1972-1

2011 Words
1972Missing Mile, North Carolina, nell’estate del 1972 era poco più che una macchia sulla strada. La via principale era ombreggiata da qualche albero di noci pecan e vecchie querce, fiancheggiata da alcune grosse case coloniche del sud, troppo lontane dalle strade battute per essere cadute sotto il flagello della Guerra Civile. I guai e i trionfi dell’ultimo decennio non sembravano aver minimamente toccato la città, non a prima vista, almeno. Dava l’idea di un luogo immerso in un tempo più placido e gentile, un luogo in cui la Pace regnava per diritto naturale, senza dover essere invocata sugli striscioni o indossata intorno al collo. Poteva sembrarti così, se eri solo di passaggio. Ma se ci fossi rimasto abbastanza a lungo, avresti iniziato a scorgere i segni. Quelli letterali, come i poster nella vetrina del vecchio negozio di dischi Spin’n’Spur, diventato poi il Whirling Disc. Nonostante il nome e lo stivale da cowboy in compensato sopra la porta d’ingresso, chi voleva canzoni su Dio, pistole e gloria se ne andava al Record Barn di Ronnie, sulla highway a Corinth. Lo Spin’n’Spur era stato acquisito, e i poster in vetrina brulicavano di forme e colori psichedelici, urlando parole folli e furiose. E poi c’erano i graffiti: FERMATE LA GUERRA, con un vistoso pugno rosso che si sollevava fino a metà del fianco di un edificio, e LUI È VIVO, sopra un volto stilizzato, cupamente sensuale, che sarebbe potuto essere Gesù Cristo o Jim Morrison. Segni, appunto, anche figurati, come lo sfortunato ragazzo che se ne stava insieme ai vecchi fuori dal Farmers Hardware Store, nei giorni di sole. In un’altra vita era stato Johnny Wiegers, un un bambino sorridente e dolce; gran parte di quei vecchi ricordava di avergli regalato un dolce o una lattina di soda, nel corso degli anni, o di avergli offerto, quando era cresciuto, una birra o due. Ora sua madre lo spingeva con la sedia a rotelle giù per Firehouse Street e lo sistemava lì, così che potesse sentirli chiacchierare e osservare le loro eterne partite a dama su una vecchia scacchiera ammaccata, usando un mucchietto di tappi viola e arancio di Nehi. Fino a quel momento, nessuno di loro aveva avuto cuore di dirle di smetterla. Johnny Wiegers se ne stava seduto in silenzio. Non poteva far altro. Era finito su una mina antiuomo dei Vietcong e ne aveva respirato il fuoco, rimettendoci la lingua e le corde vocali. La sua faccia era diventata un pezzo di carne irriconoscibile, tranne che per un occhio che scintillava perso in tutta quella devastazione, simile a quello di un uccello o di un rettile. Aveva perso entrambe le braccia e la gamba destra; la sinistra finiva poco sopra il ginocchio, e Miz Wiegers insisteva nell’arrotolargli la stoffa dei calzoni sopra al moncherino per far prendere aria alla cicatrice. I vecchi, piegati sulla loro partita a dama, parlavano meno del solito, e lanciavano di tanto in tanto un’occhiata a quel povero moncherino rossastro, o al petto che si alzava e si abbassava dolcemente, ma non sollevavano mai lo sguardo verso quel volto sfigurato. Tutti speravano che Johnny Wiegers morisse presto. Segni dei tempi, segni figurati. Il decennio dell’amore era passato, le sue divinità morte o disilluse, la sua furia mutata in una sorta di disagio. L’unica costante era la guerra. Se Trevor McGee sapeva qualcosa di tutto ciò, ne aveva solo un’idea confusa, l’avvertiva per osmosi piuttosto che per qualche sforzo cosciente. Aveva appena compiuto cinque anni. Aveva visto le immagini del Vietnam nei notiziari, anche se la sua famiglia adesso non possedeva più una TV. Aveva sentito i suoi genitori dire che la guerra non era giusta, ma ne parlavano come di qualcosa che non si poteva più cambiare, come un giorno di pioggia quando avresti voluto giocare fuori, o un gomito ormai sbucciato. La mamma raccontava di marce per la pace a cui aveva partecipato, prima che lui e suo fratello nascessero. Ascoltava dischi che le ricordavano quei giorni, e che la facevano sentire felice. Quando il papà ascoltava i propri dischi, adesso, sembravano invece rattristarlo. A Trevor piaceva molto la musica, soprattutto il sassofonista