— Ecco un'altra giornata andata a male! — mormorò una delle ragazze, addentando un grosso pan nero.
— Le nuvole si distaccano dal mare laggiù, — disse Nedda stendendo il braccio; — verso il mezzogiorno forse il tempo cambierà.
— Però quel birbo del fattore non ci pagherà che un terzo della giornata!
— Sarà tanto di guadagnato.
— Sì, ma il nostro pane che mangiamo a tradimento?
— E il danno che avrà il padrone delle olive che andranno a male, e di quelle che si perderanno fra la mota?
— È vero, — disse un'altra.
— Ma pròvati ad andare a raccogliere una sola di quelle olive che andranno perdute fra mezz'ora, per accompagnarla al tuo pane asciutto, e vedrai quel che ti darà di giunta il fattore!
— È giusto, perché le olive non sono nostre!
— Ma non sono nemmeno della terra che se le mangia!
— La terra è del padrone, to'! — replicò Nedda trionfante di logica, con certi occhi espressivi.
— È vero anche questo; — rispose un'altra, la quale non sapeva che rispondere.
— Quanto a me preferirei che continuasse a piovere tutto il giorno, piuttosto che stare una mezza giornata carponi in mezzo al fango, con questo tempaccio, per tre o quattro soldi.
— A te non ti fanno nulla tre o quattro soldi, non ti fanno! — esclamò Nedda tristemente.
La sera del sabato, quando fu l'ora di aggiustare il conto della settimana, dinanzi alla tavola del fattore, tutta carica di cartacce e di bei gruzzoletti di soldi, gli uomini più turbolenti furono pagati i primi, poscia le più rissose delle donne, in ultimo, e peggio, le timide e le deboli. Quando il fattore le ebbe fatto il suo conto, Nedda venne a sapere che, detratte le due giornate e mezza di riposo forzato, restava ad avere quaranta soldi.
La povera ragazza non osò aprir bocca. Solo le si riempirono gli occhi di lagrime.
— E laméntati per giunta, piagnucolona! — gridò il fattore, il quale gridava sempre, da fattore coscienzioso che difende i soldi del padrone. — Dopo che ti pago come le altre, e sì che sei più povera e più piccola delle altre! e ti pago la tua giornata come nessun proprietario ne paga una simile in tutto il territorio di Pedara, Nicolosi e Trecastagne! Tre carlini, oltre la minestra!
— Io non mi lamento... — disse timidamente Nedda intascando quei pochi soldi che il fattore, ad aumentare il valore, aveva conteggiato per grani. — La colpa è del tempo che è stato cattivo e mi ha tolto quasi la metà di quel che avrei potuto buscarmi.
— Pigliatela col Signore! — disse il fattore ruvidamente.
— Oh, non col Signore! ma con me che son tanto povera!
— Pàgagli intiera la sua settimana, a quella povera ragazza; — disse al fattore il figliuolo del padrone, il quale assisteva alla raccolta delle olive. — Non sono che pochi soldi di differenza.
— Non devo darle che quel ch'è giusto!
— Ma se te lo dico io!
— Tutti i proprietari del vicinato farebbero la guerra a voi e a me se facessimo delle novità.
— Hai ragione! — rispose il figliuolo del padrone, il quale era un ricco proprietario, e aveva molti vicini.
Nedda raccolse quei pochi cenci che erano suoi, e disse addio alle compagne.
— Vai a Ravanusa a quest'ora? — dissero alcune.
— La mamma sta male!
— Non hai paura?
— Sì, ho paura per questi soldi che ho in tasca; ma la mamma sta male, e adesso che non son più costretta a star qui a lavorare, mi sembra che non potrei dormire, se mi fermassi anche stanotte.
— Vuoi che t'accompagni? — le disse in tuono di scherzo il giovane pecoraio.
— Vado con Dio e con Maria — disse semplicemente la povera ragazza, prendendo la via dei campi a capo chino.
