Seppure stremata dall’esperienza notturna Fanny decise, modificando il suo vivere, tempi e azioni secondo uno schema ben preciso, di andare in chiesa per chieder consiglio e forse anche aiuto. Non aveva mai avuto un grande timore del buio e dei racconti narrati dalle anziane zie, popolati di spiriti e folletti notturni, ma in questo caso il suo terrore era ben tangibile e spiegabile.
Restò delusa dalla confessione, con un senso di amaro in bocca dopo la chiacchierata con il prete della vicina parrocchia di San Giacomo del quartiere di Villanova: l’uomo di chiesa aveva sbrigativamente liquidato l’argomento parlando di una suggestione, e a nulla erano valse le parole terrorizzate della donna.
In cuor suo Fanny aveva il sacro timore di passare un’altra notte in balia di cose sconosciute: avrebbe chiesto alla sua amica Teresa di farle compagnia, con la scusa di un malessere che la tormentava da qualche giorno.
La sera, le due donne si ritrovarono nel salottino della casa di Fanny a parlare di tempi lontani, scherzando su fatti e avvenimenti che le avevano viste protagoniste: eppure l’umore della vedova Basciu non era dei migliori, disturbato da una sensazione di disagio. Alle undici circa le due amiche decisero di andare a letto: Teresa avrebbe dormito nella stanza vicino alla camera da letto matrimoniale di Fanny, lasciando la porta aperta per ogni evenienza.
Era passata circa un’ora da quando le due donne si erano salutate che nella casa s’iniziò ad avvertire un rumore ritmico, quasi uno strisciare di passi sul pavimento in graniglia: Teresa dormiva già profondamente mentre Fanny, immersa nei suoi pensieri, udì quel suono leggero ma penetrante. Con circospezione si sedette sul letto per cercare di individuare la fonte della vibrazione, facendo appena in tempo a sistemare il lenzuolo; davanti al suo sguardo si era nuovamente materializzata la figura scura che la notte precedente l’aveva spiata alle spalle. Fanny emise un lamento nel guardare quell’ombra, un lamento che destò dal sonno leggero l’amica. Teresa, sentendo l’invocazione soffocata della donna, si ritrovò in un attimo fuori dal letto e sull’ingresso della camera adiacente. La scena che si presentava ai suoi occhi aveva dell’incredibile. Una figura quasi evanescente, cupa e oscura, stava davanti all’amica nell’atteggiamento di chi è in procinto di parlare.
L’entità che pareva fluttuasse nell’aria si accorse della presenza di Teresa, girandosi lentamente: nel compiere la rotazione del corpo l’immagine andava via via delineandosi nei contorni e nei tratti. Le due donne erano atterrite dalla visione che gli si manifestava davanti agli occhi, impietrite ed incapaci di muoversi. Era ben chiaro a Fanny che l’apparizione altro non era che lo spirito del custode che andava a materializzarsi nella sua casa, la vittima dell’orribile omicidio che per qualche ragione aveva scelto lei per stabilire un contatto.
Passarono degli istanti interminabili nei quali le due donne parevano sospese nell’attesa di un gesto da parte dell’uomo.
Con un timbro di voce cupo, così profondo che sembrava uscisse da uno di quegli strani imbuti che amplificavano le parole, l’uomo parlò… parlò a lungo in un monologo che vedeva le due donne protagoniste, loro malgrado, di un evento sconcertante.
Il guardiano del cimitero parlò a lungo delle sere trascorse nel cimitero di Bonaria, in quella che era divenuta oramai la sua casa: raccontò dei giri, tra i viali alberati e nel silenzio dell’imbrunire, per adempiere al suo compito di custode. Fu durante una di queste perlustrazioni che vide un gruppo di persone allontanarsi in fretta dal cimitero, scavalcando il muro di cinta che delimita il lato sud del camposanto. La mattina presto, prima di aprire il pesante cancello al pubblico, notò con molto disappunto che una delle ultime sepolture, quella di una giovanetta morta precocemente di malattia, era stata violata nel tentativo, non riuscito, di esumare la piccola bara bianca interrata nel quadrato dei bimbi.
Fu suo compito avvisare immediatamente il suo diretto superiore che, a causa della nota indolenza e dello scarso attaccamento al lavoro, mise a tacere la cosa riconducendola al gesto di qualche buontempone. Uno scherzo insomma di cattivo gusto.
