I.-2

2052 Words
– La cosa è stata ritardata, per quanto più si è potuto, – replicò il vecchio sacerdote. – Si è fatto l’impossibile. Ora.... – .... Dobbiamo andare. Io vi sarei rimasta assai poco, ancora, – ripetette la povera vecchia, tornando, come tutte le creature semplici, all’idea semplice. – Il Signore ha voluto infliggervi questo dolore, cara madre, a voi e a queste buone sorelle: sopportatelo, sopportatelo. – E che faremo, padre? Dove andremo? Egli fece un cenno vago, con le mani. In realtà, nulla aveva da offrire, a quelle misere, discacciate dal loro convento. – Dove, dove andremo? – chiesero, piangendo, quattro o cinque di quelle monache. – Vedremo.... vedremo, – disse il buon prete, confuso, imbarazzato. – In un altro convento, padre, forse, in un altro convento? Vi è speranza? – Non lo sperate. Il Governo non lo permetterebbe, – egli disse, recisamente, per predisporle alla catastrofe. – E dove andremo? Dove andremo? – Alle vostre case, nelle vostre famiglie.... – egli mormorò, comprendendo, man mano, tutto l’orrore di quella cacciata. – La nostra casa, la nostra famiglia era qui, era qui! – disse, dolorosamente, suor Giovanna della Croce. La badessa, ancora, le fece cenno di tacere. Di nuovo, a queste parole che esprimevano tutta la umile tragedia del loro cuore trangosciato, risuonarono i clamori delle monache. Esse si erano separate dal mondo, trenta, quaranta, cinquant’anni prima, per sempre: esse avevano giurato povertà, castità, obbedienza e perpetua clausura a Dio: lo avevano giurato e avevano tenuto, sin quasi alla morte, il loro giuramento. Ora, lo infrangevano. – Noi saremo in peccato mortale, – disse, terrorizzata, la badessa. – Dio è buono, madre. – Chi infrange i voti, è in peccato mortale.... – Dio ha tanto perdonato, madre mia! – Sì, ma noi saremo in peccato mortale. – Ne parlerò a Sua Eminenza.... egli vi manderà, presto, una parola consolatrice. È troppo afflitto per venire. Verrò io.... domani sera.... – mormorò egli, nella pochezza del suo spirito e nella bontà del suo cuore. Ancora, silenzio. Poi, di nuovo, suor Teresa di Gesù, parlò, lentamente. – Voi dite.... domani sera? Dobbiamo, dunque, andarcene subito? Il povero prete non rispose immediatamente. Malgrado la sua limitata intelligenza, egli comprendeva che era quello l’ultimo colpo. Poi, si decise. – Dopodomani, lunedì. Quando la povera vecchia badessa udì che solo due giorni dividevano lei e le sue monache, da quella cacciata crudele, che violava la loro anima e gittava i loro corpi all’abbandono e alla miseria, le forze che fin allora l’avevano sorretta, le mancarono. Vacillò e cadde fra le braccia delle sue sorelle che la raccolsero, lacrimando, cercando di rianimarla. Mentre la conducevano via, circondata, seguita dalle suore, lentissimamente, don Ferdinando de Angelis salutò e benedisse quel gruppo plorante. Andavano, ora, nel lungo chiostro che rasentava il giardino, andavano, le Sepolte Vive, sostenendo la loro antichissima badessa, quasi morente di dolore, esse stesse riboccanti di amarezza: e i pianti si erano quetati. Ma i passi erano più molli, più stracchi, trascinati a forza: ma sotto le tuniche nere che sfioravano la terra, sotto i mantelli neri che le avvolgevano, sotto i veli neri che celavano il loro viso, esse, d’un tratto, sembravano assai più caduche, più vecchie, più prossime alla morte. Alcune si appoggiavano alla muraglia bianca del chiostro, come se svenissero: altre voltavano la testa verso il giardino, guardando dov’erano le tombe delle loro sorelle, morte in convento e colà sepolte, guardavano fissamente, verso le tombe. *** La cella di suor Giovanna della Croce era fiocamente illuminata da un lumino da notte, nuotante nell’olio di un bicchiere: il tutto formava una lampadina, innanzi a un crocefisso, lampadina che restava accesa, giorno e notte, per speciale divozione alla Croce e al Divino che vi era confitto. La regola impediva alle Trentatre di tenere lume acceso, quando andavano a letto, o nella notte: strettamente, si sarebbero dovute spogliare all’oscuro e vestirsi, alla mattina, nelle ombre crepuscolari dell’alba. Ma era concesso loro di far ardere qualche modestissima lampada, in omaggio alle immagini che più veneravano: suor Giovanna non avrebbe potuto dormire, senza quella piccola luce che rischiarava il Crocefisso. Talvolta, nella notte, il lumino si consumava, l’olio galleggiante sull’acqua finiva, la lampadina si spegneva: la suora si svegliava subito, in preda ad ansietà. Nella