1.

3778 Words
1. Nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato. Era brutto a dirsi, ma lo zio William era schiattato proprio al momento giusto. Nella sfortuna, un raggio di sole. O insomma, un raggio di morte. Zio William. Josephine ricordava di averlo incontrato a un matrimonio quando era ancora una bambina, poi non si erano più visti né sentiti. Sarebbe stato, però, scorretto dire che non pensasse a lui da anni, perché zio William era ricco sfondato e ai parenti ricchi sfondati a volte si pensa. Di solito per maledirli in silenzio quando ti mancano i soldi per qualcosa. Insomma, di zio William, Josephine sapeva poco. Fratello del suo defunto padre, zero contatti, ingente patrimonio dovuto ad attività industriali sulle quali Josephine non aveva le idee chiare. Chimica? Meccanica? Che cosa producevano nella sua azienda? Trattori o fertilizzanti? Uno dei due, comunque. Quando lo zio William morì, lei non lo venne neppure a sapere. Con i suoi cugini non aveva rapporti, non sapeva neanche dove vivessero. Ed era nel periodo peggiore della sua vita. Andrew l’aveva scaricata e licenziata insieme, un altro lavoro probabilmente non l’avrebbe trovato nemmeno se fosse stata in grado di lavorare. Ma non lo era. I suoi esigui risparmi si stavano esaurendo e presto non sarebbe più riuscita a pagare l’affitto, ma stava troppo male per preoccuparsene. Nell’andarsene, Andrew si era lasciato dietro un libro di frasi zen che gli aveva regalato qualcuno. Jo aveva preso a leggerne una ogni mattina, come un auspicio. Quella mattina la sua frase diceva: Nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato. Più tardi qualcuno suonò alla porta della casa che stava per perdere. Un messo le consegnò la convocazione di uno studio notarile. Apertura del testamento di William S. Richter alla presenza degli eredi. Fu così che Jo apprese che suo zio era morto. Nella sfortuna, una buona notizia. Nessun fiocco di neve, eccetera. Dieci anni prima, quand’era arrivata alla redazione di News Channel, Jo aveva trent’anni ed era ancora sposata con Charles. La prima cosa che vide, entrando, fu un uomo alto che passeggiava nervoso dietro una scrivania gesticolando, il telefono incastrato tra la spalla e la guancia. Lo vide attraverso la parete di vetro del suo ufficio, la cui veneziana era aperta. Un uomo alto, molto snello, dai capelli scuri, in maniche di camicia. Somigliava a Hugh Grant da giovane e Jo pensò: oh no, speriamo che non sia il mio capo. Era il suo capo. Andrew Bonham era, per la precisione, il caporedattore della sezione cronaca. Poco meno di quarant’anni, studi umanistici, accento da scuola privata, scrupoloso sul lavoro. Jo l’aveva subito trovato affascinante, ma si era anche detta di stargli ben lontana. Come minimo quello lì era sul serio come Hugh Grant in Bridget Jones. E lei era sposata, per quanto infelicemente sposata. Quella sera, tornata a casa, Charles si abbassò a chiederle come fosse andato il suo primo giorno a News Channel. «Tutto bene. Per il momento sono nella sezione cronaca. Dovrò girare un po’ per coprire le notizie che mi assegnano, ma il grosso del lavoro lo farò in studio, leggendo il TG». Charles emise una risatina divertita. «Ti hanno detto di mettere la gonna?» Era convinto che l’avessero assunta per l’aspetto, non per il curriculum. Purtroppo non aveva del tutto torto. Per stare davanti a una telecamera dovevi avere certe caratteristiche. Le anchorwomen erano tutte tra i trenta e i quarantacinque ben tenuti, magre, viso gradevole, abbigliamento curato. Nessuno le aveva ordinato di andare al lavoro in gonna, comunque. E Charles poteva anche smetterla di dare per scontato che l’avessero assunta solo per le gambe. «No» rispose in tono secco, e andò a mollare la borsa sul letto e a togliersi le scarpe. «Però te la sei messa. Intendiamoci, hai