Assistette alla cerimonia con attenzione e partecipazione, rivedendo nel percorso del giovane postulante ogni momento della propria iniziazione, ricordando i rumori, i suoni, le sensazioni e i profumi del tempio di Deventer, la sua città natale. Furono proprio quelle forti emozioni a ricondurlo con la mente al dolore e alla solitudine causati dalla lontananza dalla sua amata: in quell’istante balenò nella sua mente la decisione di raggiungere e congiungere, utilizzando un rituale antico, una parte del proprio corpo con quello di Caterina.
La cabina della Roos van de Zeeën era il luogo della riflessione, la camera di compensazione tra il sogno e la realtà, il rifugio dell’anima. Hendrikus la trovava in perfetta armonia con il proprio modo di essere e di vivere. Pulita ed essenziale eppure carica di ricordi dei viaggi e delle città toccate durante la navigazione, rappresentava una sorta di diario dello spirito nel quale erano custoditi momenti di vita. Le numerose lame orientali appese alla parete denotavano una sua attenzione particolare verso i dettagli, così presenti nelle spade e nelle daghe finemente intarsiate e cesellate. Manici in materiali pregiati con rappresentazioni di battaglie e di eroi, scene di caccia e lotte tra animali mitologici. Figuravano poi, nella parete dove era incastrato il letto dell’ufficiale, due lastrine di marmo bianco, appese alle travature in legno con un gioco di corde rosse, sulle quali apparivano alcune scritte incise profondamente. Nella penombra della cabina il nostromo De Witt dovette strizzare gli occhi per mettere a fuoco i testi. Sulla prima lastra marmorea ebbe modo di leggere le cinque righe della frase tante volte studiata e indagata insieme al Capitano: “ Il y a un temps la Reine courait vers la pierre”, segni cabalistici eppure ben noti, conosciuti, visti per mille volte e sempre avvolti nel mistero più intenso. Subito sotto, un’annotazione tracciata sulla pietra con l’uso di una matita, con le lettere A..L..C..O..R.. seguite da tre punti in forma triangolare. Nella seconda lapide, di dimensioni più grandi, con caratteri che ricordavano le lapidi della Roma imperiale, risaltava la scritta:
LATET SOL IN SIDERE
ORIENS IN VESPERE
ARTIFEX IN OPERE
PER GRATIAM
REDDITUR ET TRADITUR
AD PATRIAM
E un’annotazione, tracciata a matita, che riproponeva il testo in francese 1 .
Più discostata dal testo in un’unica riga era riportata la scritta, anch’essa caratterizzata da tre punti,
V..I..T..R..I..O..L..
Peter De Witt osservò nuovamente quelle iscrizioni che durante ogni sua visita nella cabina del capitano Looman erano sempre state coperte da un pesante drappo rosso. Con il capitano aveva studiato a fondo quelle scritte, disquisendo sul loro significato: non era la traduzione letterale bensì il messaggio nascosto in esse a poter chiarire i risvolti di un cifrario che si tramandava da secoli, un messaggio che sarebbe stato in grado di svelare il mistero che si celava dietro la presenza dei Superiori Sconosciuti sulla terra. Peter restò qualche secondo immobile dinnanzi alle lapidi, riandando con la mente all’immagine di Looman intento a studiare ogni singola lettera delle lapidi, nel tentativo di trovar tracce e spunti che diradassero la pesante cortina sul mistero. Hendrikus era forte, consapevole della missione, orgoglioso del compito che gli era stato assegnato. La sera prima l’aveva visto sbarcare dalla Roos van de Zeeën in perfetta forma e l’aveva visto anche rientrare, a tarda notte, in salute: quella notte, nonostante la fretta mostrata dal capitano nell’appartarsi in cabina, niente avrebbe fatto presagire una fine tragica di un uomo di grande forza, stimato e amato da tutto il suo equipaggio. Il nostromo, rimasto solo per qualche minuto, rivolse nuovamente lo sguardo al volto del suo comandante: il viso sereno rivelava un leggero sorriso, come se nell’ultimo istante della sua vita avesse avuto modo di ricongiungersi con la moglie. Peter sapeva bene quale tristezza avesse accompagnato il viaggio del capitano verso il Mediterraneo: il cuore dell’uomo era rimasto alla fonda nel mare dell’amore per Caterina.