celletta, con le pareti coverte d’immagini sacre, di quadri e quadretti, di cerei pasquali, di rami d’ulivo benedetto, non vi era se non un letto, una sedia e un piccolo cassettone. Le pareti erano rozzamente imbiancate a calce: sul pavimento i freddi e polverosi mattoni rossi delle più povere case napoletane: lo stesso letto era composto di due trespoli di ferro: un solo materasso e un solo cuscino. Di fronte al letto un balcone: la celletta occupava un angolo orientale del monastero di suor Orsola, al secondo piano, e l’occhio vi avrebbe potuto scorgere il magnifico panorama di Napoli e del suo golfo, se un’alta e fitta gelosia di legno non ne avesse impedito la vista, mentre permetteva all’aria di entrare. Nei primi tempi della sua monacazione, quella gelosia attirava costantemente la persona di suor Giovanna: ella non poteva resistere al desiderio di guardare, ancora, di lontano, di lassù, lo spettacolo delle cose. Anzi, si era confessata di quest’abitudine profana, come di un peccato: ed era un peccato, poichè quelle contemplazioni la riconducevano alla sua vita del mondo, amaramente. A poco a poco, con gli anni che passavano, con la giovinezza che finiva, con le memorie che si cancellavano, ella aveva vinta la tentazione. Ora, da anni, nè la sua persona, nè i suoi occhi erano attratti dalla gelosia: ella aveva dimenticato che da quel balcone, alto come una torre, sul giardino del convento e sul Corso Vittorio Emanuele, aveva dimenticato che da quel balcone si scorgeva il mondo. Neppure nella triste sera in cui don Ferdinando de Angelis aveva data la notizia orribile, rientrando nella sua celletta per riposare, suor Giovanna della Croce si era accorta, più, che vi fosse un balcone. La notte era lunare: passando pei lunghi chiostri, nel movimento del ritorno alle celle, ella aveva visto il cielo chiarissimo, e le estreme mura del convento fatte anche più bianche. Ora, chiusa la piccola porta della sua cella, senza mettere il catenaccetto, perchè la regola lo proibiva, suor Giovanna era caduta inginocchioni, innanzi alla sua sedia, col moto abituale di ogni sera, tendendo le braccia al Crocefisso. Ma se le sue labbra mormoravano le rituali parole dell’orazione, l’anima sola si concentrò nella preghiera, restando confusa, turbata, agitatissima. Da molti anni, suor Giovanna aveva obbliata ogni cosa della sua vita anteriore alla monacazione. Prima dolorosa, angusta, opprimente, insopportabile a un temperamento passionale come il suo, la vita delle Trentatre aveva finito per domare quell’anima ribelle, quel cuore impetuoso, quel sangue troppo caldo. Suor Giovanna della Croce aveva molto patito, dei suoi voti: aveva pianto di rabbia, di noia, di tristezza, di languore, per molto tempo: ma le supreme consolazioni, lente, tranquille, costanti, erano discese su lei, con il regime mistico, morale e fisico di una esistenza claustrata, con quelle consuetudini umili, semplici, candide, quasi puerili, delle giornate monacali, con quel rimpiccolimento della esistenza materiale, quella continua elevazione spirituale nelle orazioni, con quelle formule sempre ripetute del rito che spezzano le volontà, suadono le volontà spezzate e stringono l’esistenza in un anello. La regola delle Trentatre, così austera, così dura, così assoluta, le era divenuta dolce, ella ne seguiva tutti gli ordini, con cuore obbediente e persino tenero. Suor Giovanna era stata, nel mondo, una creatura d’impulso, facile all’entusiasmo, alle lacrime, al furore: nel chiostro, tutto questo ardore si era temperato, equilibrato, si era messo fedele e umile al servizio di Dio. Le era dolce, questa regola, per cui, con gli anni, tutto il passato si era cancellato dalla sua memoria. Chi era più, lei? Non una donna, non una creatura muliebre: era una monaca, una sepolta viva. Come mai si era chiamata, nel mondo? Non lo ricordava. Sapeva solo il suo nome del chiostro: il nome preso in omaggio al suo Signore e al suo dolore, il nome di suor Giovanna della Croce. La pace, l’obblio, un’altra vita, quello che essa aveva chiesto al Cielo, dandogli la sua gioventù, la sua bellezza, il suo ardente desiderio di amore, di gioia, di felicità, le era stato accordato. Aveva la pace e aveva l’obblio: viveva un’altra vita. Non poteva, in quella sera, pregare, la Sepolta Viva! Fra le incertezze mortali del suo spirito, deviato dal suo corso naturale di pensieri e di sentimenti, sentendosi strappata, crudelmente, alla pace, all’obblio, alla sua seconda vita, brani di