Il sole era tramontato da qualche tempo e le ombre salivano rapidamente verso la cima della montagna. Nedda camminava sollecita, e quando le tenebre si fecero profonde, cominciò a cantare come un uccelletto spaventato. Ogni dieci passi voltavasi indietro, paurosa, e allorché un sasso, smosso dalla pioggia che era caduta, sdrucciolava dal muricciolo, o il vento le spruzzava bruscamente addosso a guisa di gragnuola la pioggia raccolta nelle foglie degli alberi, ella si fermava tutta tremante, come una capretta sbrancata. Un assiolo la seguiva d'albero in albero col suo canto lamentoso; ed ella, tutta lieta di quella compagnia, gli faceva il richiamo, perché l'uccello non si stancasse di seguirla. Quando passava dinanzi ad una cappelletta, accanto alla porta di qualche fattoria, si fermava un istante nella viottola per dire in fretta un'avemaria, stando all'erta che non le saltasse addosso dal muro di cinta il cane di guardia, che abbaiava furiosamente; poi partiva di passo più lesto, rivolgendosi due o tre volte a guardare il lumicino che ardeva in omaggio alla Santa, nello stesso tempo che faceva lume al fattore, quando doveva tornar tardi dai campi.
Quel lumicino le dava coraggio, e la faceva pregare per la sua povera mamma. Di tempo in tempo un pensiero doloroso le stringeva il cuore con una fitta improvvisa, e allora si metteva a correre, e cantava ad alta voce per stordirsi, o pensava ai giorni più allegri della vendemmia, o alle sere d'estate, quando, con la più bella luna del mondo, si tornava a stormi dalla Piana, dietro la cornamusa che suonava allegramente; ma il suo pensiero correva sempre là, dinanzi al misero giaciglio della sua inferma. Inciampò in una scheggia di lava tagliente come un rasoio, e si lacerò un piede; l'oscurità era sì fitta che alle svolte della viottola la povera ragazza spesso urtava contro il muro o la siepe, e cominciava a perder coraggio e a non saper dove si trovasse. Tutt'a un tratto udì l'orologio di Punta che suonava le nove, così vicino che i rintocchi sembravano le cadessero sul capo. Nedda sorrise, quasi un amico l'avesse chiamata per nome in mezzo ad una folla di stranieri.
Infilò allegramente la via del villaggio, cantando a squarciagola la sua bella canzone, e tenendo stretti nella mano, dentro la tasca del grembiule, i suoi quaranta soldi.
Passando dinanzi alla farmacia vide lo speziale ed il notaro tutti inferraiuolati che giocavano a carte. Alquanto più in là incontrò il povero matto di Punta, che andava su e giù da un capo all'altro della via, colle mani nelle tasche del vestito, canticchiando la solita canzone che l'accompagna da venti anni, nelle notti d'inverno e nei meriggi della canicola. Quando fu ai primi alberi del diritto viale di Ravanusa, incontrò un paio di buoi che venivano a passo lento ruminando tranquillamente.
— Ohé, Nedda! — gridò una voce nota.
— Sei tu, Janu?
— Sì, son io, coi buoi del padrone.
— Da dove vieni? — domandò Nedda senza fermarsi.
— Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua; tua madre t'aspetta.
— Come sta la mamma?
— Al solito.
— Che Dio ti benedica! — esclamò la ragazza come se avesse temuto il peggio, e ricominciò a correre.
— Addio, Nedda! — le gridò dietro Janu.
— Addio, — balbettò da lontano Nedda.
E le parve che le stelle splendessero come soli, che tutti gli alberi, noti uno per uno, stendessero i rami sulla sua testa per proteggerla, e i sassi della via le accarezzassero i piedi indolenziti.
Il domani, ch'era domenica, venne la visita del medico, il quale concedeva ai suoi malati poveri il giorno che non poteva consacrare ai suoi poderi. Una triste visita davvero! perché il buon dottore non era abituato a far complimenti coi suoi clienti, e nel casolare di Nedda non c'era anticamera, né amici di casa ai quali si potesse annunciare il vero stato dell'inferma.
Nella giornata seguì anche una mesta funzione; venne il curato in rocchetto, il sagrestano coll'olio santo, e due o tre comari che borbottavano non so che preci. La campanella del sagrestano squillava acutamente in mezzo ai campi, e i carrettieri che l'udivano fermavano i loro muli in mezzo alla strada, e si cavavano il berretto. Quando Nedda l'udì per la sassosa viottola tirò su la coperta tutta lacera dell'inferma, perché non si vedesse che mancavano le lenzuola, e piegò il suo più bel grembiule bianco sul deschetto zoppo, reso fermo con dei mattoni. Poi, mentre il prete compiva il suo ufficiò, andò ad inginocchiarsi fuori dell'uscio, balbettando macchinalmente delle preci, guardando come trasognata quel sasso dinanzi alla soglia su cui la sua vecchierella soleva scaldarsi al sole di marzo, e ascoltando con orecchio distratto i consueti rumori delle vicinanze, ed il via vai di tutta quella gente che andava per i propri affari senza avere angustie pel capo. Il curato partì, ed il sagrestano indugiò invano sull'uscio perché gli facessero la solita limosina pei poveri.
