Chapter 2

2006 Words
2. «Mio dio» mormorò Jean, quando di svegliò. Non aveva mai, mai, e ancora mai provato qualcosa del genere. L’avevano fatto per… quanto? Cinque ore? Di più? Era sul divano di pelle e Gilles le aveva appoggiato addosso una coperta di lana merinos, bianca e morbida. Secondo il suo orologio da polso erano le quattro del pomeriggio, e fuori dalla finestra era già quasi buio. Aveva smesso di nevicare. Jean si stiracchiò e scese dal divano, portandosi dietro la coperta e appoggiando i piedi scalzi sui morbidi tappeti orientali. Di Gilles non c’era traccia, ma varie stanze del grande appartamento erano illuminate. Jean aveva fame, voleva sapere se il suo volo era partito e voleva anche sapere se per caso non aveva preso qualche malattia. Sul momento non le era sembrato importante, ma avrebbe preferito che Gilles si infilasse un preservativo, dio del sesso o meno. Avrebbe anche dovuto procurarsi una pillola del giorno dopo o quello che avevano in Italia, il che, a ben pensare, significava che avrebbe perso il volo comunque, visto che la Turchia non era famosa per essere la patria dell’anticoncezione. Più passavano i minuti e più era seccata, principalmente con se stessa. Che cosa diavolo le era preso? Gilles era affascinante, certo, così equivoco e misterioso, ed era inutile negare che a letto era un sogno incarnato, ma… All’improvviso ricordò alcune delle cose che le aveva fatto e arrossì di colpo. Non sapeva di essere così disinibita. Poi ricordò qualcos’altro. Gilles era rimasto vestito quasi tutto il tempo, con la vestaglia di seta ben allacciata. Quando si era finalmente “concesso” Jean aveva potuto vedere una cicatrice fresca sul fianco destro, a forma di stella. Ora Jean realizzava che era il segno di un colpo d’arma da fuoco. Inoltre aveva molte altre vecchie cicatrici sul corpo, come sottili fili chiari sulla pelle già chiara, come se l’avessero accoltellato spesso. Chi diavolo era quel tizio senza un occhio, con una casa enorme nel centro di Roma, a cui avevano sparato di recente, che era stato accoltellato nel passato e che faceva l’amore come Pan in persona? Jean si strinse meglio nella coperta e rabbrividì. Un criminale? Un mafioso, forse? A un tratto sentì la sua voce provenire da una stanza davanti a lei. La porta era aperta, l’interno illuminato. La voce di Gilles era bassa come sempre. Jean non riusciva a capire in che lingua parlasse, neppure con la sua abitudine da giramondo. Era seduto su una seggiola di noce e corda, a una scrivania egualmente di noce. Era scalzo e aveva addosso un paio di jeans chiari e un maglione a lupetto di cachemire nero. In una mano reggeva la cornetta di un telefono di bachelite, con l’altra prendeva appunti su un foglio. Ogni tanto diceva qualche parola in una lingua simile all’arabo, ma che non era arabo. Jean si fermò sulla porta e diede un piccolo colpo di tosse. Gilles si voltò di scatto, poi sorrise e le rivolse un cenno con la mano. Si congedò velocemente dal suo interlocutore e appoggiò la cornetta sulla forcella con attenzione quasi eccessiva. «Spero di aver fatto bene a lasciarti dormire» le disse, alzandosi e andandole incontro. «Benissimo» rispose Jean, forse un po’ più seccamente di quanto avesse voluto. «In che lingua parlavi?» aggiunse, con un sorriso, allungando il collo verso il blocco. Non voleva ancora affrontare il discorso “scusa, hai per caso qualche orribile malattia,” ma forse anche l’argomento lingua non era il massimo. Per prima cosa sembrava un’impicciona. In ogni caso il blocco era coperto da una fitta scrittura in un alfabeto simile a quello arabo, ma che non era quello arabo. «Aramaico» rispose Gilles, secco, e chiuse il blocco. Passandole un braccio dietro alle spalle la condusse fuori dalla stanza. «Sono sterile» le disse in un orecchio, in tono quasi divertito, «e non prendo le vostre malattie». Le passò davanti e aggiunse, facendole strada: «Ho chiesto a Corrado, il portiere, di controllare in internet quando parte il tuo volo. Visto che sono più di quindici anni che non uso questo appartamento non ho un computer, qua. A dire il vero avrei voluto non tornarci per almeno altri quindici, ma…» «Senti, frena un secondo, ok?» lo interruppe Jean. Lui si voltò, inarcando un sopracciglio nero, un po’ altezzoso. «Si può sapere chi diavolo sei? E come cavolo fai a sapere cosa stavo pensando? E che cazzo vuol dire che stavi parlando in aramaico?!». Gilles le fece cenno di seguirlo e riprese