Capitolo 1

632 Words
Capitolo 1 1993 Chiunque abbia dei figli e un po' di sale in zucca, ha paura. Paura che si ammalino, che non siano felici, che non abbiano amici, che abbiano gli amici sbagliati, che tornino tardi, che non trovino la loro strada... è l'elenco più lungo del mondo questo, e anche Samuel Rosenthal l'aveva snocciolato migliaia di volte. Quando la sera aspettava che le sue figlie tornassero a casa dal cinema o da qualche festa, consumava i tappeti dello studio passeggiando freneticamente e poi, quando finalmente sentiva le ruote della macchina scricchiolare sulla ghiaia, si precipitava a letto per far credere che stava dormendo e non che le aveva aspettate sveglio. Una sera però, invece del rumore delle ruote sulla ghiaia, fu sorpreso dal telefono. Dal pronto soccorso con voce incolore, qualcuno gli comunicò che un'ambulanza stava trasportando le sue figlie all'ospedale... se poteva venire subito. Come guidò senza lasciarci la pelle da casa sua all'ospedale non lo seppe mai, entrò di corsa e fu enormemente sollevato nel vedere Hanna piangente corrergli incontro. Solo Hanna però gli era corsa incontro. - Dov'è Esther? - domandò immediatamente. - E' viva - rispose Hanna d'un fiato - ha perso conoscenza... il medico mi ha detto che verrà subito a darmi notizie. Poi Hanna attaccò con un racconto confuso, voleva dire a suo padre che erano state prudenti, che non era colpa loro... che una macchina aveva fatto un sorpasso azzardato... Subito dopo sopraggiunse un medico, disse che a Esther serviva una trasfusione di sangue e i parenti in genere erano i donatori migliori. Samuel sbiancò. - Mi segua - disse il dottore senza dargli nemmeno il tempo di replicare. Entrarono in una stanza zeppa di macchinari. Una donna intubata, poteva essere chiunque, giaceva sulla lettiga. - Ha perso molto sangue - continuò il medico. Dunque era Esther. Samuel cominciò a piangere. - Il mio sangue non va bene. Non sono suo padre - disse al medico. - Ma... - Solo Hanna è mia figlia naturale... Esther no. Il mio sangue è B positivo. - Quello di Esther è zero negativo... - finì disarmato il medico. Samuel fu allontanato dalla sala e i medici salvarono la vita di Esther. Quello che nessuno si aspettava era che lei avesse sentito e ricordato tutto. Ci vollero alcuni giorni prima che Esther riaprisse gli occhi e potesse comunicare con suo padre che la vegliava senza sosta. Quando ciò accadde, non attese nemmeno un secondo, appena ebbe un soffio di fiato lo investì: - Ho sentito. Non sono tua figlia. Chi sono? Samuel lasciò cadere il giornale che reggeva in mano e ammutolì. Esther era sempre stata acuminata come una freccia, aveva sempre avuto, sin da bambina, la capacità di andare dritta al sodo senza perdersi in inutili giri di parole. Chi la conosceva per questo l'amava o la odiava, senza sfumature. Samuel l'amava. Moltissimo. "Ero cosciente" continuò Esther. Suo padre si coprì il viso con le mani. Aveva superato la strettoia terribile in cui non sapeva se Esther avrebbe superato la notte, poi aveva sperato che stesse bene come prima, che tornasse ad essere la splendida giovane donna che stava diventando e quando fu certo che tutte quelle preghiere erano state ascoltate, ecco che l'investiva un'altra pallottola vagante. - Oh tesoro... - mormorò Samuel colpito più di tutto dal dolore lacerante che quella notizia doveva aver generato nel cuore cristallino di Esther. - Devi dirmi la verità - insisté lei con tono pacato, ma deciso. - Ora? - Ora. Dimmi chi sono. - Sei Esther Rosenthal. Mia figlia. - Lo so il mio nome. Voglio sapere da dove vengo e perché non sei mio padre. Samuel sospirò. Era ora di vuotare il sacco. Aveva avuto 22 anni e migliaia di occasioni per rendere tutto indolore o perlomeno accettabile e ora gli toccava scaraventare addosso ad Esther la verità. Tanto valeva raccontare tutta la storia. - Quando tua madre era incinta di Hanna, apparve una sera suo fratello Simon. Simon era un agente del Mossad...
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