I. Fuori«Non c’è posto! Siamo al completo!»
L’uomo mi sbatté la porta in faccia.
Era il colpo di grazia!
Avere vagabondato per tutto il giorno alla ricerca di un lavoro; avere implorato un lavoro qualsiasi, sufficiente a sfamarmi; avere vagabondato e implorato invano… era già sgradevole. Ma, addolorato, depresso nella mente e nel corpo, esausto per la fame e la fatica, essere costretto a dimenticare il poco orgoglio rimasto e aver chiesto, da quel disperato mendicante senza soldi che ero, un alloggio per una notte all’ostello dei poveri, e averlo chiesto invano, era la cosa peggiore! Molto più grave. Era quanto di peggio mi potesse capitare.
Rimasi immobile, fissando con sguardo attonito la porta che mi avevano appena sbattuto in faccia. Riuscivo a stento a credere che una cosa simile fosse possibile. Non avrei mai immaginato di diventare un barbone; ma, anche ammettendo di riuscire a concepire l’idea di esserlo, il fatto di venire rifiutato in un luogo abominevole come l’ostello dei poveri, significava aver raggiunto un livello di miseria che non avevo mai neppure sognato nei miei incubi peggiori.
Mentre me ne stavo lì immobile, un uomo mi si avvicinò, uscendo dall’ombra della parete.
«Non ti lascia entrare?»
«Dice che è al completo».
«È al completo, eh? È sempre così a Fulham: dicono sempre che non c’è posto. Vogliono mantenere basso il numero degli ospiti».
Io guardai l’uomo; aveva la testa piegata in avanti e le mani affondate nelle tasche dei pantaloni che, come tutti gli altri vestiti, erano stracci. La sua voce era roca.
«Intendi insinuare che mi hanno detto che non c’è posto e invece ce n’è… che non mi lasciano entrare anche se possono?»
«È proprio così».
«Ma non sono obbligati a farmi entrare se hanno posto?»
«Ma certo che lo sono e, per Dio, se fossi in te li costringerei. Li costringerei!»
Elencò una serie terribile di imprecazioni.
«Ma cosa posso fare?»
«Suona un’altra volta. Fagli capire che non ti lasci imbrogliare».
Io esitai e poi, spinto da un impulso, suonai di nuovo il campanello. La porta si spalancò e l’uomo grinzoso, che aveva risposto anche prima alla mia chiamata, comparve sulla soglia. Anche lui era un ospite ma, se fosse stato il presidente della Società dei Guardiani, non avrebbe potuto guardarmi con maggiore sarcasmo.
«Sei ancora qui? A che gioco stai giocando? Pensi che io non abbia niente di meglio da fare che stare qui a sentire quelli come te?»
«Voglio entrare».
«Ti ho detto che non puoi entrare!»
«Voglio vedere un’autorità».
«Ce l’hai davanti, un’autorità».
«Voglio vedere qualcuno superiore a te; voglio il padrone».
«Non vedrai il padrone!»
L’uomo fece per chiudere la porta ma, preparato a una manovra del genere, misi il piede in modo da impedire alla porta di chiudersi e continuai a parlargli.
«Sei sicuro che l’ospizio sia pieno?»
«È al completo da due ore!»
«Ma io cosa devo fare?»
«Non lo so cosa devi fare!»
«Dov’è l’ostello più vicino?»
«A Kensington».
All’improvviso l’uomo aprì la porta e, mentre mi rispondeva, allungò un braccio verso di me, spingendomi indietro. Prima che potessi riprendermi dalla sorpresa, chiuse la porta. L’uomo vestito di stracci aveva assistito a tutta la scena. Ora parlò.
«Un bel tipo, vero?»
«Ma è solo uno dei poveri ospitati. Ha l’autorità di agire come un ufficiale?»
«Ti dico che alcuni dei poveri sono peggio dei guardiani, molto peggio! Pensano di essere a casa loro, ci puoi scommettere. Oh, è davvero un bel posto, eh?»