jazz Charlie Parker, che tutti chiamavano Bird. E poi anche la canzone che cantava Janis Joplin, Me and Bobby McGee. C’era il nome del papà nel titolo. Avrebbe voluto ricordare tutte le parole, e cantarla anche lui. Così avrebbe potuto fingere che fossero solo lui e il papà a guidare lungo la strada, senza la mamma o Didi; solo loro due. E allora se ne sarebbe potuto star seduto davanti insieme a lui, non dietro con Didi, come un ragazzino. Si costrinse a smettere di pensare a quelle cose. Dove sarebbero dovuti essere la mamma e Didi, se non lì con loro? In Texas, o forse nel posto che avevano lasciato due giorni prima, New Orleans? Se non fosse stato attento, si sarebbe messo a piangere. Non voleva che sua madre o il fratellino rimanessero a New Orleans. Quella città gli aveva lasciato una brutta sensazione. Le strade e gli edifici erano scuri e vecchi, sembrava un posto da fantasmi. Il papà aveva detto che c’erano delle streghe, lì, quelle vere, e forse perfino degli zombi, e poi era andato a ubriacarsi. La mamma l’aveva mandato a bere da solo, dicendo che forse gli avrebbe fatto bene. Ma lui era tornato con del sangue sulla maglietta e il fetore del vomito addosso. E mentre Trev si raggomitolava nel letto dell’hotel abbracciando il fratellino, col viso affondato tra i soffici capelli di Didi, il papà aveva posato la testa sulle ginocchia della mamma e aveva pianto. Non si era trattato solo di qualche lacrima silenziosa, come era successo quando il loro vecchio cane, Flakey, era morto a Austin. No, erano stati profondi singhiozzi, che gli avevano arrossato il viso e fatto scorrere il muco dal naso giù sulla gamba della mamma. Era lo stesso modo in cui Didi piangeva quando si faceva male o aveva paura. Ma lui aveva solo tre anni. Il papà trentacinque. No, Trev non voleva tornare a New Orleans e che la mamma o Didi restassero lì. Li voleva tutti con sé, per seguirli ovunque stessero andando in quel momento. Quando superarono il cartello BENVENUTI A MISSING MILE, Trevor lo lesse a voce alta. Aveva imparato a leggere, quell’anno, e ora stava insegnando a Didi. «Fantastico», commentò il papà. «Fantastico, cazzo. Abbiamo fatto meglio che mancare l’autostrada di un miglio. L’abbiamo trovato, quel fottuto miglio». A Trevor veniva da ridere, ma il papà non sembrava scherzare. La mamma non disse nulla, anche se Trev sapeva che lei aveva vissuto da quelle parti, quando era bambina. Si domandò se fosse contenta di tornarci. Pensava che il North Carolina fosse bello, con tutti quegli alberi giganteschi, le colline verdi e le lunghe strade piene di curve che come nastri neri si snodavano sotto le ruote della loro Rambler. La mamma gli aveva raccontato di un luogo del quale si ricordava, però, un posto che chiamavano il Cerchio del Diavolo. Trevor sperava che non sarebbero andati a vederlo. Era un tratto circolare di terreno in un campo, dove non crescevano né l’erba né i fiori, e dove gli animali non passavano. Se di notte ci si lasciava dell’immondizia o un bastone, la mattina dopo sparivano, come se uno zoccolo caprino se li fosse tolti di torno con un calcio per farli finire giù all’inferno. La mamma diceva che si pensava che quello fosse il posto in cui il diavolo girava in tondo per tutta la notte, pianificando il male che avrebbe fatto il giorno dopo. («Certo, insegnagli la fottuta dicotomia cristiana, avvelena pure le loro menti», aveva detto il papà, e la mamma gli aveva mostrato il dito medio. Per molto tempo Trevor aveva pensato che il dito medio fosse un segno di pace, e se n’era andato allegramente in giro a mostrarlo a tutti, finché lei non glielo aveva spiegato.) Ma Trevor non poteva biasimare neanche il diavolo per il fatto di voler vivere da quelle parti. Era il posto più bello che avesse mai visto. Adesso stavano attraversando la cittadina. Gli edifici sembravano vecchi, ma non spaventosi come quelli di New Orleans. Perlopiù erano fatti di legno, il che dava loro un aspetto meno spigoloso e più amichevole. Vide una vecchia pompa di benzina e una recinzione di ruote di carri. Dall’altro lato della strada la mamma notò un gruppo di adolescenti con addosso perline