Capitolo II - La Cicatrice

1435 Words
Capitolo II - La Cicatrice Mark si alzò in piedi sorreggendo Emma per i glutei. Mentre le baciava il seno, lei gli slacciò i pantaloni che scesero lentamente fino a terra. «Sei stupenda, piccola» sussurrò, appoggiando la schiena della donna alla parete del soggiorno. «Forza bel fusto, cosa aspetti?» sorrise dolcemente, affondandogli le unghie nei fianchi. Fecero l'amore in piedi per un po', poi il ragazzo l'adagiò con delicatezza sul divano. «Ti piace? Come sto andando?» chiese, ansimando, Mark. «Sei fantastico. Ma sono convinta che potresti fare molto di meglio. Mettici più forza...» esclamò con voce sensuale. Il ragazzo sorrise, afferrandole il collo con la mano destra e il seno con la sinistra. «Bravo! Vedo che hai capito!» bisbigliò, ansimante. «Non incontro spesso ragazze come te. Mi stai lasciando senza fiato...». «Riposati e lascia fare a me» esordì, divincolandosi dalla presa. La ragazza si alzò in piedi, lo spinse con forza sul pavimento e gli si mise sopra. Iniziò a muovere lentamente i fianchi, portandosi prima le mani al seno e poi tra i capelli. «Oh mio Dio, non ci posso credere... Sei fantastica...» confessò, Mark, con un filo di voce. «Parli sempre così tanto? Perché non usi quella lingua in modo più soddisfacente» sussurrò, inarcando la schiena all'indietro. «Hai ragione, sono uno stupido chiacchierone». L'afferrò per i glutei e la trascinò con delicatezza verso la sua bocca. «Bravo, impari in fretta!» cinguettò, gemendo. Il bracciale al polso della ragazza iniziò a lampeggiare di giallo. «Non adesso, maledizione!» esclamò, contrariata. * * * «Svuota quella maledetta cassa!» urlò l'uomo che indossava la maschera di Joker. Era un tipo esile, non molto alto e vestito in giacca e cravatta. «Svuotala ho detto! Metti i soldi in quel sacco. Tutti!». «Sì, sì, ma non mi spari. Farò tutto quello che vuole...» balbettò il cassiere della banca, con il viso bianco come un lenzuolo. «Quanto per aprirla?» chiese Joker. «Due minuti» rispose l'uomo con la maschera di Batman mentre cercava di forzare la cassaforte. Un uomo tozzo e abbastanza alto, anche lui vestito in giacca e cravatta. «Sbrigati, cazzo!» urlò. «State tutti fermi e zitti o sarò costretto a uccidervi uno ad uno. Avete capito?». Le poche persone presenti nella banca e gli impiegati erano stesi a terra a faccia in giù, qualcuno piagnucolava, altri pregavano. «Tienili sotto controllo, vado ad aprire le cassette di sicurezza» spiegò Joker all'uomo che indossava la maschera di Lex Luthor. «Chi è il direttore?» urlò. Un uomo sdraiato a terra alzò lentamente la mano tremolante. «Alzati o ti uccido. Ora!». «Subito... subito. Non mi faccia del male, la prego». Joker si avvicinò al direttore della banca e, spintonandolo, lo costrinse a entrare nella saletta che custodiva le cassette di sicurezza. «Dammi le chiavi!». «Non si possono aprire...» balbettò l'uomo. «Non dirmi cazzate!» urlò, avvicinandosi al direttore. L'uomo mascherato estrasse un pugnale e lo puntò alla faccia dell'uomo. «Sai come mi sono fatto queste cicatrici?» sbraitò. «Quali cicatrici?» chiese, impaurito. «Mi prendi per il culo? Queste che ho sulla faccia?». «Ma... ma... ma è una maschera» bisbigliò, basito. «Zitto! Devi stare zitto!» urlò. «Sai come me le sono fatte?». Il direttore, non sapendo cosa fare né cosa dire, si limitò a scuotere la testa. «Ti ammazzo, maledetto! Dammi il passe-partout, figlio di puttana, o giuro che ti faccio male!». «No, no... perdonami. Non avevo capito. Tieni, prendile» si sbrigò a scusarsi, porgendogli le chiavi. «Ora sdraiati a terra e non fiatare». L'uomo con la maschera iniziò ad aprire le cassette e a vuotarne il contenuto in un sacco. «Capo, ci rimangono cinque minuti!» esclamò Lex Luthor, facendo capolino nella stanza. Era molto alto e muscoloso e indossava gli stessi abiti dei suoi complici. Improvvisamente, l'allarme della banca iniziò a suonare. «Sei stato tu?» urlò Joker, tirando un calcio nelle costole del direttore. «No, no, ti prego!» implorò l'uomo, mettendosi in posizione fetale per proteggersi. Joker uscì dalla stanza e si diresse verso la cassaforte. «Scusa, capo, credo sia stata colpa mia» balbettò Batman, seduto accanto alla cassaforte aperta. «Che ci fai lì seduto? Muoviti, prendi i soldi!» urlò Joker. «È tutto inutile, il sistema d'allarme ha macchiato tutte le banconote. Sono inutilizzabili» sbottò Lex Luthor. «Dannazione! Ce l'avevamo quasi fatta!» sbraitò Joker. In lontananza, si udirono le sirene della polizia. «Faccio una strage» ghignò Joker, lasciando cadere a terra