Chartres, Francia. In prossimità della cattedrale di Notre Dame

871 Words
Chartres, Francia. In prossimità della cattedrale di Notre Dame LATITUDINE 48°26’50’’ NORD LONGITUDINE 1°29’16.23’’ EST La luce del destino squarcia il buio profondo dell’animo, illuminando la notte del cuore in un susseguirsi di luci che vanno a poggiarsi sugli occhi di lei. Avevo chiuso gli occhi su questa terra nel modo più onorevole ed esaltante che un cavaliere potesse desiderare: pur avvertendo le fitte e gli spasmi che si prendevano gioco del mio corpo, ogni dolore pareva sedato e reso nullo dalle mani della donna che mi stava dinnanzi. Le ferite profonde che mi erano state inferte in battaglia avevano, alla fine, avuto la meglio sulla mia voglia di vivere. Avevo combattuto - e questo era importante - in maniera onorevole, difendendo fino all’ultimo il vessillo bianco e nero che contraddistingueva il mio ordine guerriero. Sdraiato in un giaciglio di fortuna sentivo la vita che lentamente mi abbandonava. Guardavo la donna, conscio di quell’ultimo quadro di esistenza, mentre dalla sua bocca uscivano parole che non riuscivo più a sentire. Comprendevo il movimento delle labbra, quelle labbra sulle quali le mie mani si erano poggiate per infiniti istanti d’amore; potevo interpretare la dolcezza con la quale la parola suggellava il giuramento più saldo tra due compagni di vita. L’eternità dell’amore stava prendendo forma proprio mentre una parte del mio corpo, quella più sacra e spirituale, si apprestava a lasciare ogni vincolo terreno; avevo ora ben presente dinnanzi alla mia anima quale fosse il peso e il valore dell’unione. Ne vidi la forza mentre, ormai privo di vita, lei ebbe cura di incrociare le mie mani sul petto a stringere l’elsa della spada; incrociò le mie gambe, in un gesto simbolico teso a incanalare ogni energia residua dentro un percorso di fluidi e carne. In quello stesso modo e con quell’usanza i Cavalieri del mio Ordine erano soliti celebrare il passaggio ad altra vita dei loro fratelli defunti. Potevo guardare ogni scena di quella cerimonia assistendo da un palco privilegiato che mi era stato assegnato, per un temporaneo transito verso altre vie, da anime buone e sensibili all’amore terreno. Vedevo, non più con occhi umani ma attraverso lo spirito, le lacrime che sgorgavano dagli occhi della mia donna; erano gocce di una rugiada di passione e d’amore che andavano a poggiarsi su quello che era stato il mio mantello bianco. Per gravità, o per mera attrazione del simbolo, quelle stille cadevano sul centro della croce color rosso vermiglio ricamata sul fianco della candida veste; quel fiume di tenerezza e di disperazione si spandeva sul grande vessillo rendendolo ancora più vivace e luminoso nell’ultimo saluto che la mia bionda compagna di una vita mi stava riservando. In quel momento di passaggio mi furono chiarissime, così forti da restare scolpite nell’animo, le nostre ultime parole. Il nostro non sarebbe mai stato un addio ma la promessa di ritrovarci nel tempo, attraverso il tempo. Ebbi modo di osservare la cerimonia del mio funerale e la vidi poggiare sul mio corpo una rosa rossa che le sue mani avevano preparato ritualmente, spezzando il lungo gambo e disponendolo ad angolo retto tra le mie mani. Poi la luce mi avvolse e vagai. Vagai ancora pronunciando il suo nome, sperduto in un limbo dove incontrai anime come la mia, colme d’amore per una donna. Anime legate indissolubilmente alla vita, a quella vita che ha un senso profondo quando la si vive nella sua pienezza e nella completezza di un sentimento così intenso da frammentare ogni cellula del corpo. Una fila di candele bianche illuminava il giaciglio. Lei lenta si avvicinava, intorno era il silenzio e tutto sembrava rallentare; tra le dita candide si intrecciavano il rosario e la rosa con il gambo spezzato, gocce rosso porpora sgorgavano e uscivano da quella pelle delicata. Lei stringeva forte e non sentiva il dolore della carne lacerata. Il cuore gonfio, il grido soffocato l’avevano anestetizzata. Li strinse al suo seno e fu invasa dal gelo. Il corpo di lui era ormai imprigionato dentro il freddo marmo. Il calore che l’aveva avvolta tutte le volte che lui l’aveva presa fra le sue braccia era svanito insieme al suo spirito. Il gelo li aveva avviluppati. Sollevò gli occhi al cielo, lacrime rigavano il suo viso cereo eppure dolce come non mai. Fu trafitta da un dolore sordo, il cuore stretto da una morsa che toglieva il respiro. Il suo sguardo si intrecciò con gli occhi socchiusi di lui e giunse a quelli del Re dei Re, che stava sopra loro sulla sua Croce, dinnanzi alla quale lei abitualmente pregava. Si fissavano uniti dallo stesso sapore della morte. Ora le spine della corona si univano a quelle della rosa. Le sue gambe all’improvviso cedettero: l’abito bianco e i capelli seguirono delicatamente il corpo di lei attirato al pavimento, arreso, privo di forze. Dalle sue labbra rosee uscirono flebili le parole dell’amore più grande: « Notre père qui es aux cieux…» implorava e supplicava. Non aveva mai provato un dolore così immenso. L’ultima regina cadde rovinosamente impotente dinnanzi alla morte del suo primo cavaliere, colui che aveva scelto per l’eternità. Eternità. Quella parola risuonava come un’eco lontana e si sentì accarezzare i capelli. Chiuse gli occhi; non aveva retto a quel dolore. A terra insieme a lei la rosa con il gambo spezzato, grandi ali di farfalla come uno strano scherzo del destino si posarono sul suo vestito immacolato. Lacrime e rugiada tra i petali.
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