Si interruppe. Io esitai. Da un po’ di tempo si sentiva la pioggia nell’aria. Ora cominciò a cadere una pioggerellina fine ma insistente. Ero davvero esasperato. Il mio compagno mi fissò con uno sguardo di stolida curiosità.
«Non hai soldi?»
«Nemmeno un centesimo».
«Ti trovi spesso in queste condizioni?»
«È la prima volta che chiedo asilo in un ospizio, ma sembra proprio che non ci riuscirò».
«Credevo che fossi più in gamba; cosa farai ora?»
«Quanto è lontano Kensington?»
«Da qui? Circa cinque chilometri. Ma, se fossi in te, proverei a St. George».
«Dove si trova?»
«Sulla Fulham Road. Kensington è un posto piccolo, dove si sta bene ma è sempre al completo. Ci sono più opportunità a St. George».
Io rimasi in silenzio. Ripensai alle parole dell’uomo, incerto in quale luogo fosse meglio provare. Poi lui parlò di nuovo.
«Ho viaggiato attraverso Reading o… oggi, e ho camminato sempre a… a piedi e, mentre venivo ad Hammersmith, mi sono sentito male e ora sono davvero sconvolto! Questa è una… bella zona e vorrei che tutti qui andassero in fondo al mare, ci puoi scommettere. E ora non proseguirò oltre. Troverò un letto qui e non voglio sentire ragioni!»
«Ma come ci riuscirai? Hai dei soldi?»
«Se ho dei soldi? Mio Dio! Ho l’aria di avere dei soldi? Parlo come chi ha dei soldi? Non vedo una sterlina da molto tempo, forse da sei mesi».
«E allora come otterrai un letto qui?»
«Come lo otterrò? Ecco, in questo modo». Prese due pietre, una in ogni mano. Gettò la pietra nella sinistra contro il vetro sopra la porta dell’ostello. Il vetro si ruppe e anche la lampada. «Ecco come avrò un letto».
La porta si aprì in tutta fretta. Comparve il grinzoso vecchio di prima. Gridando, sbirciò nelle tenebre.
«Chi è stato?»
«Io, capo. E, se vuoi, mi vedrai lanciare anche l’altra pietra. Potrai lustrarti gli occhi».
E, prima che il vecchio potesse dire qualcosa, l’uomo lanciò l’altra pietra nel vetro. Capii che era meglio andarsene. L’uomo si stava procurando un letto per la notte a un prezzo che, pur nella mia tragica situazione, non ero disposto a pagare.
Quando me ne andai, due o tre persone erano comparse sulla scena e l’uomo vestito di stracci stava rivolgendo loro parole che lasciavano ben poco spazio all’immaginazione. Mi allontanai senza essere notato. Avevo fatto pochi passi quando cominciai a pensare che forse avrei dovuto tentare anch’io la fortuna, spaccando un vetro. E, a dire la verità, inciampai più di una volta mentre tornavo sui miei passi.
Non avrei potuto scegliere una notte peggiore per una passeggiata. La pioggia era fitta come la nebbia e non solo mi aveva infradiciato fino alla pelle, ma rendeva anche difficoltoso vedere davanti a me, in qualsiasi direzione. Il quartiere era male illuminato. Ero uno straniero in quelle strade. Ero arrivato a Hammersmith come ultima risorsa. Avevo cercato un lavoro che mi aiutasse a tenere uniti il mio corpo e la mia anima in tutte le zone di Londra finché era rimasto solo il quartiere di Hammersmith. Ma a Hammersmith perfino l’ostello mi aveva rifiutato!
Allontanandomi dalla porta dell’inospitale ostello, mi ero incamminato verso sinistra e, in quel momento, mi ero rallegrato della direzione presa. Ora invece, con il buio e la pioggia, la località che mi ero prefissato come meta sembrava irraggiungibile. Sembrava che mi fossi lasciato dietro le spalle tutta la civiltà. La strada non era asfaltata ed era piena di buche. Le case erano poche e molto distanziate. E le abitazioni che trovai sul cammino sembravano, in quella scarsa luce, piccoli cottage sull’orlo della fatiscenza.