esistenza le riapparivano innanzi alla mente, da anni ed anni mai più evocati, nelle ore di solitudine, da anni ed anni mai più semplicemente rammentati. Si nascondeva il viso fra le mani, la suora, quasi per difendersi contro l’assalto delle memorie. Ella si era chiamata, nel mondo, Luisa Bevilacqua. Aveva appartenuto a una famiglia di borghesi agiati: i suoi genitori avevano un commercio, all’ingrosso, di mercerie. Ella non aveva se non una sola sorella, Grazia Bevilacqua: un solo fratello, Gaetano Bevilacqua. Il fratello era maggiore di lei, di età: minore, la sorella. Ah, ora li rivedeva, ambedue: la sorella bionda, grassotta, bellina, vanitosa dei suoi occhi azzurri e dei suoi capelli d’oro, mentre ella, Luisa, era bruna, alta, snella, col viso lungo, non bello, con gli occhi neri, vivaci e i folti capelli neri, il tipo comune napoletano: rivedeva il fratello Gaetano, bel giovane, elegante, sprezzatore della borghesia paterna, tutto dedito alla vita mondana, schiavo di amici più aristocratici di lui: li rivedeva, questo fratello e questa sorella, ambedue egoisti, freddi, calcolatori, avidi, sotto le seducenti apparenze della giovinezza e della leggiadria, ambedue adorati dai genitori, mentre ella non raccoglieva se non un affetto distratto e glaciale dagli stessi genitori! – Signore, Signore, quanto mi hanno resa infelice! – ella disse, a bassa voce, rivolgendosi al Crocefisso. Trasalì. Chi aveva parlato? Quale era quella voce che, come trent’anni prima, si lagnava di essere stata trattata con crudeltà dalla gente che più amava? Che era quel lamento? Altre volte, per anni, la celletta aveva udito quei gemiti, quei sospiri, quei singulti. Ma, da tutto quel tempo, la sua grande sventura si era dileguata, come una nuvola al vento: da tanto tempo, il suo cuore era risanato dalla ferita sanguinolenta! Chi le mostrava, ancora, quel puro sangue del suo cuore, sgorgante per un colpo datole da una mano fraterna? Luisa Bevilacqua, nel mondo, a venti anni, aveva amato, di un amore forte e geloso, un giovane, non del suo ceto, più ricco, più fortunato, un giovane che si chiamava Silvio Fanelli: ed egli aveva amato Luisa, con trasporto. I genitori Bevilacqua assegnavano a Luisa, per il giorno in cui si maritasse, trentamila lire di dote, mentre Grazia, sua sorella, la carità, ne aveva cinquantamila: mentre Gaetano, il primogenito, il maschio, il signore della casa, aveva tutto il resto della fortuna, non piccola. Fiera, generosa, disinteressata, Luisa Bevilacqua non chiedeva ragione della disparità: sapeva che si sarebbe maritata per amore e non per danaro: sapeva che il suo Silvio era, egli stesso, nobile, leale, sincero. Le nozze fra Luisa e Silvio furono presto accordate, per contentare l’ardente passione che li legava. Il giovane adorava la sua fidanzata, la fidanzata adorava Silvio e ne era mortalmente gelosa. – Oh Dio, voi sapete come mi fu tolto! – ella esclamò, battendo con la fronte sulla paglia della grezza sedia. Ancora! Ancora! Ancora suor Giovanna della Croce ripeteva il grido di disperazione di Luisa Bevilacqua, la sepolta viva ripeteva l’atroce parola che aveva infranto il cuore della fidanzata! Poichè ella era stata tradita. Come la luce del sole, a Luisa Bevilacqua era stato chiaro il tradimento di Silvio Fanelli con sua sorella, Grazia Bevilacqua. Avevano scherzato insieme, prima, i due traditori; egli senza pensarvi troppo, con la fatuità degli uomini, l’altra per il desiderio di far dispetto alla sua sorella maggiore: a poco a poco, si erano inoltrati nella via dell’amore, prima celatamente, col gusto del frutto proibito, poi tanto apertamente, affrontatamente, da far tutto noto alla tradita. Perchè non era ella morta di dolore, in quel giorno della scoperta? Non era morta, per orgoglio. Nessuno aveva avuto una parola di biasimo per i due traditori: nessuno aveva avuto una parola di pietà per Luisa Bevilacqua. Ella si era irrigidita, contro lo spasimo. I suoi genitori, suo fratello, i parenti, gli amici, tutti avevano congiurato per trovar grazioso che un fidanzato passasse da una sorella all’altra, avendovi pensato meglio: e che sposasse la seconda, invece della prima. Ella stessa, la tradita, pallida, immota, incapace di lamento, aveva dichiarato che non teneva a Silvio, che non teneva al matrimonio e che volentieri cedeva quel fidanzato a sua sorella. Volentieri! Ella aveva pronunziato quella parola, spinta da una forza interiore. Qual forza?
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