fatto bene». L’aveva seguita in camera. L’abbracciò da dietro e Jo capì che aveva voglia di scopare. «Ti hanno già chiesto favori sessuali?» «Non è quel genere di lavoro» sospirò lei. Provò a spostargli le mani, ma lui non si arrese. Ne aveva proprio voglia, quindi. A volte ci provava giusto per provarci, ma al primo ostacolo lasciava perdere. Quella sera no. «È quasi un peccato. Mi attizza l’idea che durante le riunioni, coperto dal tavolo, il tuo capo allunghi le mani su di te». «E dai». Le sue, di mani, erano arrivate alle tette di Jo e le stavano palpando al di sopra della camicia. Jo avrebbe potuto rifiutarsi, ma poi avrebbero litigato. Lasciarlo fare era più semplice. Charles le fece risalire la gonna su per le gambe, fino a scoprirle tutta la metà inferiore. «Quindi oggi sono il primo a toccarti la passerina, mh?» La strinse in quel momento, sopra i collant e gli slip. «Nessuno ti ha dato la sua mazza da strapazzare?» «N-no...» Charles la fece piegare in avanti e Jo non ebbe altra scelta che mettersi a quattro zampe, le ginocchia sul bordo del letto. «Peccato». Charles le tirò giù collant e slip in un unico gesto, denudandola. Jo sperò che si sbrigasse, non ne aveva proprio voglia. Lo sentì che si sputava su una mano. Era un’abitudine rivoltante, a ben pensare. E rivelava quanto fosse abituato a non trovarla umida... e quanto poco gliene fregasse. Sentì la punta bagnata del suo uccello tra le piccole labbra. Lo sentì spingere, farsi largo dentro di lei senza fretta. Le sue mani sul culo. Sui fianchi. Era dentro di lei come un paletto duro. Era quella la caratteristica più pregnante: la durezza. Poteva farti male, con quel coso duro. Charles la penetrò a colpi secchi e veloci, come in un porno. Jo strizzò gli occhi e iniziò a toccarsi. Non voleva che diventasse davvero sgradevole. L’orgasmo avrebbe dovuto fingerlo, ma non c’era bisogno di procurarsi qualche sbucciatura. Si sgrillettò. La sua mente le ripropose l’immagine di Andrew Bonham che parlava al telefono passeggiando su e giù. Gli avambracci nervosi. Chissà com’era a letto. Chissà se ti montava come Charles, spingendoti dentro fino a svuotarsi. «Hai finito?» le chiese lui. «U-un attimo». Charles la toccò con un dito anche dietro. Le fece male, ma quel pizzico di perversione la eccitò anche un pochino. Lo strinse forte, simulando le contrazioni di un orgasmo. Si accasciò in avanti, gemendo a voce alta. Il suo cazzo era come il manico di un bastone. Ogni affondo una fitta di dolore alla cervice, ma qualcosa di eccitante c’era. Un’eccitazione lontana, contorta. Jo emise un gemito di appagamento falso come il peccato e Charles cambiò ritmo. Le eiaculò dentro ansimando, toccandola dietro, stringendole una coscia. Quando si sfilò, le gocciolò sperma sugli slip e sui collant. Probabilmente gocciolò anche per terra, sul parquet. Che schifo. Jo si accasciò su un fianco, gli occhi chiusi, il petto che si alzava e si abbassava. Charles si riabbottonò. Si tirò indietro i capelli. «Stasera ho da lavorare». Il suo interesse nei confronti di Jo era già finito. Jo non si era aspettata di ricevere in eredità chissà cosa. Lo zio William era ricco sfondato, okay, ma aveva dei figli. Sperò di aver ricevuto una piccola somma, che in quel momento sarebbe stata una vera boccata di ossigeno. Cinquemila sterline, magari? Diecimila? Ma perché non essere ottimisti, quell’uomo era pieno di soldi: potevano essere anche ventimila. Di più era improbabile, perché i ricchi sono attaccati ai propri averi. Il giorno dell’apertura del testamento fece uno sforzo per apparire presentabile. Il suo libro di frasi zen diceva: Cercare è soffrire. Non cercare nulla è beatitudine. Era una mattina di settembre grigia e piovosa. Lo studio notarile era nella City, andarci in macchina era fuori discussione. Jo prese la metropolitana