Era rientrato frettolosamente nella cabina della goletta olandese dopo aver chiesto il trasporto via mare ad uno dei pescatori che abitualmente stazionavano nella rada del porto di Cagliari. Come spinto da una forza invisibile che l’aveva rapito durante tutta la cerimonia di iniziazione del nuovo adepto dell’officina liberomuratoria cagliaritana, il giovane capitano aveva salutato con un rapido scambio di parole il nostromo De Witt prima di rinchiudersi nel silenzio e nella riservatezza del suo alloggio. Aveva ben chiaro quale fosse il rituale da seguire, quali parole pronunciare e quali segni tracciare per poter trasportare una parte del proprio corpo verso la lontana Olanda, a Deventer, dove la giovane moglie ne attendeva il ritorno. Durante la serata Hendrikus aveva ripercorso mentalmente le pagine dell’antico testo ove figurava tutta la procedura magica per condurre il celebrante verso una dimensione cosmica che gli permettesse di separare il proprio corpo fisico dal corpo spirituale, rendendolo così in grado di materializzarsi in una forma fluttuante in luoghi lontani. Questo era il suo obiettivo, l’obiettivo finale di una cerimonia che fino ad allora non aveva mai condotto.
Da un cassettone situato ai piedi della cuccetta prese cinque candele bianche e un pezzo di gesso, di quelli abitualmente utilizzati sulla lavagna di bordo per le comunicazioni di servizio. Mentre ripercorreva mentalmente ogni passaggio, Hendrikus si tolse il berretto e la pesante giacca invernale della divisa. Con una mossa quasi spazientita tirò più volte il nodo della cravatta nera d’ordinanza per allentarne la stretta. Restò con la camicia bianca aperta sul petto e i pantaloni scuri. Nel volgere di un attimo si ritrovò inginocchiato sul pavimento di legno cerato a tracciare con mano esperta cinque linee continue unite ai vertici. Il disegno che comparve rappresentava una stella di geometria perfetta; in corrispondenza delle punte la mano ferma di Hendrikus pose cinque lettere. Erano le iniziali di una frase, una formula magica che avrebbe pronunciato – alla stregua di un mantra tibetano – per porsi nella giusta condizione mentale e spirituale per portare a termine la cerimonia. Era fiducioso nel buon esito del viaggio astrale, quel viaggio compiuto dal suo spirito che gli avrebbe concesso di rivedere la sua Caterina. Con mano salda pose le cinque candele bianche ai vertici e in prossimità delle lettere: con un fiammifero accese gli stoppini dei ceri illuminando tenuemente tutto l’ambiente circostante. Le fiammelle parevano danzare impercettibilmente spandendo un leggero tremolio sulla figura geometrica stellata, tanto da renderla quasi viva e in movimento. Seguendo un percorso in senso orario ripeté per più volte, con voce ferma e sicura, le lettere che componevano quel percorso magico che era destinato a diventare una porta verso dimensioni spirituali mai esplorate fino ad allora. Gli istanti della preparazione erano carichi di tensione e di attesa, tanto da distoglierlo da qualsiasi rumore che arrivasse dall’imbarcazione, la sua concentrazione mentale e spirituale era tale da estraniarlo dal mondo circostante. Guardò con attenzione il disegno appena tracciato sul pavimento, compiacendosi della perizia con la quale aveva congiunto geometricamente ogni vertice della stella. Con la piccola bussola in ottone, sul cui coperchio erano incise una squadra e un compasso, aveva orientato verso est il vertice della stella, in maniera tale da porre il proprio capo ove il sole nasceva. L’olandese si dispose supino, emulando con il corpo l’andamento stellato del disegno: sdraiandosi ebbe la sensazione che il suo corpo venisse scosso da un fremito continuo, da una forza invisibile che ne stava prendendo possesso. Si sentiva leggero mentre il luogo fisico, la sua cabina, perdeva pian piano la sua fisionomia per trasformarsi in una scomposizione di colori e di luci. Gli sembrava di essere immerso in un caleidoscopio in cui il suo corpo leggero veniva trasportato dall’energia che i colori stessi sprigionavano. Il bianco dominante, toccando ogni frammento di specchio andava a trasformarsi in luci angeliche, in un’armonia di sensibilità e pace interiore. Già iniziava a vedere il corpo fisico abbandonato sul pavimento, sebbene ancora pochi frammenti di parole sacre lo separassero dalla perfetta traslazione verso l’Olanda. Dalla sua bocca, con un timbro cupo e tonante, una voce con chiaro influsso olandese pronunciò per tre volte la frase “ Revertere et Revertar”, “Ritorna e io ritornerò”. Sentì il lento disgregarsi del corpo in una piacevole sensazione di leggerezza, ammantata da una dolcezza paragonabile al lento