Il funerale
1872, martedì 30 gennaio. Su Cagliari incombeva una cappa di freddo intenso, cosa di cui i suoi abitanti amavano saltuariamente lamentarsi, considerando l’eccezionalità il segnale di un’imminente punizione divina. Già il martedì 17 agosto di quell’anno, quando una leggera scossa di terremoto aveva fatto tremare lievemente la città, in molti avevano preannunciato la prossima fine del mondo. Così era già stato per il terremoto del 4 giugno del 1616, che nella giornata di sabato aveva scosso Cagliari, ricordato con una lapide incassata nella sacrestia della cattedrale di Santa Maria in Castello. E ora anche gli ambienti papalini cagliaritani, scossi dai fatti romani del 1865, vedevano in ogni evento climatico e atmosferico il segno di una punizione divina incombente: la manifestazione dell’irritazione celeste nei confronti di quanti – i propugnatori del libero pensiero che venivano paragonati alla schiera dei demoni infernali – avevano osato strappare la Città Eterna al potere temporale del pontefice. Senza scomodare l’intervento diretto del Creatore dell’universo sulla città, invero il freddo era pungente, sospinto com’era dal vento di maestrale che soffiava forte spazzando lenzuola e alberi, agitando gonne plissettate e derubando dei rispettivi cappelli teste maschili imbrillantinate.
L’aria cupa e le nuvole incombenti, tanto basse da mascherare la sommità delle due torri cagliaritane, sembravano far da corollario al mesto corteo che si era mosso dal porto di Cagliari per raggiungere il cimitero degli Inglesi. Apriva l’adunanza un carro funebre trainato da quattro neri cavalli che per l’occasione erano stati non solo bardati a lutto ma ornati da numerosi segni che denotavano l’importanza dell’estinto; il feretro era scortato da una cinquantina di persone, alcune delle quali indossavano paramenti che facevano dedurre la loro appartenenza alla Massoneria.
Hendrikus Looman guardava con curiosità il proprio funerale: dopo la rabbia e le ondate d’odio provate la notte del suo omicidio pareva che il suo spirito avesse trovato un apparente senso di distaccata quiete. Osservava il corteo riconoscendo i volti di quanti, negli anni della frequentazione cagliaritana, lo avevano accolto sia come amico che come confratello ospite. In prima fila, a sancire la vicinanza della comunità estera a Cagliari, aveva scorto il console di Sua Maestà Britannica, George Bomeester, accompagnato da Giuseppe Castello e dai più alti dignitari della Massoneria cagliaritana. Alle spalle del corteo un giovane apprendista portava, innalzato a mo’ di stendardo, il labaro della Loggia Concordia ornato di fili d’oro e recante al centro del tessuto verde una squadra e un compasso intrecciati tra corone d’acacia.
La sistemazione del cimitero protestante di Cagliari era stata fortemente voluta proprio dal console Bomeester che da tempo cercava, in accordo con la municipalità, un luogo consono per il seppellimento non solo dei propri concittadini ma anche di quanti, di fede protestante, avessero lasciato le valli terrene per transitare nei cieli angelici. Lui, uomo pragmatico e dal carattere ferreo, aveva raggiunto un accordo con il sindaco della città, il marchese Edmondo Roberti di San Tommaso, riuscendo ad ottenere quell’ampio fazzoletto di terra che, qualche anno prima, aveva miseramente assistito alla creazione del primo Orto Botanico cittadino. La vallata, situata alle pendici estreme del quartiere di Castello e racchiusa tra Villanova e la Marina, era stata incautamente scelta per la posa di essenze arboree e piante ornamentali: il terreno non adatto, l’esposizione ai venti predominanti e il microclima dell’area avevano ben presto decretato il fallimento dell’intrapresa, costringendo la municipalità ad individuare nella vallata di Palabanda uno spazio più idoneo per dotare la città del suo primo giardino botanico. Di botanico, della valle che guardava Bonaria, era rimasto solo il nome nell’individuazione popolare. Alla Botanica da qualche tempo si piantavano solo lapidi e cippi funebri, segni tangibili di vite spezzate e testimonianze di affetti terreni dispersi tra le lacrime e i ricordi. Il recinto che ospitava il cimitero degli acattolici si trovava oltre le mura della Cagliari che, dopo aver perduto il proprio ruolo di piazzaforte militare, stava espandendo i propri confini costruendo magazzini e officine, laboratori artigianali e stallaggi. Il sacro luogo protestante era curatissimo, con quella pignoleria tipicamente inglese che lo faceva risaltare al confronto del caos edilizio che in molti punti regnava sulla città: tra le tombe e le lapidi spuntavano fiori e piante, segno di un’assidua frequentazione e del rapporto gioviale tra vivi e defunti.