Le visite notturne si susseguirono sporadicamente per tutto un mese, fino alla notte di sabato 10 giugno, in occasione della luna piena, quando un corteo silenzioso composto da 9 persone si addentrò nella parte più nascosta del camposanto. Cosimo Lecca era appostato dietro l’angolo di un’imponente sepoltura, luogo di osservazione ottimale per tenere sotto controllo i movimenti del gruppo. Al chiarore della luna vide distintamente il saio bianco di un frate, che pareva intento a dare istruzioni al resto della compagnia notturna. Alcuni dei personaggi avevano tra le mani degli oggetti che, nella penombra, sembravano pale e picconi. Il gruppetto iniziò a scavare velocemente la terra, fino a portare alla luce una bara. Ciò che vide il custode, restio ad intervenire per via della superiorità numerica, fu un susseguirsi di gesti ben organizzati. Dalla cassa in legno qualcuno dei nove personaggi estrasse una testa, forse tranciata con un gesto veloce di coltello, poggiandola sul basamento di una vicina sepoltura. Il gruppo si dispose in semicerchio, alla luce di fiammelle che scaturivano da candele oscure. La sequenza degli avvenimenti fu repentina. Il gruppo stava celebrano un rito magico, una evocazione officiata da una persona a lui ben nota. Il frate che fino a quel momento si era tenuto di spalle appariva ora ben visibile e riconoscibile. Era frate Fedele Dessì, cappellano del Bagno Penale di San Bartolomeo, ben conosciuto in città e circondato da voci e sospetti sulle discutibili frequentazioni. Il custode assistette attonito alla cerimonia, in un silenzio innaturale rotto solamente dalla cantilena che proveniva dal gruppo. L’uomo era ben deciso a non intervenire, in maniera tale da redigere una dettagliata denuncia sui fatti che si stavano verificando sotto i suoi occhi. Incredulo per quell’atto di profanazione compiuto da un uomo di chiesa, Cosimo non si rese conto che uno dei suoi gatti stava zampettando alle sue spalle attendendo il momento opportuno per tendere – al suo amico umano - uno dei soliti agguati scherzosi. Fu un attimo. Il gatto nero balzò sulla schiena di Cosimo che, colto alla sprovvista, lanciò un urlo e cadde pesantemente al suolo. Dal gruppo, richiamato dal frastuono, si staccarono due o tre persone per individuare e catturare il curioso. Il custode, che ben sapeva muoversi nella semioscurità di un luogo conosciuto, ebbe giusto il tempo di percorrere il viale che lo separava dalla guardiola e uscire velocemente dal recinto cimiteriale.
Restò a vagare in una città deserta per ore, incerto sul da farsi, pensando al modo migliore per denunciare l’uomo di chiesa e il resto del gruppo di profanatori. Non conosceva per nome i personaggi ma qualcuno era un viso già conosciuto, forse uno degli stessi che abitualmente frequentavano, con pia devozione, le funzioni religiose della Chiesa di Bonaria, dispensando nel contempo oboli e beneficenza per la comunità.
La sera del 13 giugno 1854 Cosimo Lecca era seduto al suo scrittoio, davanti ad un foglio vergato con una scrittura minuta e fitta. “Eccellenza Illustrissima, porto a sua conoscenza…”; così iniziava la lettera, una doviziosa denuncia dei fatti e dei responsabili che si erano resi protagonisti, oramai in più occasioni, della profanazione di tombe e della celebrazione di riti nefasti all’interno del camposanto.
Venne colpito così alle spalle, mentre intingeva il pennino nel calamaio. Furono in tre ad avventarsi su di lui, colpendolo ripetutamente alla schiena e sulla nuca. Cosimo si accorse di aver abbandonato la valle dei vivi osservando il suo corpo contorto disteso in una pozza di sangue: vide i suoi assassini prendere la lettera macchiata di rosso e del nero dell’inchiostro schizzato via; li guardò con orrore correre via dalla stanza del camposanto per dileguarsi nel buio.
Cosimo Lecca restò fino al mattino a vegliare il suo stesso corpo, maturando una rabbia viscerale verso chi l’aveva tradito e gettato in pasto ai suoi carnefici: era possibile che un uomo di chiesa avesse una doppia vita tale da renderlo la mattina, al cospetto dei più, un uomo probo e caritatevole e la notte, confuso nella confraternita di negromanti, un essere abbietto in grado di ordinare un omicidio?