dondolare sull’acqua; ogni cosa pareva fluttuare tra nuvole impalpabili che rendevano i contorni della stanza indistinti e sfumati. Improvvisamente, mentre la sua voce pronunciava l’ultima delle tre parole della formula, sentì una fitta lancinante al petto che gli bloccò il respiro. Cercò disperatamente di focalizzare con gli occhi la causa del dolore mentre la sua voce gli risuonava in testa come il rimbombo sordo di un tuono. Il buio opprimente lo avvolse per un attimo, facendolo annaspare nel tentativo di ritornare a quella condizione che lo aveva visto intraprendere il rito di passaggio tra anima e corpo. Capì che qualcosa non stava andando secondo i piani prestabiliti. Sentiva un freddo intenso, gelo che scaturiva dall’interno del proprio corpo. In un frammento di lucidità vide una mano che stringeva una candela nera con la fiamma capovolta. Una mano ossuta, dal colorito scuro, volteggiava sul suo petto con un movimento circolare. Minuscole stille di cera stavano gli cadevano addosso come lame taglienti. Hendrikus era paralizzato, in quello stato incorporeo che stava spezzando il rituale magico nella parte conclusiva. Occhi di ghiaccio lo fissavano con disprezzo, in un sogghigno di vittoria. L’ultima immagine che Johannes Hendrikus Looman, nato a Deventer una lontana domenica del 24 gennaio 1841, ebbe modo di fissare nella propria mente fu un vistoso tatuaggio sul braccio destro dell’uomo che ne aveva decretato la morte corporea: una lettera greca, un grande sigma attorniato da due serpenti intrecciati. Nel giorno di Shabbath l’anima e lo spirito del capitano vennero separati dal corpo, irrimediabilmente reclusi in uno stato di oblio.
Il sicario era entrato furtivamente nella cabina del capitano, approfittando della notte fonda e della relativa calma che regnava a bordo dell’imbarcazione olandese. Conosceva la missione che l’attendeva ed era stato educato, addestrato, indottrinato per compierla al meglio e godere, anche con il proprio eventuale sacrificio, delle gioie del paradiso celeste. Le gioie che il suo credo religioso riservava a chi, come lui, avrebbe impegnato ogni risorsa fisica e mentale per portare a termine il compito assegnato. Aveva seguito il giovane ufficiale fin dall’arrivo sulla banchina del porto cagliaritano, percorrendo a debita distanza la strada che ospitava il ricettacolo degli eretici, il luogo dimenticato dall’altissimo Dio della Vendetta. Era stato ben accorto nel mimetizzarsi tra la gente che affollava, anche a quell’ora della sera, i vicoli del quartiere della Marina dov’era stato innalzato il tempio massonico meta del capitano. L’uomo, i cui tratti somatici indicavano la provenienza dalle regioni africane del nord, attese per diverse ore fumando un’orrenda miscela di tabacchi scadenti. Nella lunga attesa aveva ripetuto, salmodiando a voce bassissima, i ringraziamenti al sommo sacerdote Zadoch e le preghiere mandate a memoria in un’antica lingua che solo i componenti della sua setta religiosa utilizzavano.
Da tempo ormai era stato preparato spiritualmente e addestrato fisicamente, come altri undici suoi confratelli, alla missione: ogni Cercatore, ogni adepto della confraternita, sarebbe stato scovato ed eliminato dopo aver raccolto gli indizi che avrebbero portato la setta di Zadoch, discendente dall’antica tribù dei Sadducei, a recuperare i frammenti mancanti del più sacro tra i sacri testi dell’umanità: il “ Sacro libro delle Sette Porte”. Ahmed il Nero - così i suoi confratelli erano abituati a chiamarlo - era orgoglioso del compito che gli era stato affidato. Per diversi mesi aveva seguito le tracce della Roos van de Zeeën, fin dalla partenza dal porto di Amsterdam. Aveva spiato ogni mossa del capitano Looman e ogni movimento. Sapeva, come gli avevano rivelato gli Anziani della comunità, che Looman era entrato a far parte del cenacolo massonico e che, nel percorso iniziatico, gli era stata affidata parte del messaggio necessario per individuare la precisa collocazione del Libro. Il capitano Looman era uno dei Cercatori, un confratello dell’élite spirituale che aveva fatto voto di porsi al servizio della ricerca del testo sacro. Proprio grazie al suo ruolo di comandante della Roos van de Zeeën egli aveva modo di indagare, senza che questo destasse grandi sospetti, nei porti e nelle città ove erano state nascoste le tracce e i messaggi utili al ritrovamento del sacro oggetto. Erano le due antiche compagini guerriere, gli antichi sacerdoti combattenti che si fronteggiavano da secoli con il preciso obiettivo di ritrovare e utilizzare il testo più sacro tra tutti i libri. Due missioni differenti, con obiettivi analoghi e finalità completamente diverse.