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PREFAZIONE
Potremmo dire che, leggendo la trilogia principale della saga “Pirin”, si avverta costantemente una sorta di velata tensione epocale che connetta il presente delle vicende narrate al passato dalle quali esse scaturiscono.
Come se le ragioni profonde di ogni evento e persino, talvolta, i moventi occulti che giustifichino le azioni dei diversi personaggi, le mosse delle varie pedine di questa vasta e articolata scacchiera narrativa, vadano cercate soprattutto guardando all’indietro, a ciò che è stato e a come questo si ripercuota su ciò che sarà. Il primo volume della trilogia, “Le Memorie di Helewen”, è esso stesso una sorta d’introduzione al mondo della saga, svolta attraverso la rievocazione di vicende memorabili che hanno condotto al sorgere della civiltà dei Pirin, al suo svilupparsi e fiorire rigogliosa nel verdeggiante reame di Lothriel.
Scelta curiosa considerando che, seguendo questo procedimento labirintico di racconti nei racconti, in pratica si posticipi il vero e proprio ingresso “nel vivo” delle vicende dei protagonisti (la vita di Helewen e la sua sposa Hairam, come pure in seguito dei loro tre figli gemelli Nhalbar, Nothal e Iriah); forse in netta controtendenza con gli attuali standard di uno storytelling improntato al tutto e subito, allo show don’t tell e a una fruizione più immediata degli elementi salienti per intrattenere e avvincere il lettore fin dalle prime pagine. No, questa è sicuramente una saga sui generis che pretende i propri tempi narrativi, chiede al lettore di sforzarsi di entrare nelle sue logiche e nei suoi meccanismi specifici. È una saga che sembra dirti: “Se vuoi
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tentare di comprendermi, questa è la strada da percorrere, non ci sono scorciatoie o scappatoie”.
Abbiamo dunque un primo volume che si concede degli enormi salti temporali su un arco di diverse epoche, facendo più di un’allusione anche all’ormai distante tempo degli Dei e delle loro cruente, colossali battaglie, ma senza mai fornire un quadro esaustivo di tali origini.
Nel secondo volume, “Hairam Regina”, e più in particolare in una scena presso gli affreschi che ritraggono eventi ancestrali, troviamo una più organica disamina delle Ere del mondo.
Il racconto della Prima Era tenta di chiarire a grandi linee il concetto di genesi comunemente accolto e tramandato dai popoli di Gaimat, presentando la creazione del mondo a opera del Dio supremo Inkahal e un riassunto dei principali accadimenti conclusisi con la guerra degli Dei.
Anche nei capitoli successivi e nel romanzo conclusivo, “Le Gesta di Nhalbar”, non si mancherà di tessere parallelismi, evocare profezie e svelare connessioni tra elementi del presente e fatti che si perdono nella notte dei tempi. Seppure “distanti” – ritiratisi sulla vetta della loro montagna sacra – gli Dei non saranno mai davvero e del tutto assenti dalle vite dei mortali, determinando, in un modo o nell’altro, corsi e ricorsi storici delle civiltà di questo continente. Persino i principali oggetti magici che svolgeranno ruoli chiave nell’avventura sono, quasi sempre, importanti reliquie riemerse da un passato in parte avvolto dall’oblio. Questo fa sì che la lettura dell’intera trilogia provochi per non dire fomenti una certa crescente curiosità riguardo a quelle lontane origini. La misteriosa Prima Era si rivela, in fondo, essere la culla entro la quale presero forma gli eventi finali o quantomeno le basi che permisero a questi ultimi di avere una profonda ragion d’essere; in un complicato mosaico ove ogni tassello sembra avere una
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sua precisa collocazione e motivazione.
Questa è almeno una parte delle ragioni che mi hanno portato a volgere il mio sguardo all’indietro per scrivere un più dettagliato racconto delle origini, ma certamente c’è molto di più dietro a questa scelta. Credo che – qui ancor più di quanto non abbia già fatto nei romanzi precedenti – emerga il mio vezzo di utilizzare la cornice high fantasy perlopiù come pretesto, o per meglio dire contesto creativo. La volontà primaria, la matrice, è quella di esprimere tutta una serie di considerazioni di natura filosofica, metafisica, sulla mia visione del mondo, della divinità, della vita. Ecco dunque che in questo libro, redatto quasi “di getto” sulla scia di un’ispirazione mai calante nell’arco di poco più di quattro mesi (dal 19 dicembre 2020 al 14 aprile 2021), si riversano riflessioni che mi hanno accompagnato da molto più tempo, e che forse aspettavano solo il momento giusto per finire nero su bianco. Un libro in cui spesso calano i confini tra monologo e dialogo, poiché di fatto si potrebbe considerare in toto un lungo monologo interiore e, come tale, dialogo della coscienza con la propria scintilla divina, per raccontare di una creazione ed evoluzione che può essere esteriore quanto interiore, una metamorfosi dell’anima (c’è chi sostiene che il termine opale derivi dal greco antico “opallios” che significa “vedere un cambiamento”).
Un libro che, se da un lato convoglia anni di studi e ricerche sulle più diverse tradizioni mitiche, mistiche, e i testi sacri delle maggiori religioni; dall’altro non tenta di emulare o ripercorrere alcuna tradizione specifica, volendosi al contrario equidistante da ogni coinvolgimento fideistico in una particolare dottrina o confessione. Un libro che si propone di parlare all’essere umano di qualunque provenienza, credo e condizione, affinché queste parole conservino il loro valore eterno e la loro assoluta libertà da qualunque etichetta, culto e settarismo.
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Felix qui potuit rerum cognoscere causas
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parte prima
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