Era stato proprio il sacerdote a decretare la sua fine, in una maniera così orribile e priva di carità: la mattina, con l’accorrere della gente, dei gendarmi e delle autorità giunte per esaminare il suo corpo sentì che il suo delatore, lui che l’aveva denunciato ai carnefici, era morto alle prime luci dell’alba, forse suicidatosi per qualche ignoto motivo.
Ciò che gli investigatori non sapevano era il segreto che aleggiava sulle notti al cimitero, sulle processioni e le messe nere celebrate in combutta con il frate.
Cosimo raccontò nei minimi dettagli alle due donne le sue ultime giornate di vita: Fanny e Teresa stettero ad ascoltare, dapprima con terrore e poi con misericordia, quell’anima irata e vendicatrice. Il timore iniziale nei confronti dell’apparizione notturna si era sciolto in tristezza per la sorte di un uomo giusto e onesto.
Fu Fanny, con il suo pragmatismo, a proporre allo spirito che si trovava al loro cospetto un aiuto che riuscisse a placare l’odio che teneva legato il fantasma dell’uomo alla terra. Le due donne seppero inoltre che la morte del frate di Bonaria non era avvenuta né per cause naturali e neppure per suicidio: temendo di essere scoperti gli adepti dell’oscurità decisero di eliminare anche il loro celebrante, cancellando ogni traccia delle scorrerie notturne. Per questo si erano introdotti nel convento passando da una finestrella che s’apriva sulla camera del sacerdote: dopo averlo legato e imbavagliato lo abbandonarono alla sua sorte secondo un macabro rituale di morte.
Al sorgere del sole lo spirito di Cosimo Lecca si accomiatò dalle donne, con la promessa di Fanny di scoprire le identità del gruppo di satanisti: certo non sarebbe stato semplice ma le due donne, commosse dalla vicenda del guardiano, progettarono un piano che le avrebbe portate a conoscere almeno una delle otto persone implicate nei riti notturni. A loro vantaggio giocava l’insospettabilità e l’aspetto esteriore che, per mitezza, avrebbe distolto ogni dubbio sul loro reale fine.
Per diverse notti, e questa volta atteso con ansia, lo spirito di Cosimo si presentò a casa di Fanny: spiegò alle donne che la sua condizione di anima penitente gli consentiva di spostarsi dal luogo dell’omicidio fino al cospetto della sua conoscente per via di un contatto empatico che si era stabilito tra i due. Per il resto era relegato tra le mura di Bonaria in un limbo di non vita. Il piano delle due donne era relativamente semplice; avrebbero sparso la voce nel loro quartiere mostrando interesse verso le messe nere, con la speranza di essere contattate almeno da uno dei sicari di Cosimo. La Cagliari della metà del 1800 non superava i 30 mila abitanti, comprendendo anche i sobborghi e le appendici urbane; e l’interesse delle due donne giunse presto alle orecchie dei diretti interessati che, attraverso un biglietto vergato con scrittura grossolana, le invitarono ad una celebrazione che si sarebbe svolta il lunedì 10 di luglio, in occasione della luna piena.
La trappola era dunque tesa e le donne, non senza timore e inquietudine, elaborarono con lo spirito di Cosimo Lecca un piano d’azione. La loro maggiore preoccupazione risiedeva nel fatto che l’appuntamento poteva trasformarsi in una trappola, tesa dal gruppo per liberarsi di due donne troppo curiose.
Al sorgere della luna Teresa e Fanny, come scritto nel biglietto, si fecero trovare in uno degli ingressi secondari del cimitero, nella parte alta del colle: lì avrebbero trovato qualcuno che avrebbe mostrato loro la via più agile per introdursi nel camposanto. Così fu. Mentre il satellite faceva capolino dalla sommità di Monte Urpinu, le due furono accolte da un uomo che, nonostante l’afa estiva, portava una sciarpa di seta sul viso, che ne nascondeva le fattezze. Furono portate, quasi trascinate lungo i viali della collina di Bonaria per raggiungere la parte bassa del cimitero ove si sarebbe celebrata la macabra liturgia. Ogni cosa già in lontananza sembrava pronta per la cerimonia: davanti ad una bara scoperchiata stavano sette persone vestite di scuro, con un lungo abito che ondeggiava nella brezza del maestrale.
