L'ESTRAZIONE DEL LOTTO-1

2101 Words
L'ESTRAZIONE DEL LOTTO Dopo mezzogiorno il sole penetrò nella piazzetta dei Banchi Nuovi, allargandosi dalla litografia Cardone alla farmacia Cappa e di là si venne allungando, risalendo tutta la strada di Santa Chiara, dando una insolita gaiezza di luce a quella via che conserva sempre, anche nelle ore di maggior movimento, un gelido aspetto fra claustrale e scolastico. Ma il gran movimento mattinale di via Santa Chiara, delle persone che scendono dai quartieri settentrionali della città, Avvocata, Stella, San Carlo all’Arena, San Lorenzo e se ne vanno ai quartieri bassi di Porto, Pendino e Mercato, o viceversa, dopo il mezzogiorno andava lentamente decrescendo; l’andirivieni delle carrozze, dei carri, dei venditori ambulanti, cessava: era un continuo scantonare per il Chiostro di Santa Chiara, per il vicolo Foglia, verso la viuzza di Mezzocannone, verso il Gesù Nuovo, verso San Giovanni Maggiore. Presto, la gaiezza del sole illuminò una via oramai solitaria. I mercanti del lato destro di via Santa Chiara - poiché il lato sinistro ha solo l’alta, chiusa, bruna muraglia del convento delle Clarisse - mercanti di vecchi mobili polverosi, di meschini e poveretti mobili nuovi, mercanti di stampe colorate e di vivacissime oleografie, mercanti di santi di legno, di santi di stucco, pranzavano, nel fondo delle loro botteghe oscure, sopra un cantuccio di tovaglia macchiata di vino, tenendo, a fianco del largo piatto di maccheroni, la caraffa di vetro verdastro, piena di vinello di Marano e chiusa da una foglia di vite accartocciata. I facchini dei mercanti, seduti per terra, sulla soglia della bottega, addentavano lungamente una pagnotta di pane, spartita in due, contenente qualche companatico asprigno, zucchette fritte e immerse nell’aceto, pastinache in salsa brusca, melanzane condite con aceto, pepe e aglio: e l’odore acuto e grasso del molto pomodoro che condiva tutti quei maccheroni, da un capo all’altro della strada, si univa a quell’odore acuto di aceto aspro e di grossolane spezierie. Da qualche fruttivendolo che ancora passava portando sul capo una cesta di fichi, quasi vuota, o spingendosi innanzi un carrettino le cui ceste contenevano dei fondi di prugne violette, di pesche duracine tutte maculate, i bottegai, i commessi, i facchini, con le labbra ancora rosse di pomodoro, o lucide di strutto, contrattavano due soldi di frutta, per finire il proprio pranzo; due operai, innanzi alla litografia Martello, le cui piccole macchine da biglietti di visita si erano chetate, affettavano gravemente un popone giallastro; mentre, sulla soglia di un portoncino, due sartine aspettavano, chiacchierando, che passasse il venditore di pizza, la schiacciata coperta di pomodoro, di aglio e di origano, cotta al forno e venduta a tre centesimi, a un soldo, a due soldi il pezzo. Il pizzaiuolo, infatti, passò, ma portava sotto il braccio la tavoletta di legno, tutta unta di olio, senza neppure un pezzetto di pizza: aveva venduto tutto e se ne andava a mangiare egli stesso, giù, nel quartiere di Porto, dove era la sua pizzeria. Le due sartine, deluse, si consigliarono fra loro: una di queste, bionda, con un’aureola d’oro intorno al delicato viso bianco, si mosse, con quel passo ondulante che mette come una nota orientale nella seduzione muliebre napoletana, e risalendo la via di Santa Chiara, chinando il capo per non farsi ferire in faccia dal sole, entrò nel vicolo dell’Impresa, dirigendosi verso la negra bottega del vinaio che fa anche l’oste, quasi dirimpetto al palazzo dell’Impresa; andava a comperare un po’ di roba da mangiare, per sé e per la sua compagna. Anche il vicolo dell’Impresa si era fatto deserto, dopo il mezzogiorno, in cui tutti rientrano nelle case e nelle botteguccie per pranzare, in cui il caldo estivo cresce, cresce, e la controra, il periodo della giornata napoletana che equivale alla siesta spagnuola, comincia col cibo, col riposo, col sonno delle persone stanche. La sartina, un po’ intimidita dall’oscurità della cantina, donde un fiato acido di vino usciva, si era fermata sulla soglia, ammiccando; e guardava in terra, prima di entrare, sentendo come un pericolo di botola aperta, di sotterraneo, dalla negra bocca schiusa. Ma il garzone del cantiniere si avanzò verso lei, per servirla. - Dammi qualche cosa da mangiare col pane, - diss’ella, dondolandosi un poco. - Pesce fritto? - No. - Un po’ di baccalà, con la salsa? - No, no, - disse ella, disgustata. - Una zuppa di trippa? - No, no. - E che volete, allora? - domandò il garzone, un po’ infastidito. - Vorrei… vorrei tre soldi di carne, la mangeremo col