a precederla con calma. «Come ti stavo spiegando…» disse, come se lei non avesse mai parlato «…alla fine Corrado ha telefonato all’aeroporto. C’è un volo per Istambul questa sera alle sei». Entrò in una grande camera da letto e aprì l’anta di un enorme armadio di noce, apparentemente sei stagioni. Iniziò a frugare all’interno. «Gilles…» disse lei, in un tono che preannunciava tempesta. «In questo caso…» continuò lui, ancora una volta ignorandola «…puoi prendere il tuo aereo e dimenticare di avermi mai incontrato. Non ti sarà difficile». «Gilles, tu…» Lui si voltò, mostrandole due pantaloni quasi identici, di lana pettinata e dal taglio irrimediabilmente anni ’90. «Immagino che nessuno dei due sia indossabile» disse, arricciando il naso. «Dovrò comprare dei vestiti nuovi». «Ascolta, Gilles, vorrei solo capire…» Lui gettò i pantaloni sul letto con un gesto di stizza. Le cinse la vita con un braccio e avvicinò il viso al suo. «Oppure… Jean la Perdigiorno… potresti passare un po’ di tempo con me. Sarebbe un’esperienza… interessante, per una persona curiosa come te». Le sfiorò le labbra con le labbra e Jean, malgrado tutto, non poté fare a meno di sentire un flusso caldo risalirle le vene. «Qua? In questa casa lussuosa e immensa che non so nemmeno se è tua?». Gilles sorrise appena. «Noo…» rispose, divertito. Poi tornò serio. «Certo che mi appartiene. Da tre secoli. Ma sto andando a Venezia, ora. Te l’ho detto: non avrei voluto venire qua. Ma avevo freddo, ed ero stanco… e ferito». Jean, ancora con il braccio di lui attorno alla vita, si strofinò un piede nudo sul polpaccio. Iniziava ad avere freddo, ed era affamata. «Purtroppo in casa non c’è niente da mangiare» disse lui, sollevandola delicatamente da terra e appoggiandola altrettanto delicatamente sul letto. Il grande specchio sul soffitto le rimandò l’immagine di una donna dalla pelle lattea, infagottata in una coperta bianca e lanosa, con i lunghi capelli tra il biondo scuro e il rosso sparsi tutto attorno sul telo bianco che copriva il materasso. Vide Gilles che si sedeva accanto a lei e sentì il suo peso incurvare le molle, mentre lui iniziava a massaggiarle un piede, scaldandolo. «Sto impazzendo?» chiese, sottovoce. «No, perché dovresti?» la sua mano risalì leggera lungo la sua gamba. «Sono molto stanco. Non ho dormito un granché e mi fa male il fianco» aggiunse, ed era una semplice constatazione. Si allungò accanto a lei, con una piccola smorfia di dolore. Lei lo scrutò attentamente, fissando il suo unico occhio. «Che cosa ti è capitato alla faccia?». Gilles, di nuovo, le donò uno dei suoi minuscoli sorrisi. «Vieni con me a Venezia?» replicò, morbido. Poi, distogliendo lo sguardo, aggiunse: «Mi sento così solo». Scostò un lembo della coperta e le baciò un seno. Piano, molto piano, iniziò a baciarla tutta, tanto che Jean poteva sentire il suo fiato caldo, i suoi capelli che la solleticavano, ma non le sue labbra che la sfioravano. Le sue mani la percorsero con maggiore decisione, trovando ogni suo punto debole. «Jean la Perdigiorno che si lascia corrompere…» le cantilenò nell’orecchio, con voce roca. «Jean la Perdigiorno che si lascia tentare…» Lei rotolò sopra di lui e tentò di strappargli via la maglia. «Jean, Jean… che, oh, adesso mi vuole…» «Certo che ti voglio» ribattè lei, avvicinando la faccia alla sua e stringendogli gli avambracci con le mani. Lui le rivolse un sorriso pigro e vagamente indisponente mentre lei gli sfilava i pantaloni. «Quanta fretta, Jean. Da cosa scappi?» le chiese, quando lei gli salì sopra, affondando su di lui. La prese per le natiche e la rivoltò pancia all’aria, con un piccolo grugnito di dolore e senza uscire da lei. «Guarda… Posso essere veloce quanto te» ansimò nel suo orecchio, mentre lei iniziava a contrarsi attorno a lui. Lo sentì venire, veloce come aveva promesso (minacciato?) di essere. Respirarono in silenzio per qualche minuto. «Voglio solo che mi rispondi» disse Jean, appoggiando la testa sulla sua spalla. «Chi ti ha insegnato a… lo sai». Sentì il fremito di una risata silenziosa attraversargli il corpo. «Ho imparato qua e là, con il tempo. Era questo che volevi sapere?». Jean schioccò la lingua. «Più o meno. Quanti anni hai, tra l’altro?». Lui sorrise ancora, mille piccole rughe che si formavano accanto al suo occhio sinistro. «Tu che cosa dici?». Lei si mordicchiò un labbro. Non voleva sembrare offensiva, così disse «Trentacinque?» anche se lo stimava più vicino alla