Ciò che accadde nell’immediato è il racconto degli attimi successivi all’arrivo delle donne: le due vennero prese e legate, pronte per essere scaraventate dentro una buca profonda lasciata libera dalla bara. In quell’istante, mentre si stava per consumare una nuova tragedia, da uno dei sepolcri si materializzò lo spirito di Cosimo Lecca. Lo spirito dovette apparire terribilmente orripilante agli occhi degli uomini, intontiti dall’urlo straziante che continuava a gettare nel pararsi davanti ad ognuno dei sette celebranti. Chiusi in cerchio, spalla contro spalla, essi subirono per qualche minuto, che parve eterno, la vendetta di Cosimo Lecca. Inebetiti da tanta furia i celebranti non si curarono più di Teresa e Fanny che, grazie alla confusione, riuscirono a divincolarsi dalle corde e scappare verso l’ingresso del cimitero, nel punto dal quale erano entrate. Alle loro spalle proseguivano con sempre maggiore veemenza le urla: a sovrastare la paura, le grida di terrore e la disperazione degli uomini, era la voce tonante del custode che, chiamando per nome ognuno dei negromanti, li sbeffeggiava e insultava.
La cronaca cittadina dei successivi giorni annotò con curiosità e preoccupazione una serie di suicidi invero raccapriccianti, adducendo le cause alla canicola estiva che gravava sulla città o alla depressione di qualcuno dei defunti. In otto si tolsero la vita nell’arco di ventiquattr’ore. Quegli otto celebranti finirono miseramente la loro esistenza in un ultimo rito che li vide presenti, tutti insieme, nell’obitorio del cimitero. Parenti ed amici non poterono fare a meno di notare particolari assai curiosi nei volti degli uomini. Alcuni di loro, nonostante la giovane età, parevano invecchiati di colpo: chi fino alla settimana precedente aveva capelli corvini di colpo ebbe la capigliatura talmente bianca da essere confusa con il cuscino di raso della bara. Qualcun altro, per uno scherzo beffardo del destino, aveva sul viso una smorfia di terrore che neppure le cure del becchino riuscì a distendere. Destò non poco scalpore il fatto che due dei deceduti avessero deciso di porre fine alla propria vita impiccandosi all’inferriata di uno dei cancelli del cimitero; in un vano tentativo di pentimento era stato trovato indosso a uno di loro un crocifisso d’antica scuola orafa, risultato poi rubato dal tesoro del vicino convento di Bonaria.
A un mese esatto dalla sua morte lo spirito di Cosimo Lecca si manifestò nuovamente a Fanny. Mentre era intenta a deporre una piccola composizione di fiori sulla tomba del marito, il guardiano defunto le apparve con un visibile sorriso di soddisfazione inciso sul volto. La donna, abituata oramai alla presenza ultraterrena, lo guardò con tenerezza e gli rivolse un cenno di saluto. Per risposta, quasi in segno di ringraziamento per aver consegnato ad una giustizia suprema gli otto assassini, Cosimo fece un profondo inchino: con un movimento della mano, passando sopra alcuni mazzi di rose oramai secche, ridiede loro vita spargendo tutto intorno un intenso profumo di fiori appena sbocciati.
Dopo una serie di messe di suffragio Cosimo Lecca trovò un barlume di pace: non ha mai smesso di manifestarsi dentro le mura del cimitero, per soccorrere, aiutare, donare un senso di pace a chi aveva perduto qualche caro. Arrivò anche per Fanny il momento di abbandonare la vita: la sua adorata amica, nel corso del seppellimento, giurò di averla vista in compagnia di Cosimo, dando l’ultimo addio alla tomba terrena del marito.
Diversa sorte subì il corpo del frate di Bonaria: giunte, sotto forma anonima o in confessione, le voci del coinvolgimento dell’ecclesiastico nella celebrazione di riti satanici, il superiore conventuale fece esumare la salma di frate Fedele Dessì. Al cospetto dell’esorcista che operava sotto autorizzazione della Curia Arcivescovile venne officiato un particolare rito, volto a purificare quel corpo e quell’anima caduta in dannazione. Per più di due ore un ristretto gruppo di frati recitò le formule antiche contro il Malvagio. Compiuto questo gesto il corpo del frate venne tolto dalla cassa di legno e seppellito nella nuda terra in forma anonima, ben oltre il recinto sacro del cimitero, in uno dei campi incolti del vicino colle.
Venne cancellata ogni traccia della vita religiosa del frate, rimanendo di lui solo un vago ricordo nella breve nota di cronaca tracciata qualche anno più tardi dal canonico Giovanni Spano.