e jeans strappati. Uno di loro, un ragazzo, si gettò indietro una lunga, folta chioma. I ragazzi si fermarono per un attimo sul marciapiede, prima di infilarsi nel negozio di dischi, e la mamma li indicò al papà. «Potremmo fermarci qui, non è male». Il papà si accigliò. «Questo posto è un buco di culo. Odio queste piccole cittadine del sud: vai ad abitarci e tre giorni dopo tutti sanno da dove vieni, cosa fai per vivere e chi ti porti a letto». Accarezzò il volante; poi le dita vi si strinsero intorno in un gesto convulso. «Dovremmo arrivare fino a New York». «Bobby, no!». La mamma si allungò per posargli una mano sulla spalla. Gli anelli d’argento che indossava catturarono la luce del sole. «Sai che la macchina non può farcela. Evitiamo di restare bloccati sull’autostrada in mezzo al nulla. Non voglio fare l’autostop con i bambini». «E preferiresti restare bloccata qui?». A quel punto, il papà distolse lo sguardo dalla strada per fissarla con odio attraverso gli occhiali scuri che nascondevano i suoi chiari occhi azzurri, così simili a quelli di Trevor. Didi aveva gli occhi della mamma, invece, enormi e quasi neri. «Cosa potremmo mai fare, qui, Rosena? Eh? Cosa potrei fare io?» «La stessa cosa che fai ovunque. Disegneresti». Gli teneva ancora la mano sulla spalla, ma stava guardando fuori dal finestrino adesso, verso Missing Mile. «Potremmo trovare una casa in affitto, e un lavoro per me da qualche parte. Tu potresti stare a casa con i bambini, non ci sarebbero posti dove andare a ubriacarti e potresti ricominciare a disegnare fumetti». Trev si sarebbe subito schierato dalla sua parte, forse cercando perfino di ottenere l’aiuto di Didi nell’impresa. Voleva restare lì. Quel luogo lo faceva sentire bene soltanto a guardarlo, non lo angosciava come New Orleans, e certe volte anche il Texas. Gli sembrava che anche la mamma si sentisse felice, in quel posto, almeno per quanto riusciva a esserlo, ultimamente. Ma si guardò bene dall’interrompere i suoi genitori mentre “discutevano”. Si limitò a guardare fuori dal finestrino e sperò con tutto il cuore che decidessero di fermarsi lì. Se solo la mamma avesse avuto bisogno di comprare le sigarette, o Didi di fare pipì, o qualcosa del genere. Il fratellino stava giocherellando con il bordo consumato dei suoi pantaloncini, sognando a occhi aperti come al solito, senza neanche vedere quello che c’era intorno. Trev gli sfiorò un braccio. «Didi», bisbigliò a mezza bocca, «devi per caso fare di nuovo pipì?» «Uh-uh», rispose solennemente il piccolo, a voce alta. «Ho fatto pipì l’ultima volta». Il papà sbatté le mani sul volante. «Dannazione, Trevor, non incoraggiare la sua vescica, che è già debole di suo! Sai cosa significa fermare la macchina ogni ora? Che poi devo riaccenderla di nuovo. E sai cosa vuol dire riaccendere il motore? Che si consuma più benzina, e quella benzina costa. Quindi scegli, Trev: vuoi fermarti a pisciare o preferisci cenare, stasera?» «Cenare stasera», rispose lui. Sentì le lacrime iniziare a pizzicargli gli occhi. Ma sapeva che se avesse pianto il papà avrebbe continuato a tormentarlo. Prima era diverso, ma adesso era così che andava con lui. Se invece fosse riuscito a resistere senza rispondergli, acconsentendo, il papà lo avrebbe lasciato in pace. «Okay, e allora lascia stare Didi». A quel punto, accelerò. Odiava quella piccola città almeno quanto lui e la mamma l’apprezzavano. Didi, come al solito, era perso nello spazio aperto della sua mente. Il papà adesso non si sarebbe più fermato per nessuna ragione al mondo. Trevor sapeva che la macchina si sarebbe rotta presto; così diceva la mamma. Se fosse stato vero, sperò che si guastasse proprio lì. Pensava che un posto come quello avrebbe fatto bene al papà, se solo lui gli avesse dato una possibilità. «Dannazione!». Il papà stava combattendo con la leva del cambio, sbattendoci sopra col palmo della mano. Qualcosa, nel motore, schioccò tremando orribilmente; poi dei fili di fumo nero e oleoso cominciarono a sollevarsi dai lati del cofano. La macchina scivolò fino a fermarsi sul bordo erboso della strada.
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