La tomba che avrebbe ospitato il corpo corruttibile del capitano Looman era stata preparata velocemente seguendo le indicazioni che lo stesso comandante aveva lasciato al suo nostromo: da uomo abituato a fronteggiare i pericoli e la sorte a volte avversa, aveva spiegato al suo fidato confratello quali dovessero essere i segni, le parole, i messaggi cifrati da inserire nella lastra che avrebbe celato il suo corpo. L’incisione della lapide era stata affidata ad un autorevole artigiano cittadino, specializzato nella realizzazione di cippi e lastre funerarie: come altri artisti, anche Sisto Galavotti era entrato a far parte dell’officina massonica cagliaritana, divenendo ben presto uno dei più affermati scultori funerari. Era stato lui ad incidere sul fronte della lapide le frasi indicate dal capitano come epitaffio e, seguendo quanto gli era stato confidato dal nostromo De Witt, aveva provveduto a incidere, sul retro della lastra – in maniera tale che fosse ben occultata ad occhi curiosi – una frase dal significato magico, occulto, riferito all’Arca dell’Alleanza.
HIC AMITITTUR ARCHA CEDERIS
Peter De Witt ben era a conoscenza dell’importanza di quanto era stato scritto e celato nella tomba del suo capitano: erano i frammenti che riguardavano la ricerca, il cammino da percorrere per arrivare a svelare il mistero. Frammenti di un testo la cui interpretazione risultava ancora, purtroppo, oscura e priva di significato. Il senso letterale della frase ben poco chiariva e altrettanto poco forniva come spunto per collegarla ad altri testi già esaminati. Il nostromo aveva fatto il suo ingresso nella confraternita dei liberi muratori a qualche mese di distanza dall’iniziazione di Hendrikus Looman; con lui aveva percorso i tre gradini iniziatici e le tappe della conoscenza verso le camere più alte dell’esoterismo. Li accomunava non solo il carattere forte e indagatore ma anche il comune obiettivo, per il quale erano stati preparati e istruiti, che riguardava la ricerca dei frammenti sparsi del messaggio. Durante le lunghe giornate di navigazione i due discutevano spesso e congetturavano sulle possibili soluzioni ad un mistero che, per via dei pochi elementi materiali in possesso del gruppo di iniziati, sembrava infittirsi ed essere lontano da qualsiasi soluzione. La ricerca di tutti i frammenti del messaggio aveva impegnato ormai da alcuni secoli due gruppi opposti, che a volte per mimetizzarsi avevano cambiato nome pur mantenendo nel segreto delle riunioni iniziatiche la loro antica definizione. La setta di Zadoch e la Confraternita dei Cercatori combattevano una battaglia antica, tra magia e occultismo, tra intrighi e sotterfugi, per arrivare alla soluzione del mistero che un tempo era stato celato tra le stanze del Palazzo del Re di Gerusalemme. Looman e De Witt erano impegnati in prima persona nella ricerca e nel corso dei viaggi si erano più volte trovati vicini a recuperare gli ultimi dodici frammenti del messaggio. Conoscevano il numero complessivo, così come ne avevano consapevolezza i seguaci della setta di Zadoch, grazie alla prima indicazione che proveniva dall’antico testo ritrovato durante gli scavi nelle scuderie del Re Salomone a Gerusalemme. Il testo era scritto nell’antica lingua Watan, ed era stato poi ritrascritto nella cattedrale francese di Nostra Signora di Chartres da un anonimo scalpellino che nella pietra di una delle colonne aveva inciso la frase HIC AMITITUR ARCHA CEDERIS.