con un gran paio di occhiali da sole piantati in faccia. Nessuno faceva caso alle anchorwomen, finché non se le trovava davanti in metro. A quel punto c’era sempre qualcuno che diceva: ehi, tu non sei quella che legge le notizie su News Channel? Jo quel lavoro l’aveva perso insieme all’amore della sua vita, non aveva proprio bisogno che qualcuno glielo ricordasse. Non la riconobbe nessuno. Positivo e negativo insieme. Anche se non aveva importanza. Un altro lavoro da mezzobusto non l’avrebbe mai trovato. I canali televisivi erano come camere stagne, specie nel comparto informazione. Se eri il volto di un TG non ti assumevano in un altro. A quarant’anni, poi. Jo restava una giornalista e avrebbe potuto trovare lavoro in qualche redazione, questo sì, ma non riusciva a scrivere. Non riusciva neanche a leggere. Faceva già fatica a respirare. Si avviò a piedi verso lo studio del notaio. Era così nel cuore della City, che per essere più al centro avrebbe dovuto essere dentro il London Stock Exange. Era comunque a due passi da St. Mary-le-Bow, in una strada antica, lastricata e storta, stretta tra palazzi ultramoderni di vetro. Lo studio del notaio era in uno dei palazzi ultramoderni. Intelaiatura di acciaio nero e interni che sarebbero stati bene in un’astronave della Confederazione Terrestre. Nell’atrio dello studio, al settimo piano, c’era una decina di persone. Due dovevano essere i suoi cugini, ma quali? Non li vedeva da così tanto tempo che aveva dei problemi a riconoscerli. Alla fine individuò sua cugina Brianna, che aveva gli stessi capelli rossi di quando era bambina. Ora tinti, probabilmente. «Brianna?» fece, andandole incontro. Si strinsero la mano. Quindi era lei, bene. «Mi è dispiaciuto molto apprendere dello zio. Purtroppo, finché non ho ricevuto la convocazione non ne sapevo nulla». Brianna socchiuse gli occhi. «Oh cielo. Ma tu non sei quella del TG?» «Ehm, sì». Lei emise una risatina imbarazzata. «Scusa, non avevo mai collegato. Ma non usi il cognome Richter, vero?» «No, uhm... uso Davies. Sarebbe il cognome del mio primo ex marito. Cioè, anche l’unico... ex marito, ecco» si impappinò. Prese un lungo respiro. «Intendevo dire che poi non mi sono più sposata. Secondo la produzione cambiare il nome sulla bandella avrebbe confuso il pubblico, così ho tenuto Davies». Brianna non stava già più prestando attenzione. Comprensibile, dato il momento. «Be’, almeno non sarai una degli avidi avvoltoi venuti qua per spolpare la carcassa di papà» disse, nel tono più tranquillo del mondo. «Non lo so. Non ho idea di che cosa mi abbia lasciato. Magari il suo vecchio vaso da notte». Brianna le rivolse un sorriso sottile. «No, no. Io ho già visto il testamento. A te dev’essere andata quella vecchia casa in Essex che non vuole nessuno. O una barca, adesso non mi ricordo. Roba di cui disfarsi, comunque. A meno che tu non sia una velista. Lo sei?» «No». «Appunto. Nemmeno papà. Perché abbia comprato quel trabiccolo è un mistero». Si voltò ostentatamente dall’altra parte. «Sta arrivando mio fratello. Me la filo». Che bella famiglia unita, pensò Jo, ma non fece in tempo a capirne di più, perché Brianna la lasciò lì e fu approcciata da un tizio dall’aspetto scialbo, tra i cinquanta e i sessanta: suo cugino Eddie. Eddie aveva l’aria di chi è nato ricco e non si è mai fatto una domanda sul proprio posto nel mondo. Vestiva con la particolare trascuratezza delle persone abbienti: maglione di un colore indescrivibile tra il verde e il marrone (ma di cashmere), pantaloni con le ginocchia un po’ sformate, scarpe su misura né nuove, né lucide... «Oh, Jo. Sei tu, vero?» «Sì, Eddie». Jo ricominciò da capo con la frasetta di condoglianze, ma Eddie l’azzittì con un gesto della mano. «Figurati, lo sapevamo da sei mesi. Alla sua età, poi, di qualcosa doveva morire. Tu come