quarantina. «No, decisamente no. Fai circa tre-mila» rispose lui, con un vago sorrisetto. Jean rise, dandogli una piccola pacca sul braccio. Lui si alzò e controllò la cicatrice fresca che aveva sul fianco. «Potremmo andare a mangiare qualcosa, Jean la Perdigiorno, e poi andare alla stazione». Lei inarcò le sopracciglia. «Con le tue valige, ovviamente. Non proporrei mai di abbandonarle». Jean rise ancora. +++ Si erano vestiti molto pesantemente ed erano usciti. Gilles aveva trovato un paio di jeans a cui doveva ancora essere fatto l’orlo, che andavano giusto bene per quella fine di anni zero. Aveva anche scoperto un cappotto di cachemire con le spalle meno scese degli altri. Jean aveva messo il suo montone e gli stivali scamosciati e imbottiti, oltre a un berretto di candido agnello. Lei e Gilles avevano camminato sui marciapiedi congestionati di gente, scansando gli acquirenti isterici del Natale alle porte. «Una volta là c’era una taverna che faceva i migliori fagotti di carne di maiale e miele della città» disse lui, quando furono nei pressi del Colosseo. «Anche se alcuni mormoravano che in realtà la carne era quella dei cinghiali che ammazzavano al Circo Flavio. In ogni caso sempre maiale era, non pensi?». «Immagino di sì» rispose Jean, sorridendo. «Già. Davvero. Ora vedo un McDonald. Anche in questo caso ci sono delle riserve sulla provenienza della carne, se non sbaglio». «Oh, chi se ne frega». Lui annuì seriamente. «Benissimo» disse, entrando. Ordinò un Quarter Pounder, che poi qui si chiamava McRoyal Deluxe, e una bottiglia d’acqua. Jean prese un BigMac, patatine grandi, coca e un Sundae al cioccolato. Il fast-food era pieno di bambini urlanti, madri sull’orlo dell’esaurimento nervoso, persone oberate dai sacchetti e impacciate dai cappotti. Il pavimento era bagnato per via della neve che veniva continuamente portata dentro dalle scarpe e sulle pareti c’erano ghirlande di agrifoglio e pungitopo di cartone. Jean e Gilles si incastrarono in uno stretto tavolino accanto a due turisti americani in sovrappeso, con i propri vassoietti davanti. +++ Sul treno per Venezia Jean acconsentì a lasciare il posto vicino al finestrino a Gilles. Erano ormai le cinque del pomeriggio e fuori era buio, quindi non si capiva che cosa volesse vedere. Sistemare i bagagli di lei non fu semplice, perché il treno, anche in prima classe, era pieno da scoppiare, tutti i posti occupati e tutti gli occupanti muniti di varie valige. «Se mettiamo su questa, al posto dell’altra, l’altra possiamo metterla sotto al sedile» argomentava ancora Jean, sotto gli occhi divertiti dei due italiani seduti nei posti di fronte ai loro, quando il treno era già partito. Gilles sospirò e tirò giù la valigia in questione, con una piccola smorfia di dolore. «Naturalmente con mettiamo e possiamo si intende metti e puoi, giusto? Non hai mai pensato che la lunga strada per l’indipendenza è fatta anche di piccole cose come avere un bagaglio che si è in grado di sollevare?». Sistemò sul portapacchi l’altra valigia e infilò la prima sotto al sedile, poi entrambi, finalmente, si sedettero. «Scusa» mormorò lui, sfiorandole la mano. «Sono stato brusco. È solo che mi fa male il fianco». «Non è colpa mia se non c’erano facchini liberi» recriminò lei. «Lo so. Ho già detto che mi dispiace». Lei gli baciò una guancia. «Non fa niente. Stai bene?». Lui le rivolse uno dei suoi sorrisi sottili. «Non è tanto facile mettermi… come si dice? Fuori servizio?». Jean ridacchiò. «Penso che intendessi fuori uso». Gilles aggrottò la fronte. «C’è differenza?». Lei rise ancora a si diede a spiegargli che “fuori uso” significava che qualcosa era rotto o guasto, mentre “fuori servizio” voleva dire che qualcosa non era in funzione, qualsiasi fosse il motivo. «In ogni caso» aggiunse «parli l’inglese davvero bene». «Grazie. Cerco di tenermi al passo coi tempi» rispose lui, in tono ironico. Tra loro calò un silenzio di qualche minuto, poi Jean, sporgendosi per osservare la strada illuminata che scorreva fuori dal finestrino, domandò: «Tu sai dove siamo?» Gilles scosse la testa. «Da qualche parte tra Roma e Firenze, presumo». «Ad Attigliano» disse, in inglese, uno dei due viaggiatori italiani seduti di fronte a loro. «Scusate per l’intromissione». Erano due signori sulla cinquantina. Entrambi indossavano dei completi di lana pettinata, l’uno grigio, l’altro blu, e portavano due valigette di pelle nera.
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