CAPITOLO III
Dick si sentiva piccato al punto da desiderare di rinnovare l'incontro, e il modo per riuscirvi era uno solo. Andò al garage vicino al suo appartamento a tirar fuori la sua vecchia macchina, con la quale prese la via delle «Forche».
Non fu facile trovarla: la località non era segnata su nessuna carta e soltanto nei pressi del maniero di Selford gli riuscí di sapere da uno stradino che la casetta era sulla strada maestra e che se ne era allontanato di una diecina di miglia.
Era già tardi nel pomeriggio quando si fermò davanti al muro mezzo cadente e al cancelletto sgangherato che chiudevano l'accesso all'abitazione del dottor Metaxas. A una brusca svolta del viottolo tutto coperto di erbacce che vi conduceva, compariva una casaccia mezza diroccata che non meritava certo il nome di villino.
La porta era sprovvista di campanello e d**k dové bussare per cinque minuti buoni, prima di ottenere una risposta. Finalmente udí un passo strascicato sull'impiantito, il rumore di un catenaccio che scorreva nei suoi anelli e la porta si aprí di qualche centimetro.
Dick era abituato ai piú insoliti spettacoli, tuttavia rimase a bocca aperta alla vista dell'uomo che si presentò sulla soglia. Costui aveva un viso lungo, sparuto e talmente grinzoso da sembrare una mela vizza. Una lunga barba nera gli scendeva quasi fino alla cintura; in testa portava una papalina unta e bisunta e fissava il suo visitatore con due occhietti neri e maliziosi.
— Il dottor Metaxas? – domandò l'agente.
— Sono io.
La voce del dottore era aspra, con un leggerissimo accento straniero nella pronunzia.
— Cerca di me? Strano! Non sono abituato a ricever visite.
Sembrava che non sapesse cosa fare, e voltò il capo verso qualcuno che gli stava dietro alle spalle. Nell'atto scoprí agli occhi di d**k la figura di un giovanotto bianco e rosso, indossante un abito di taglio perfetto. Vedendo d**k il giovanotto si tirò vivacemente indietro, per nascondersi al suo sguardo.
— Buon giorno, Tommy – disse d**k Martin molto cortesemente. – Non mi aspettavo il piacere di vederti qui.
L'uomo barbuto borbottò qualcosa, spalancando la porta, e Tommy comparve alla vista, impeccabilmente vestito. d**k lo aveva incontrato in svariate occasioni, ma mai cosí elegante. La sua biancheria era di un candore immacolato, il suo abito usciva certamente da una sartoria del West End.
— Buon giorno, signor Martin – disse Tommy senza scomporsi. – Sono arrivato or ora per fare una visita al mio vecchio amico, il dottor Metaxas.
Dick lo fissò pieno di ammirazione.
— Sei diventato ricco a quanto vedo. A che giuoco giuochi ora, Tommy?
Tommy chiuse gli occhi con aria paziente e rassegnata.
— Ho un buon posto ora, signor Martin e lavoro onestamente. Non voglio piú entrare in pasticci, grazie tante. Allora la saluto, dottore.
Strinse la mano un po' troppo vigorosamente all'uomo barbuto e passandogli davanti si avviò giú per la gradinata.
— Un momento, Tommy, avrei da dirti un parola. Mi puoi aspettare intanto che mi sbrigo col dottor Metaxas?
Il giovanotto esitò, scambiando un'occhiata furtiva con l'uomo barbuto, che era rimasto sulla soglia.
— Sia pure – disse con malgarbo. – Ma faccia presto, perché ho un appuntamento. Grazie per la medicina, dottore – soggiunse forte.
Dick non si lasciò ingannare da una menzogna cosí trasparente. Seguí il dottore nel vestibolo e si fermò perché il medico non l'invitò ad inoltrarsi.
— Lei è della polizia – disse quest'ultimo, quando d**k tirò fuori il suo biglietto da visita. – È proprio una cosa stravagante e bizzarra! Da un pezzo non ho piú avuto a che fare con la polizia; c'era poi bisogno di far tanto fracasso perché un disgraziato fa degli esperimenti su un cagnolino? Tutte sciocchezze! E ora lei che cosa vuole da me?
Dick gli spiegò in poche parole lo scopo della sua visita. Con sua meraviglia l'altro ammise subito il fatto.
— Sí, il libro l'ho io. Era su uno scaffale, io ne avevo bisogno e lo presi.
— Ma, mio caro signore, non è mica permesso di portar via la roba degli altri, soltanto perché fa comodo! – esclamò Martin stupito.
— Era in una biblioteca che ha per scopo di prestare i libri a chi ne ha bisogno, non è cosí? Il libro mi faceva comodo in quel momento e io lo presi. Non lo portai via di nascosto; me lo misi semplicemente sotto il braccio, salutai la signorina e me ne andai. Ora ho finito di adoperarlo e lo posso restituire. Haeckel è uno sciocco. Le sue conclusioni sono assurde, le sue teorie stravaganti e bizzarre (questa era evidentemente una sua frase favorita). Lei le troverebbe molto noiose e comuni, ma io... – alzò le spalle, e fece udire un suono fesso che d**k interpretò come una risata.
Dick gli spiegò il sistema sul quale si basa il prestito dei libri nelle biblioteche, poi uscí col volumetto sotto al braccio per andare a raggiungere Tommy Cawler. Fra sé pensava tutto soddisfatto di avere almeno una buona scusa per tornare alla biblioteca.