pane, Nannina e io, - disse ella con una graziosa smorfia di golosità. - Non cuciniamo carne, oggi; è sabato. Solo la trippa, per chi non ci crede, al sabato. - E dammi questo baccalà, - mormorò ella, reprimendo un sospiro. Ora guardava curiosamente nel cortile dell’Impresa, mentre il garzone era scomparso nelle profondità nere della cantina, a prendere il baccalà. Un po’ di sole, penetrando, dall’alto, imbiondiva quel cortile: e, ogni tanto, qualche ombra feminile o maschile lo attraversava. Antonetta, la sartina, guardava sempre, mentre canticchiava sottovoce una nenia popolare, dondolandosi un poco. - Ecco il baccalà, - disse il garzone, tornando. Lo aveva messo in un piattello: erano quattro grossi pezzi che si disfacevano a faldette, in un sugo rossastro e fortemente punteggiato di pepe; il sugo, ondeggiando, lasciava delle traccie gialle di olio, sulla cornice del piattello bigio. - Ed ecco i tre soldi, mormorò Antonetta, cavandoli dalla tasca. Ma rimaneva col piatto in mano, guardando il baccalà che si sfaldava nella broda. - Se pigliassi un terno, - disse, mentre si avviava tenendo delicatamente il piattello, - vorrei cavarmi la voglia di mangiar carne, ogni giorno. - Carne e maccheroni, - ribatté, ridendo, il garzone. - Già: maccheroni e carne! - gridò trionfalmente la sartina, con gli occhi sempre fissi sul piattello, per non far cadere il sugo. - Mattina e sera! - strillò, dalla soglia, il garzone. - Mattina e sera! - strillò Antonetta. - Vi dovete raccomandare a quel ragazzo, - urlò allegramente il garzone del cantiniere, accennando con gli occhi al cortile dell’Impresa. - Torno più tardi, - disse, dall’angolo della strada, la sartina. - Ti porto il piatto. Di nuovo, il vicolo dell’Impresa rimase deserto, per molto tempo. D’inverno è molto frequentato, nel pomeriggio, dai giovani studenti che escono dall’Università e prendono la scorciatoia per trovarsi in via Gesù o a Toledo; ma era estate, gli studenti si trovavano in vacanza. Pure, ogni tanto, come l’ora si avanzava, qualche persona scantonava, da via Santa Chiara o da Mezzocannone, e veniva a ficcarsi nel portone dell’Impresa; alcuni con aria guardinga, altri fingendo la indifferenza. Uno dei primi era stato un lustrino, con la sua cassetta: un vecchio gobbo, sciancato, che sollevava la cassetta sul fianco più alto, piegato in due, avvolto in una vecchia palandrana verdastra, tutta macchie, tutta toppe, con un berretto senza visiera, abbassato sugli occhi. Sotto l’androne del palazzo dell’Impresa, il lustrino aveva deposta per terra la cassetta, egli stesso si era sdraiato per terra, come se aspettasse gli avventori: ma dimenticava di battere quei due colpi secchi della spazzola, sul legno, per richiamare la clientela: e con una lunga lista di bollette in mano, assorto profondamente, la sua faccia gialla e contorta di vecchio rachitico aveva una intensità di passione che la trasformava: mentre, innanzi a lui, come l’ora si approssimava, continuava a passar gente, e dal cortile sorgeva un brusìo di voci napoletane, fra stridule e grasse. Un uomo, un operaio, si fermò presso il lustrino; poteva avere trentacinque anni, ma era scialbo e aveva gli occhi smorti, la giacchetta buttata sulle spalle, che lasciava vedere la camicia di percalla colorata. - Lustriamo? - domandò macchinalmente il lustrino, abbassando la lista delle sue bollette. - Sì, proprio! - rispose l’altro sogghignando. - Ho voglia di lustro, io. Se avevo un altro paio di soldi, oggi, avrei giocato un ultimo biglietto da donna Caterina. - Gioco piccolo? - chiese sottovoce il lustrino. - Già: un poco al Governo e un poco a donna Caterina. - Sono tutti ladri, tutti ladri, - soggiunse poi l’operaio masticando il suo mozzicone nero e crollando la testa, con un atto di suprema sfiducia. - Hai fatto mezza festa, oggi? Non sei andato a tagliar guanti? - Non ci vado mai, di sabato, - fece l’altro, abbozzando un pallido sorriso. - Vado a cercar fortuna: l’ho da trovare, un sabato mattina! - E i denari della settimana, quando li prendi? - Eh! - disse l’operaio, levando una spalla, - per lo più al venerdì, non ho da prender niente. - Come fai a giocare? - Per giocare si trova sempre. La sorella di donna Caterina, quella del gioco piccolo, dà denaro in prestito… - Interesse forte? - Un soldo a lira, ogni settimana. - Non ci è male, non ci è male, - disse il lustrino, con aria convinta. - Io le ho da dare settantacinque lire, - rispose il tagliatore di guanti, - e ogni lunedì è una tempesta. Mi aspetta fuori la porta della fabbrica, grida, bestemmia. Michele: è proprio una strega. Ma che ci posso fare? Un giorno o l’altro prenderò un terno