stai?» Di merda sarebbe stata la risposta più sincera, ma Jo borbottò un “tutto bene” di cortesia. Era ancora frastornata da quello che le aveva detto sua cugina. Davvero lo zio William le aveva lasciato una casa? O una barca? Come si faceva a non ricordare quale delle due? E quanto valeva una barca? Oddio, doveva essere un po’ come per le case: dipendeva dalla barca. Ma dubitava che zio William si fosse comprato una barchetta a vela come quelle che si vedevano certi giorni sul Tamigi, grandi come gusci di noce. Quindi forse, alla fine, le sarebbe andata meglio del previsto. Quel pensiero la fece un po’ vergognare, ma la vergogna fu un sentimento di breve durata. Non vedeva zio William da trent’anni, santi numi, che non fosse affranta era normale. Più tardi venne fuori che la barca – uno yacht d’epoca lungo diciotto metri – l’aveva ricevuta un altro lontano parente. A lei era andata una casa. Una casa in un posto di nome Tolleshunt Knights, nei pressi di Tiptree, Essex. Jo non aveva mai sentito nominare né Tolleshunt Knights, né Tiptree, ma supponeva che si trattasse di uno dei minuscoli villaggi nelle campagne attorno alla Greater London. Su come fosse fatta la casa o sul perché zio William avesse una casa a Tolleshunt Knights nessuno offrì informazioni. Il notaio le notificò solo che adesso era la sua, firmi qua per favore. Poteva farsi dare le chiavi dall’agenzia immobiliare locale. Tutto quello che era dentro la casa era suo. Jo non fece altre domande. Era sicura che nessuno avesse idea di che cosa avrebbe trovato là dentro, se un cumulo di travi marce e ragnatele o un forziere pieno di dobloni. Non le restava che andare a guardare. C’era qualcosa di affascinante nell’aver ereditato una casa mai vista, di cui non si sapeva nulla, ubicata in un luogo di cui non aveva mai sentito parlare. Se non fosse stata così male, avrebbe provato un brivido di eccitazione per quel mistero immobiliare. Ricevere in eredità una casa, come nei film. Ma Jo era abulica, depressa, ossessionata dai ricordi della sua vita con Andrew. Non riusciva a smettere di pensare a lui, tutto glielo ricordava, immaginava che cosa avrebbe detto lui in ogni occasione. Andrew aveva un’ironia asciutta, tagliente, ma non cinica. Commentare con lui le cose di tutti i giorni era un piacere. Anche se l’aveva scaricata nel modo più infame e vigliacco possibile, Jo continuava a sentire la sua mancanza. Di quello che erano stati. Di quello che avrebbero ancora potuto essere, se lui non si fosse invaghito di un’altra. A lei, all’altra, Jo non pensava. Non faceva paragoni, non si struggeva pensando a loro due insieme. Era convinta che sarebbe stato un fuoco di paglia, e forse era solo un pensiero consolatorio, ma più probabilmente una previsione realistica. Non aveva importanza, comunque. Andrew aveva sfasciato tutto e indietro non sarebbero tornati. Ma Jo continuava ad avere nostalgia di lui, a struggersi per ciò che erano un tempo e ormai non erano più. Al mattino si svegliava eccitata, contro ogni logica, al ricordo delle sue mani sul corpo. Fu con la mente altrove, quindi, che si mise in macchina e andò a Tolleshunt Knights. Dio preservasse i navigatori, perché da sola non l’avrebbe mai riconosciuto come un paese. Era più che altro... case. Case lungo una rete di strade di campagna, con attorno la piana verde-dorata dell’Essex. Per arrivarci ci voleva un’ora e mezza di macchina, la prima mezz’ora solo per uscire da Londra. Un percorso quasi in linea retta sull’A12, fino a Witham, poi la deviazione attraverso la riserva naturale di Tiptree Heath, infine bisognava superare il villaggio di Tiptree. Ora, Tiptree assomigliava a un vero e proprio paesotto, addirittura a una minuscola cittadina. Tolleshunt Knights no, Tolleshunt Knights era un insieme di villette monofamiliari, alcune anche piuttosto