderla per il verso giusto. Ma insomma, lui che cosa aveva da dire di tanto importante al punto da suscitare eventuali malumori? Il motivo c’era; in precedenza aveva ricevuto una telefonata. Qualcuno dal Comando Regionale s’era ricordato di San Vitale, quello capace di fare miracoli, almeno in certi casi. In breve: un colonnello, con garbo iniziale trasformatosi via via in tono di ordine indiscutibile, gli aveva chiesto di sostituire pro tempore il comandate della stazione di Capriano Ligure. “Capriano? Mai sentito. E dove sarebbe...”. “Non si dovrebbe trasferire di regione. Anzi, rispetto a dove ora lei si trova la distanza è minima...”. “Può almeno dirmi la provincia?”. “Non gliel’ho detto? Alessandria”. Per un caso che non avrebbe saputo spiegare, Sebastiano fece un’aggiunta al momento incomprensibile: “In mezzo ai mandrogni...”. Marisa l’avrebbe capita, ma per un ufficiale d’origini meridionali non fu altrettanto facile. Ma questi erano dettagli. “Mi occorre sapere se posso contare su di lei...”. “Dovrei prima...”. Il maresciallo si morse la lingua. Doveva preventivamente sapere se la moglie era d’accordo. E meno male che aveva taciuto. Sapeva pure lui di certe voci che lo davano succubo di una donna che lo manipolava come un bamboccio. Non ignorava, del resto, che contro di lui s’era aizzata una specie di campagna denigratoria, frutto senza dubbio di meschine invidie e rivalità. C’era tuttavia chi lo difendeva a spada tratta e il colonnello Salvatore Impostato era uno di questi; se l’aveva cercato doveva avere i suoi buoni motivi, anche – da non escludere – qualche interesse personale. Non era pertanto il caso di contrariarlo. C’era chi descriveva Vitale come addirittura dotato di capacità paranormali. Settimino, lo aveva definito una zingara fermata a fare le carte sotto i portici. C’era poi voluta la traduzione di Marisa per apprendere che nelle campagne piemontesi setmin e minisoire erano appellativi rivolti a santoni e guaritrici. Settimino oppure no, Vitale intuì che il colonnello doveva trovarsi nei pasticci. E che cosa c’entrasse la stazione dei Carabinieri prima d’allora mai sentita lo avrebbe casomai scoperto in seguito. Dumse n’ardrisss, gli venne spontaneo dire dopo aver posato il telefono e aver confermato (c’era da dubitarne?) la sua disponibilità. Erano parole dialettali che in famiglia aveva sentito tante volte e che ripeteva a se stesso quando doveva affrontare situazioni impegnative. Stavolta non c’erano barbosi adempimenti burocratici o poco simpatiche decisioni da prendere inerenti alle funzioni di comando. Nel suo piccolo Vitale aveva sotto di sé un brigadiere e un ristretto numero di militari, variabile secondo l’andamento di trasferimenti e permessi. Marisa era rientrata con la luna di traverso. Il marito sperava almeno di affrontarla a viso aperto, dopo che lei sembrava evitare apposta il suo sguardo. Mica ce l’aveva con lui. Noo! Casomai con i muratori incapaci e mangiasoldi con i quali si era scontrata. Trombe o non trombe, alla fine Sebastiano si decise. Sbarrò con piglio energico l’ingresso del bagno. “Che fai, adesso mi impedisci anche di andare al gabinetto...”. “Volevo soltanto dirti una cosa”. “Sentiamo” rispose lei con espressione annoiata. Capriano è un luogo immaginario molto simile a certi comuni piemontesi al confine con la Liguria; sulla carta si trova a due passi dai caselli autostradali, ma per arrivarci... E meno male che al volante c’era Toscanelli, l’appuntato che non si sarebbe mai stancato di guidare; bravo, ma in certi momenti anche un po’ spericolato, soprattutto quando sul tettuccio del Defender di dotazione la luce blu si accompagnava alla sirena. Partenza di buon mattino. Nebbia che si fa più fitta al casello di Villanova d’Asti. Traffico prevedibile di TIR e macchine veloci, di quelle da multare anche senza autovelox. Ma Vitale non si trova lì per regolare il traffico. Dopo un po’ è colto da malessere; primo segnale, un riflusso esofageo all’aroma di caffè, lo stesso bevuto quasi di corsa con la moglie in vestaglia che porgeva la tazza. Il mi raccomando della moglie gli echeggiava in testa, su e giù come il contenuto dello stomaco. “Puoi smorzare il riscaldamento?”