e la pagherò… - E del resto della vincita, che ne fai? - domandò Michele, ridendo. - Lo so io che ne fo! - esclamò Gaetano, il tagliatore. - Col vestito nuovo, con la penna di fagiano al cappelletto, nella carrozza coi sonagli, andiamo tutti a scialare ai Due Pulcinelli, al Campo di Marte. - O dal Figlio di Pietro, a Posillipo… - O da Asso di coppe, a Portici… - Taverna per taverna… - Carne e maccheroni… - E vino del Monte di Procida. - Tanto, una volta sola si campa, - concluse filosoficamente il tagliatore di guanti, rialzandosi la giacchetta sulla spalla. - Io non faccio debiti, - soggiunse, dopo un minuto di silenzio, il lustrino. - Beato te! - Tanto, non troverei chi mi presti un soldo. Ma gioco tutto. Non ho famiglia, posso fare quello che mi piace. - Beato te! - ripeté Gaetano, il cui volto si era turbato. - Tre soldi per dormire, otto o dieci soldi per mangiare, - continuò il lustrino, - e chi mi dice niente? Ah, io non l’ho voluta prendere, la moglie, io! Avevo la passione della giuocata, io, e mi basta per tutto! - Sia ucciso chi ha inventato il matrimonio! - bestemmiò Gaetano, facendosi terreo. Le quattro si approssimavano e il cortile dell’Impresa si riempiva di gente. In quel centinaio di metri di spazio, una folla popolana s’infittiva, chiacchierando vivacemente, o aspettando in silenzio, rassegnatamente, guardando lassù, al primo piano, la terrazzina coperta, dove si doveva fare l’estrazione. Ma tutto era chiuso, lassù, anche le imposte di legno, dietro i cristalli del grande balcone. Come altra gente arrivava, sempre, la folla giungeva sino alla muraglia del cortile: delle donne respinte, si erano accoccolate sui primi scalini della scala: qualcuna, più vergognosa, si nascondeva sotto il terrazzino, fra i pilastri che lo sostenevano, addossandosi alla porta chiusa di una grande stalla. Un’altra giovane ancora, ma dal pallido e seducente volto consumato, dai grandi occhi neri, un po’ malinconici, un po’ stravaganti, con le occhiaie livide, dalla grossa treccia nera disfatta sul collo, era salita sopra un macigno abbandonato in quel cortile, forse dai tempi in cui era stato costruito o restaurato il palazzo; e lì sopra, tutta magra nella sua veste ritinta di nero, che le faceva cento pieghe sullo scarno petto e sui fianchi, dondolando un piede in uno stivaletto rotto e scalcagnato, rialzandosi sulle spalle, ogni tanto, un gramo scialletto anche ritinto di nero, ella dominava la folla, guardandola coi suoi occhi abbattuti e tristi. La folla era fatta quasi tutta di gente povera: ciabattini che avevano chiuso il banchetto nello stambugio che abitavano, avevano arrotolato il grembiule di pelle intorno alla cintura, e in maniche di camicia, col berretto sugli occhi, rimuginavano nella mente i numeri giuocati, con un impercettibile movimento delle labbra; servitori a spasso, che invece di cercar padrone, consumavano le ultime lire del soprabito d’inverno impegnato, sognando il terno che di servitori li facesse diventar padroni, mentre una contrazione d’impazienza torceva loro il volto smorto, dove la barba, non più rasa, cresceva inegualmente; erano cocchieri da nolo che avevano lasciata la carrozza affidata al compare, al fratello al figliuolo, e attendevano, pazientemente, con le mani in tasca, con la flemma del cocchiere che è abituato ad aspettare delle ore il passeggiero; erano sensali di stanze mobiliate, sensali di serve, che, nell’estate, partiti i forestieri, partiti gli studenti, languivano seduti sulle loro sedie, sotto la loro tabella che è tutta la loro bottega, agli angoli dei vicoli San Sepolcro, Taverna Penta, Trinità degli Spagnuoli, e avendo giuocato qualche soldino, sottratto al cibo quotidiano, disoccupati, oziosi, venivano a udir l’estrazione del lotto; erano braccianti delle umili arti napoletane che, lasciato il fondaco, l’opificio, la bottega, abbandonato il duro e mal retribuito lavoro, stringendo nel taschino dello sdrucito panciotto la bolletta di cinque soldi, o il fascetto delle bollette di giuoco piccolo, erano venuti a palpitare innanzi a quel sogno, che poteva diventare una realtà; erano persone anche più infelici, cioè tutti quelli che a Napoli non vivono neppure alla giornata, ma ad ore, tentando mille lavori, buoni a tutto e incapaci, per mala fortuna, di trovare un lavoro sicuro e rimuneratore, infelici senza casa, senza ricovero, così vergognosamente laceri e sporchi, da fare schifo, avendo rinunziato al pane, per quella giornata, per giuocare un biglietto, sulla faccia dei quali si leggeva la doppia impronta del digiuno e dell’estremo avvilimento.
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