grandi, i cui giardini sfumavano l’uno nell’altro. Non era un brutto posto, al contrario, ma Jo non era sicura che fosse “un posto”. Aveva un nome, ma sembrava mancargli un centro, una piazza principale, un carattere. Era quella che Andrew definiva “la vera Inghilterra”. Non come Londra, che era Londra e basta. “La vera Inghilterra” era composta da una classe media che viveva in villette monofamiliari da qualche parte in campagna, o quasi in campagna, andava al lavoro in macchina e alle elezioni votava alla cazzo. Come peraltro dimostrava il collegio di Witham, quello che comprendeva Tolleshunt Knights, che aveva donato alla nazione nientemeno che la loro segretaria per gli Affari Interni. Una conservatrice, thacheriana, brexiter, creatrice di un demenziale sistema a punti per l’immigrazione e di un accordo grottesco per deportare i migranti in Ruanda. Questo avrebbe detto Andrew, con la consueta arguzia, e Jo sarebbe stata d’accordo dal profondo del cuore. Amava parlare di politica con lui, amava il suo cinismo e la sua completa competenza. D’altronde era il direttore di un canale all-news, essere informato e competente era il suo mestiere. La bastardaggine, invece, era una dote naturale. Seguendo le indicazioni del navigatore, Jo svoltò a sinistra in una stradina poco più larga della sua macchina. Sperò che la pavimentazione fosse decente, perché la macchina era appunto una delle cose che avrebbe dovuto vendersi, se continuava così, e non voleva che si ammaccasse. Era una stupenda decappottabile color panna. Ai due lati della stradina, che per fortuna era abbastanza liscia, prati incolti, forse campi abbandonati. Davanti, due macchie di alberi nascondevano la casa dalla via principale. La sua eredità le si parò davanti poco dopo. Era una vasta casa a un piano di mattoncini biancastri. Il tetto, con un grande timpano centrale e due più piccoli laterali, doveva ospitare una soffitta o una mansarda. Parte della facciata era nascosta dall’edera, le finestre erano chiuse da scuri di legno piuttosto rovinati. Cacchio, quant’è grossa, fu la prima cosa che pensò Jo, quando la vide. Rispetto alla sua casa di Londra doveva essere il quadruplo, forse di più. D’altronde il mercato londinese era il più proibitivo del mondo. La bolla immobiliare continuava a crescere senza mai scoppiare da un trentennio. La Brexit l’aveva fatta oscillare, ma il Covid l’aveva rafforzata. Quindi. La casa enorme che le aveva lasciato in eredità suo zio probabilmente valeva meno della sua villetta a schiera londinese, con però un’importante postilla: quella lì le apparteneva, la villetta londinese no. Jo restò a fissare la facciata, senza scendere dalla macchina, per quasi dieci minuti. Non tanto per riflettere, ma perché non aveva la forza di proseguire con i suoi piani. In teoria sapeva che cosa fare. La sua pianificazione non era carente. Doveva prendere le chiavi dallo scomparto porta oggetti, scendere dalla macchina, aprire la porta d’ingresso verde bottiglia e dare un’occhiata all’interno. La luce era staccata, quindi avrebbe dovuto aprire gli scuri. L’energia per farlo? Non riusciva a trovarla. Era così da quando lei e Andrew si erano separati. Era come se il dolore l’avesse prosciugata di ogni forza. Restò lì, seduta in macchina, a guardare la facciata in parte invasa d’edera. Quanto valeva quella casa? Finché non vedeva le condizioni dell’interno era difficile a dirsi. Senza conoscere il mercato immobiliare del luogo, per di più. Avrebbe dovuto chiedere una stima. E poi, quant’era facile vendere, da quelle parti? C’era domanda? O la gente da Tolleshunt Knights scappava e basta? Jo non era rincretinita, vedeva le difficoltà e capiva quali passaggi aveva davanti. Ma le sembrava uno sforzo insormontabile. Persino scendere dalla macchina le sembrava uno sforzo insormontabile. E i