. “Guardi che l’ho spento già da un bel po’”. Il maresciallo abbassò il vetro. L’aria fresca gli fece più male che bene. Un pensiero fisso lo tormentava: avesse dato ascolto a Marisa, quando gli diceva di fare un’abbondante colazione, forse adesso si sarebbe sentito meglio. Lo diceva anche un suo parente, anziano pescatore, che passava le nottate in barca con le lampare: mai andare per mare a stomaco vuoto. Cercò di distrarsi. “Dove hai detto che dobbiamo uscire?”. “Veramente non l’ho detto...”. ”Ma che cacchio d’autista da rally sei...”. L’idea del rally piacque. Toscanelli premette sull’acceleratore, si sentì ringalluzzito. Vitale continuò con le sue patetiche uscite: “Mi sembra che dovremmo uscire a Tortona...”. “Non credo” rispose con sicurezza l’autista. “Meglio Vignole Borbera...”. “Ma va’? Allora ci sarà il vino buono...”. “Marescià, Borbera non barbera”. “E che sarà mai tutta ’sta differenza... Funziona almeno questo cacchio di navigatore satellitare?”. Toscanelli ricordò tutte le riserve del superiore espresse al momento dell’installazione sull’auto dei Carabinieri. “In tutta la mia vita mi sono mosso con mappe e cartine stradali e non ho mai perso la trebisonda...”. “Marescià, una volta si andava con le carrozze...”. “E con questo che cosa vuoi dire, che sono rimasto a quei tempi? Quand’ero a Torino guidavo il cellulare con una mano sola, che ti credi...”. “C’era ancora il tram a cavalli?”: “Ma guarda ’stu screanzato...” rispose Vitale facendo il gesto, solamente il gesto ovviamente, di mollare una sberla. Apparve, provvidenziale, l’avviso della prossima uscita. Sebastiano tirò un sospiro di sollievo. Dopo il casello ci fu una sfilza di cartelli indicatori impilati uno sull’altro. Tutte località che non gli dicevano niente. Non avrebbe saputo quale direzione prendere. “Destra o sinistra?”. Fregandosene delle alternative suggerite dal maresciallo, l’autista ingranò la prima e andò dritto filato. Vitale ci rimase di princisbecco; a ben vedere per Capriano Ligure si doveva passare proprio da lì. Per fare il disinvolto. il maresciallo se ne uscì: “Ligure, ma ’sto benedetto paese non doveva trovarsi in Piemonte?”. “Guardi che... Non lo so nemmeno io, ma da queste parti di nomi piemontesi con Ligure ce ne sono”. “Come Novi Ligure?”. “Appunto...”. Vitale tirò fuori il cellulare: “Pronto Marisa, solo per dirti che siamo usciti dall’autostrada. Adesso dovresti sentirti più tranquilla...”. Dopo la breve comunicazione, il maresciallo provò un po’ di vergogna al pensiero di apparire come un bambino che voleva tranquillizzare la mamma. Del resto, in paese già si conoscevano le ansie della signora. La notizia della telefonata notturna di lei fatta nel corso di un appostamento poi andato a rotoli per il trillo che si fece sentire come una sirena – giusto per avere notizie del marito assente da casa per troppo tempo – aveva fatto il giro di bar e negozi, fuori e sotto i portici del centro. Il paesaggio mutò. La strada fra i colli si restrinse, i centri abitati si fecero rari. Man mano che procedevano, Vitale si domandava in che cavolo di posto si fosse cacciato. Dalle sue parti le colline erano ricoperte di filari e campi coltivati; adesso sembrava non ci fossero altro che boschi. “Mah, sarà il terreno che non si presta” disse fra sé, come per magra consolazione. I casolari sulle sommità erano sormontati da pennacchi di fumo che facevano tutt’uno col grigiore del cielo. L’immagine evocò l’atmosfera del fuoco casalingo. La vista