Non potrei dire con esattezza dove mi trovavo. Avevo solo una vaga idea che, se avessi continuato a camminare dritto, mi sarei trovato nelle vicinanze di Walham Green. Non sapevo quanto avrei potuto andare avanti. Non c’era in giro nemmeno un’anima alla quale rivolgere una domanda. Che zona desolata!
Immagino che fosse tra le undici e mezzanotte. Non avevo rinunciato a chiedere un lavoro fino all’ora di chiusura dei negozi e a Hammersmith quella sera i negozianti non avevano chiuso presto. Poi avevo vagabondato senza una meta, disperato, chiedendomi cosa potessi fare.
Avevo cercato alloggio e una cena gratuita all’ospizio solo perché avevo paura che, se avessi trascorso una notte all’aperto senza mangiare, la mattina dopo sarei stato distrutto e non avrei avuto nessuna possibilità di trovare lavoro. Era stata anche la fame a trascinarmi verso la porta dell’ostello dei poveri. Era mercoledì. Da domenica notte le mie labbra non avevano sfiorato nulla che non fosse l’acqua delle fontanelle comunali, se si eccettua una crosta di pane che mi aveva dato un uomo che stava accasciato ai piedi di un albero a Holland Park. Stavo girovagando da tre giorni. Sentivo che, se non avessi mangiato qualcosa, la mattina dopo avrei avuto un collasso… che sarebbe arrivata la fine. E tuttavia, in quello strano e inospitale posto, a quell’ora di notte, dove avrei potuto trovare da mangiare? E come?
Non so quanto camminai. A ogni metro che percorrevo, i piedi mi facevano sempre più male. Ero stanco morto, esausto, sia nel corpo che nell’anima. Non avevo più forze né coraggio. E la fame che mi attanagliava le viscere sembrava gridare dentro di me. Mi appoggiai a un palo, tremante. Se la morte mi avesse colto in quel momento in fretta, senza dolore, l’avrei considerata un’amica. Era insopportabile quell’agonia!
Mi ci vollero cinque minuti per riprendermi e riuscire a staccarmi dalla palizzata per ricominciare a camminare. Continuai a percorrere, traballando, la strada dissestata. Una volta, come se fossi ubriaco, persi l’equilibrio e mi ritrovai per terra, sulle ginocchia. Ero in uno stato tale che, per qualche secondo, rimasi immobile in quella posizione, con la mezza intenzione di lasciarmi andare e di mettermi nelle mani di Dio. Avevo davanti una lunga notte, che terminava nell’eternità.
Dopo essermi rimesso in piedi, riuscii ad avanzare per circa duecento metri lungo la strada; solo il Cielo sa che mi sembravano duecento chilometri! Poi venni colto da un malore causato senza dubbio dalla mancanza di cibo. Disperato, mi appoggiai a un muro sulla strada. Senza di esso sarei caduto come un mucchio di stracci. L’attacco sembrò durare per ore, anche se immagino che fu questione di pochi secondi. Quando ripresi conoscenza, era come se avessi dormito. Il dolore era lancinante. Esclamai ad alta voce: «Cosa non farei per una fetta di pane!»
Mi guardai intorno, in una sorta di frenesia. In quel momento, per la prima volta, mi resi conto che dietro di me c’era una casa. Non era grande. Era una delle cosiddette ville che in questi anni sorgono come funghi in ogni quartiere di Londra e che vengono affittate da venticinque a quaranta sterline all’anno. Era una villetta monofamiliare. Da ciò che potevo vedere in quella luce scarsa, non c’erano altre costruzioni per venti o trenta metri. Al piano superiore c’erano tre finestre con le persiane chiuse. La porta d’ingresso si trovava sulla destra. Si entrava da un piccolo cancello del giardino.
La casa era così vicino alla strada che, appoggiandomi al cancello, quasi toccavo le finestre del piano terra. Erano due. Una di queste aveva la cerniera di apertura nella parte inferiore e il vetro era sollevato di qualche centimetro.