suoi fondi si assottigliavano, non poteva permettersi di mettere tutto in mano a un intermediario e fregarsene. Stava giusto valutando la vastità dell’impresa che l’attendeva, la vastità impossibile dell’impresa che l’attendeva, quando fu colpita da un pensiero: quella casa era sua. Non aveva bisogno di farla valutare, informarsi sul mercato, metterla in vendita e aspettare un acquirente. Poteva impacchettare le sue cose e andare a dormire lì. Dare la disdetta alla sua padrona di casa. Rintanarsi in quel posto che forse non era neanche un posto e leccarsi le ferite. Quella casa enorme persa nel nulla, senza dubbio malridotta, poteva diventare la sua tana per un po’. Come le tane delle volpi, scavate tra le radici degli alberi. Prese le chiavi dallo scomparto porta oggetti. In che condizioni fosse la casa in realtà non le importava. Se anche avesse piovuto dal tetto o se fosse stata del tutto vuota, l’idea di Jo era molto basilare: entrarci e dormirci. Occuparla come una squatter. Quello che non aveva previsto era la polvere. Coltri di polvere a coprire tutte le superfici. L’aria stessa ne era satura. Jo andò ad aprire una finestra e subito un refolo d’aria smosse la polvere che ammantava tutto. I mobili coperti da teli bianchi che sembravano quasi lanosi a causa della polvere. Era come se in casa avesse nevicato neve asciutta e grigio chiaro. Jo si spostò di stanza in stanza disegnando binari scuri sul pavimento. Subito oltre l’ingresso si apriva un salone dai mobili coperti. Sembravano esserci dei divani, un tavolino, delle madie... con quei teli sopra, si potevano solo fare ipotesi. Jo si azzardò ad alzarne uno, restò quasi soffocata e, tra un colpo di tosse e l’altro, scoprì un tavolino tondo, basso, con un ripiano di legno un tempo lucido e il corpo di acciaio satinato, o forse ottone, difficile a dirsi. Che fosse di design era chiaro, ma di quale periodo? Jo non riusciva a capirlo. Girovagò per le stanze, aprendo gli scuri sul suo cammino. Le finestre erano alte e all’inglese, gli ambienti luminosi. Trovò quattro camere, di cui due fornite di letto – almeno a giudicare dalle forme sotto gli onnipresenti teli. Pareti a pannelli di legno bianco fino a un metro e mezzo d’altezza, sopra tinteggiate di un grigio chiaro, nordico. Pareti e pannellatura sembravano a posto. La cucina le diede finalmente un’idea del periodo in cui la casa era stata abbandonata: al massimo quindici anni prima, i fornelli erano a induzione. E anche lì era tutto coperto dalla polvere, ma il frigorifero, un modello panciuto e smaltato color azzurro pastello, faceva pensare a un acquisto relativamente moderno. Forse dieci anni prima. Nei due bagni, ancora altri indizi. Una vasca idromassaggio angolare con uno sportello trasparente. Perché lo sportello? Un caso, o lì aveva abitato una persona anziana? Nell’altro bagno, abbandonato dentro un box doccia di vetro trasparente, un flacone di bagnoschiuma coperto di polvere. Jo lo pulì con un fazzolettino e si trovò a guardare un prodotto relativamente moderno. Forse la confezione attuale non era la stessa, ma quella versione era tutt’altro che preistorica. Abbassò la sua stima a cinque anni. Provò ad aprire qualche armadio, ma erano tutti vuoti. Sembrava che la casa fosse stata svuotata, i mobili coperti, gli scuri chiusi e poi fosse stata lasciata così. Vuota. Inutilizzata. Neanche zio William si fosse dimenticato di possederla, o avesse voluto dimenticarsene. Chi aveva vissuto lì? O era un bizzarro buen retiro che aveva usato lo stesso zio William, almeno fino a un certo punto? Certo che, con tutti i posti tranquilli e suggestivi che c’erano al mondo, proprio un neanche-paesino sperduto nell’Essex? Erano domande che, almeno per il momento, avrebbero dovuto restare senza risposta.
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