di un bel camino scoppiettante avrebbe di sicuro rinfrancato; almeno Vitale, che della dimora messa a nuovo s’era soprattutto preoccupato di ripristinare il camino: non grande, ma con un buon tiraggio e la catena annerita per aggangiarci il paiolo. In fondo, la meritata pensione ormai prossima cos’altro era se non la possibilità di sfregarsi le mani quasi a contatto della fiamma, in un tranquillo ambiente famigliare lontano dalle brutture della vita. Nel frattempo Marisa si sarebbe data una calmata, avrebbe pensato più al marito che ai crucci che le procuravano i costi di rubinetti e mattoni. Sui figli, Sebastiano aveva fatto una croce. Curioso: fra i due nemmeno se ne parlava, come se l’argomento non li riguardasse. A loro la vita andava bene così com’era; a modificarla c’era il rischio di incorrere in situazioni peggiori. Non che a Marisa peraltro spiacesse; lo si poteva capire dalla tenerezza con la quale abbracciava le bimbe delle sorelle che venivano a farle visita. Erano le volte che si faceva raccontare le ultime del paese dell’astigiano dove era nata e dove, fra l’altro, aveva conosciuto Sebastiano. Lui c’era arrivato quasi per caso, mandato per un’indagine che all’Operativo di Torino avevano scaricato su di lui, come una gatta che nessuno si sentisse di pelare. Sebastiano pensava ancora al momento del primo incontro: un parco pubblico con aiuole e busti di pietra raffiguranti illustri personaggi, sentieri coperti di ghiaietto che attutiva il battito dei passi. Lei che si annuncia all’improvviso, mentre lui guarda il panorama collinare... Amore a prima vista. Sensibile al fascino femminile, Sebastiano lo era già per conto suo; anzi, perfino quello da bocca buona. Ma come rimanere insensibili di fronte a uno splendore di ragazza bionda, occhi color nocciola, carnagione bianchissima e delicata; per di più con un timbro di voce particolare, appena rauco. E poi il profumo che emanava il suo corpo colto nel momento in cui lui la seguì nella visita del parco. Fra disturbi di stomaco e rievocazioni di momenti esaltanti della sua vita Sebastiano continuava a sentirsi in bambola. Dopo un po’ il paesaggio gli fu indifferente. Neppure il tranquillizzante tra un po’ dovremmo esserci di Toscanelli riuscì a toglierlo dal suo stato di apatia. C’era voluto qualcosa di insolito a cogliere l’attenzione. Ai lati della strada apparvero due uomini bardati con giacconi e stivali. Reggevano borse pendule che, guardando meglio, erano carnieri; e ben pieni, come potevano far pensare le lunghe penne d’uccello che spuntavano. Alla coppia di cacciatori se ne aggiunsero poco dopo altri: tutti baldi e fieri stavolta con le prede ballonzolanti dai cinturoni. Apparve una casa bassa e col tetto piatto, con l’insegna di un circolo venatorio. L’improvvisa apparizione lo riportò alla realtà. “Tu vai a caccia?” domandò. “Non me ne potrebbe fregare di meno” rispose sbrigativamente Toscanelli, come se non volesse farsi distrarre dalla guida. “Magari da queste parti si mangia pure bene...”. “Non mi pare di aver visto tanti ristoranti...”. L’autista non finì la frase. A una curva apparve l’insegna di una trattoria e subito dopo uno spiazzo asfaltato sul quale si affacciava una casa. L’edificio era isolato e situato al fondo di un dirupo. All’altro lato della strada c’era un caseggiato abbandonato fra rovi e rami sporgenti. “Trattoria dei Cacciatori... non sembra male”. Toscanelli disse la sua: “Deve essere uno di quei posti falsamente rustici, dove ti pelano alla grande...”. “Beh, magari per una pizza...” aggiunse il maresciallo giusto per pensare a qualcosa di non spiacevole. In quei momenti i due carabinieri non potevano (e come avrebbero potuto) sapere che, non più tardi dell’indomani, lo spiazzo antistante si sarebbe rivelato teatro di un delitto.
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