Lo zio Giovanni vide a tarda ora della sera la Nedda che correva sulla strada di Punta.
— Ohé! dove vai a quest'ora?
— Vado per una medicina che ha ordinato il medico —.
Lo zio Giovanni era economo e brontolone.
— Ancora medicine! — borbottò, — dopo che ha ordinato la medicina dell'olio santo! già, loro fanno a metà collo speziale, per dissanguare la povera gente! Fai a mio modo, Nedda, risparmia quei quattrini e vatti a star colla tua vecchia.
— Chissà che non avesse a giovare! — rispose tristemente la ragazza chinando gli occhi, e affrettò il passo.
Lo zio Giovanni rispose con un brontolio. Poi le gridò dietro: — Ohe! la varannisa!
— Che volete?
— Anderò io dallo speziale. Farò più presto di te, non dubitare. Intanto non lascerai sola la povera malata —.
Alla ragazza vennero le lagrime agli occhi.
— Che Dio vi benedica! — gli disse, e volle anche mettergli in mano i denari.
— I denari me li darai poi; — rispose ruvidamente lo zio Giovanni, e si diede a camminare colle gambe dei suoi vent'anni.
La ragazza tornò indietro e disse alla mamma: — C'è andato lo zio Giovanni, — e lo disse con voce dolce insolitamente.
La moribonda udì il suono dei soldi che Nedda posava sul deschetto, e la interrogò cogli occhi.
— Mi ha detto che glieli darò poi; — rispose la figlia.
— Che Dio gli paghi la carità! — mormorò l'inferma, — così resterai senza un quattrino.
— Oh, mamma!
— Quanto gli dobbiamo allo zio Giovanni?
— Dieci lire. Ma non abbiate paura, mamma! Io lavorerò! —
La vecchia la guardò a lungo coll'occhio semispento, e poscia l'abbracciò senza aprir bocca. Il giorno dopo vennero i becchini, il sagrestano e le comari. Quando Nedda ebbe acconciato la morta nella bara, coi suoi migliori abiti, le mise tra le mani un garofano che aveva fiorito dentro una pentola fessa, e la più bella treccia dei suoi capelli; diede ai becchini quei pochi soldi che le rimanevano perché facessero a modo, e non scuotessero tanto la morta per la viottola sassosa del cimitero; poi rassettò il lettuccio e la casa, mise in alto, sullo scaffale, l'ultimo bicchiere di medicina, e andò a sedersi sulla soglia dell'uscio, guardando il cielo.
Un pettirosso, il freddoloso uccelletto del novembre, si mise a cantare tra le frasche e i rovi che coronavano il muricciuolo di faccia all'uscio, e saltellando fra le spine e gli sterpi, la guardava con certi occhietti maliziosi come se volesse dirle qualche cosa: Nedda pensò che la sua mamma, il giorno innanzi, l'aveva udito cantare. Nell'orto accanto c'erano delle olive per terra, e le gazze venivano a beccarle; ella le aveva scacciate a sassate, perché la moribonda non ne udisse il funebre gracidare; adesso le guardò impassibile, e non si mosse; e quando sulla strada vicina passarono il venditore di lupini, o il vinaio, o i carrettieri, che discorrevano ad alta voce per vincere il rumore dei loro carri e delle sonagliere dei loro muli, ella diceva: — costui è il tale, quegli è il tal altro —. Allorché suonò l'avemaria, e s'accese la prima stella della sera, si rammentò che non doveva andar giù per le medicine a Punta, ed a misura che i rumori andarono perdendosi nella via, e le tenebre a calare nell'orto, pensò che non aveva più bisogno d'accendere il lume.
Lo zio Giovanni la trovò ritta sull'uscio.
Ella si era alzata udendo dei passi nella viottola, perché non aspettava più nessuno.
— Che fai costà! — le domandò lo zio Giovanni. Ella si strinse nelle spalle, e non rispose.
Il vecchio si assise accanto a lei, sulla soglia, e non aggiunse altro.
— Zio Giovanni, — disse la ragazza dopo un lungo silenzio, — adesso non ho più nessuno, e posso andar lontano a cercar lavoro; partirò per la Roccella, ove dura ancora la raccolta delle olive, e al ritorno vi restituirò i denari che ci avete imprestati.
— Io non sono venuto a domandarteli i tuoi denari! — le rispose burbero lo zio Giovanni.