il sacco con il bottino. «Alzatevi tutti in piedi e andate davanti alle pareti vetrate, devono vedervi mentre vi uccido». Batman estrasse da una sacca dei mitragliatori enormi. I tre rapinatori si armarono come se dovessero affrontare un esercito. «Arrendetevi, siete circondati!» esclamò una voce dall'esterno, amplificata da un megafono. I tre rapinatori scoppiarono a ridere. Uno dei telefoni della banca squillò. «Deve essere la polizia» sibilò Lex Luthor, avvicinandosi all'apparecchio per rispondere. «Pronto... No... Un miliardo di euro e un elicottero... No, ascoltami tu, brutto figlio di puttana! Hai quattro ore, dopodiché morirà un ostaggio ogni dieci minuti. Voglio vedere le telecamere con i giornalisti e che venga trasmesso tutto in diretta! Per farti capire che non scherzo, giustizierò subito qualcuno» minacciò, chiudendo la telefonata. L'uomo si diresse verso gli ostaggi ed estrasse la pistola. «Vi do la possibilità di scegliere. Chi si vuole sacrificare per gli altri?» ghignò. «Allora? Nessuno?». I prigionieri rimasero in silenzio, nessuno si mosse o provò a reagire. «Come immaginavo» scoppiò a ridere. «Siete un branco di codardi. Faremo la conta...». Una luce gialla iniziò a lampeggiare sul display del bracciale indossato dai tre rapinatori. «Non adesso, non ancora!» sbottarono all'unisono. * * * «Questo andrà benissimo, che ne pensi?» chiese Alan, mostrando il lungo pugnale alla ragazza legata e imbavagliata che giaceva a pochi centimetri da lui. «Mmmmmmm... Mmmmmmmm...» tentò di urlare la poveretta. «Non ti piace nemmeno questo? Sei un tipetto difficile, Carol». Un ghigno gli deformò il viso. «Basta con i convenevoli, questo gioco mi ha stancato. Faremo a modo mio, ora» urlò, impugnando una mannaia. Carol iniziò a sbattersi come un pesce fuor d'acqua, ma più si muoveva e più i nodi le si stringevano intorno ai polsi, alle caviglie e alla gola. «Potevi dirmelo prima che sei una fan della mannaia!» esclamò lo psicopatico con un sorriso a trentadue denti. Alan sollevò la grossa scure sopra alla testa e, senza tanti convenevoli, colpì più volte la ragazza, ricoprendo di sangue se stesso, il pavimento e le pareti della stanza. «Hai avuto quello che meritavi, lurida cagna!». Scoppiò in una risata sadica. Prese le taniche di benzina che aveva riempito il giorno prima e le svuotò sul cadavere della ragazza, sui mobili e su tutto quello che c'era nella stanza. Si allontanò di qualche metro ed estrasse delle salviettine detergenti da una sacca con cui si pulì la faccia e le mani. Si tolse gli abiti insanguinati e ne indossò di puliti. «Fuoco, fai il tuo lavoro: purifica questa stanza e liberale l'anima» sussurrò l'uomo, accendendo un fiammifero che poi gettò sulla benzina. Alan uscì dal capannone abbandonato, situato ai margini della periferia. Probabilmente nessuno si sarebbe accorto del rogo, ma non aveva importanza. Salì nell'auto, l'accese e si diresse verso la città. «La notte è giovane e io ho ancora voglia di divertirmi!» esclamò, euforico. Con il finestrino aperto e la mano penzoloni, percorse quasi tutta la strada che correva parallela a quella del centro storico. «Eccolo, ci siamo finalmente». Poco più avanti si intravedeva l'insegna luminosa di un locale notturno, il posto ideale per fare nuove conoscenze: poca luce, musica alta, ragazze sbronze o in cerca d'avventura. Parcheggiò a qualche centinaia di metri dalla sala da ballo: era meglio essere prudenti e poi nessuno lo avrebbe dovuto associare a quell'auto, visto che era rubata. Percorse il breve tragitto fino alla discoteca cercando di rimanere all'ombra dei lampioni. Una musica assordante lo investì. Due persone in abito scuro ai lati dell'ingresso si assicuravano che i clienti non creassero problemi. Alan entrò e scese le scale, il locale era al piano interrato. La musica rendeva la conversazione impossibile, si avvicinò al bar, prese un cocktail e iniziò a sorseggiarlo. Mentre si guardava intorno in cerca di una preda, sorrise. Con passo sicuro si diresse verso la pista da ballo dove un gruppo di ragazze molto disinibite stava attirando l'attenzione dei presenti. Alan iniziò a ballare con la tipa che gli sembrava più ubriaca. Dopo qualche minuto, l'uomo, quasi urlando, le chiese: «Posso offrirti da bere?». «Vuoi toccarmi le pere?» sbraitò, furente, la giovane. «Hai sete?» strillò. Era diventato tutto rosso per l'imbarazzo e, per farsi capire meglio, mimò il gesto. «Vuoi offrirmi da bere!» esclamò, ridendo. «Va bene, ho molta sete» rispose, prendendolo sottobraccio.
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