Un libro ed un caffè ghiacciato.

1022 Words
Riuscii, a stento, a scappare da quel gruppo di miei colleghi che la voce squillante di Fujiko mi raggiunse ,nonostante avessi indosso le cuffie e i BTS che stavano ancora cantando a volume, discretamente, alto. Mi chiese il numero di telefono e, pensando alla me che si era totalmente isolata durante la sessione invernale di esami, glielo diedi imponendomi silenziosamente un piccolo obbiettivo personale; dovevo socializzare e provare a capire cosa volesse dire avere relazioni col prossimo. Da quando i miei genitori persero la vita in quell'incidente, io non riuscii ad avere più nessun tipo di interesse nell'interazione con gli altri. L'unica persona a cui mi ero, totalmente, affidata fu la Dottoressa Lee che, da quando ripresi conoscenza dopo quel terribile accaduto, mi fece da tutrice e mi crebbe con amore e responsabilità, senza farmi mai mancare nulla. Lavorava sodo all'ospedale, a volte facendo il doppio turno, per far sì che potessi studiare ed avere un futuro brillante, come ogni madre desidererebbe per i propri figli. Eppure, gli anni passarono e io mi isolai sempre più nel mio mondo fatto di "SE" e "MA". Le scuole medie e superiori passarono così in fretta che, dall'oggi al domani, mi trovai ad essere la ragazza che sono oggi. Una ragazza sola. Ho passato l'adolescenza a rimuginare su quale fosse il senso della vita, sul perché fossi ancora lì mentre i miei genitori non c'erano più. Ero depressa, non mi volevo tanto bene. Il solo pensiero di svegliarmi la mattina e fissarmi allo specchio, riconoscendo gli occhi di mia madre nei miei e la forma del viso minuto di mio padre nel mio, mi faceva soffrire così tanto da aver iniziato a fare i conti con gli attacchi di panico e l'ansia che si intensificavano sempre più. Come potevo piacere a qualcuno se neanche io mi piacevo? Così, preferii la solitudine alla vita sociale. La preferii fino ad oggi. Guardando quelle locandine, affisse ovunque per la città e l'incontro con Fujiko e gli altri ragazzi, mi smosse qualcosa di, totalmente, sconosciuto dentro. E' stata una piccola scintilla. Che quella fosse la felicità di cui, tanto, si parla?! Si era fatta, ormai, sera e il sole stava tramontando. Decisi di rintanarmi nel mio caffè letterario preferito, gestito da un'anziana signora col suo giovane figlio molto riservato, su per giù sui 25 anni. Ordinai il mio solito "Iced Coffee Macchiato" e, prima di scegliere il tavolo dove mi sarei accucciata, scelsi un libro da leggere dalla gigantesca libreria del locale che lo divideva, perfettamente, a metà. Mi allungai, come meglio potessi, per riuscire a raggiungere il libro che mi interessava riposto sullo scaffale più alto del mobile. Sentii le gambe tremare e, in un batter d'occhio, persi l'equilibrio. Immaginavo già il livido che mi sarebbe uscito sul mio povero di dietro, dopo la caduta e, con mio stupore, venni accolta e stretta da due braccia, agili e forti. Mi girai per ringraziare la persona che mi aveva evitato una brutta botta sul pavimento e, alzando la testa, davanti a me vidi torreggiare il figlio della proprietaria che mi superava di circa 30 cm. Lo guardai e, goffamente, mi inchinai per scusarmi e ringraziarlo. Lui fece un sorriso così dolce e genuino che, per un attimo, non ricordai neanche dove fossi. Mi porse la sua grande mano e si presentò: > mi disse con un po' d'imbarazzo in volto. Ricambiai presentandomi e cercando di essere il più gentile possibile. Lui incalzò dicendomi che ormai ero diventata una cliente abituale del loro locale e che gli avrebbe fatto piacere offrirmi il caffè quella sera, come riconoscenza per tutte le volte che acquistavo da loro. Si allungò e mi diede il libro che stavo cercando di afferrare un istante prima. > disse Shino con un brillio negli occhi. Si trattava della biografia di un famoso violoncellista statunitense di origini cinesi, Yo-yo Ma. Mi affascinava tutto ciò che riguardava il mondo degli strumenti ad arco, in particolare il violoncello col suo suono armonico e vibrante. Shino mi chiese se suonassi o fossi, semplicemente, una buona ascoltatrice. Con sua sorpresa, gli rivelai di saper suonare il violoncello e la viola e che, nei momenti di forte stress, mi distendeva suonare quelle corde con tanta emozione fino ad estraniarmi da tutto ciò che mi circondava. Era una passione che mi avevano trasmesso i miei genitori da quando ero in fasce. Mamma suonava la viola e papà il violoncello. Era il mio pane quotidiano. Come se fossi tornata alla realtà, mi trovai il mio caffè ghiacciato tra le mani, chiedendomi quando mi fosse stato dato e da quanto lo tenessi tra le mani. Sorrisi a Shino facendo un veloce cenno con la testa in direzione del tavolo che, da lì a breve, avrei occupato. Con un po' di dispiacere nei suoi occhi neri e profondi, mi fece accomodare, mi porse il libro e, con un sorriso di chi voleva trattenersi ma era impossibilitato dal lavoro, mi salutò gentilmente e raggiunse la madre dietro al bancone della caffetteria che pullulava di gente in attesa di prendere la propria ordinazione. Scelsi il tavolo che poggiava, direttamente, sulla vetrina del locale. Mi piaceva leggere e gustare il mio caffè osservando, di tanto in tanto, la città che cambiava faccia, man mano che spariva il sole e veniva illuminata dai grandi schermi e le grandi insegne sui negozi e i grattacieli. Lessi, concentratissima, il libro che avevo scelto la sera, non tenendo d'occhio l'orologio. Ad un certo punto, la mano leggera e gentile di Shino si posò sulla mia spalla facendomi saltare dalla sedia, come una molla, dallo spavento. Lui rise e mi avviso che, da lì a breve, la caffetteria avrebbe chiuso. Mi accorsi che si era fatto davvero tardi e, chissà, se sarei riuscita a prendere l'ultimo treno per tornare a casa. Così, sbadatamente, infilai il libro dentro il mio zaino, salutai educatamente Shino e sua madre e mi precipitai, letteralmente, verso la stazione. > dissi, senza fiato per la corsa fatta per arrivare in tempo.
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