— E ora, Cawler – cominciò subito, senza preliminari e con tono di voce abbastanza perentorio – voglio sapere qualcosa da te. Metaxas è un tuo amico?
— È il mio dottore – rispose l'altro freddamente.
Tommy aveva due occhi azzurri, sempre scintillanti di allegria.
Fra i tanti che erano passati per le mani di d**k era quegli che aveva saputo meglio acquistarsi le sue simpatie. Alla polizia era conosciuto per la sua maestria nel saltare su un'automobile momentaneamente incustodita e volar via, prima che il legittimo proprietario potesse accorgersi di nulla. Delle due condanne che aveva riportato andava debitore all'oculata investigazione di colui che ora lo interrogava.
— Ho un impiego fisso, ora. Sono chauffeur del signor Bertram Cody – disse Tommy con aria compunta. – Sono diventato tanto onesto che non commetterei una marachella neppure per salvarmi la pelle.
— Dove sta il signor Cody? – domandò d**k in tono assai scettico.
— A Weald House, a appena un miglio da qui. Ci può venire anche lei, se crede, a domandare di me.
— E questo signore è stato informato del tuo passato burrascoso? – interrogò d**k con delicatezza.
— Certamente. Gli ho detto tutto e dichiara di non aver mai avuto un migliore chauffeur di me.
Dick lo esaminò da capo ai piedi.
— E questa sarebbe la tenuta che il tuo padrone t'impone?
— Per dir la verità ora vado in permesso. Il signor Cody è abbastanza generoso nell'accordarmi un po' di licenza. Eccole il mio indirizzo, se lo desidera.
Si tolse una busta di tasca, indirizzata a lui stesso, presso il signor Bertram Cody, Weald House, South Weald, Sussex.
— Mi trattano come un signore – disse con accento di verità – e non ho mai conosciuto persone tanto per bene, quanto il signore e la signora Cody.
— Benissimo – replicò d**k, sempre scettico. – Perdona queste domande indiscrete, Tommy, ma nel mio lessico non esiste la parola riabilitazione.
— Non so che sia, ma in ogni modo sbaglia – disse Tommy rannuvolandosi in viso.
Martin gli offrí un posto nella sua automobile, ma ebbe un rifiuto. Tornò perciò solo a Londra, arrivando alla biblioteca, con suo gran dispiacere, mezz'ora dopo che la ragazza ne era uscita. Pensò allora che era ormai troppo tardi per presentarsi nello studio dell'avvocato Havelock, eppoi l'idea di aver preso l'impegno di quella visita lo seccava. Da un pezzo aveva già fatto tutti i suoi progetti. Sarebbe andato a passare un mese in Germania, prima di mettersi al lavoro che lo tentava: un trattato dal titolo: L'arte di rubare, che gli avrebbe piacevolmente occupato tutto l'anno veniente.
Dick non era ricco, ma certamente assai agiato. Sneed, parlando scherzosamente di un'eredità di sei cifre, non si era troppo allontanato dalla verità, poiché lo zio di Martin, allevatore di bovini ad Alberta, era stato uomo assai danaroso. Ora lasciava la polizia piú che altro perché essendo vicino alla promozione non voleva togliere il posto a chi aveva piú bisogno di lui di far carriera. Il lavoro di polizia lo divertiva; era il suo passatempo e la sua occupazione, e in fondo non sapeva immaginarsi che cosa sarebbe stata la sua vita senza quell'interesse.
Stava per entrare in casa, quando sentí una voce che lo chiamava da lontano. Si voltò e riconobbe lo scassinatore da lui arrestato quella mattina; questi attraversava frettolosamente la strada per corrergli dietro. Di solito Luigi Pheeney era un uomo molto calmo, ma in quel momento i suoi modi tradivano una grande agitazione.
— Potrei dirle una parola? – domandò con un tremito nella voce, che si sforzava invano di nascondere.
— Certamente; che ti è successo?
— Non lo so – l'uomo guardò giú e sú per la strada, nervosamente. – Sono inseguito.
— Non dalla polizia, ci potrei giurare – affermò d**k sorridendo.
— Ma che polizia! – esclamò l'altro con impazienza. – Crede che in tal caso mi preoccuperei? No, da quell'uomo del quale le ho parlato. C'è qualcosa che non va in quella faccenda. Non le ho detto tutto, Martin. Mentre lavoravo vidi che il mio individuo tirava fuori una rivoltella dalla tasca posteriore dei pantaloni per mettersela in quella del pastrano. Stette poi sempre dietro a me, tenendovi la mano sopra, e a un tratto mi balenò nella mente l'idea che se fossi riuscito ad aprire quella porta, non sarei mai riuscito a intascare le mille sterline che mi erano state promesse. Mentre ero a metà del lavoro dissi che avevo bisogno di uscire un momento, e scappai. Qualcuno mi rincorse, una sorta di animale, mi parve, e io non ero armato. Non porto mai armi addosso, perché in questo paese i giudici caricano la dose se siamo sorpresi con la rivoltella in tasca.
Cosí parlando i due uomini erano entrati in casa e giunti sulla soglia dell'appartamento di d**k; il ladro ve lo seguí, senza aspettare di esservi invitato.
Dick si diresse verso il suo studio, di cui richiuse la porta.
— E ora, Luigi, dimmi la verità: che razza di lavoro dovevi fare martedí sera?
Luigi guardò in giro per la stanza, fuori dalla finestra, e per ogni luogo, piuttosto che fissare lo sguardo in faccia a d**k.
— Dovevo cercare di aprire un sepolcro – disse sottovoce.