IL BATTESIMO D’AGNESINA FRAGALÀ, BELLA FIGLIA DI PAPÀ-4

2167 Words
- Chi sarà questo straccione? - domandò a sé stessa Luisella Fragalà, presa da un senso di collera e di paura. Tutti facevano baldoria, nuovamente, intorno ai vassoi dei dolci, dei dolci sopraffini che eran il fior fiore della cucina e della bottega Fragalà, a Toledo: alla naturale tendenza golosa si univa adesso la curiosità di certe forme, di certi colori, di certi sapori, che molti degli invitati avevano sempre ammirati nelle vetrine brillanti, nelle bomboniere di raso, nelle coppe di porcellana. Il dattero unito alla crema di pistacchio su cui il bicchiere di Malaga ha un sapore profondamente aromatico; lo squisito confetto alla rosa, dove qualche pezzettino di corteccia di limone, candito, mette una nota acuta, acre, eccitante il palato e che il vino di Marsala condisce così meravigliosamente; tutto quel molle, attraente, seducente, incantevole odore di vainiglia, che esce dal cioccolatte, dalla crema, dai biscotti di mandorle; tutta quella punta sopracuta di menta, di menta forte, che è nel medesimo tempo refrigerante ed eccitante, che infiamma la bocca, riscalda lo stomaco e dà sete: tutta questa unione di cose belle all’occhio, buone al palato, deliziose all’olfatto, avevano dato un novello esaltamento alla riunione a cui il vino largamente versato veniva ad aggiungere un principio di vera ebbrezza. - Chi sarà mai quel pezzente? - si domandò ancora Luisella Fragalà, sentendosi come offesa nel suo orgoglio di padrona di casa, nel suo amore della nettezza, da quell’uomo malaticcio, misero e sudicio. Si alzò macchinalmente, per sapere qualche cosa, da qualcuno, su quel bizzarro straccione che si era introdotto nella sua casa, lasciando la comare marchesa che aveva aperto di nuovo il suo fazzoletto bianco sulle ginocchia e sul fazzoletto aveva ammonticchiato ogni genere di dolci, mangiandone di tutti, lentamente e continuamente, lasciando la ricchissima e infelice signora Parascandolo, i cui occhi pieni di lacrime seguivano intentamente il portabimbi dove la piccola Agnesina continuava il suo giro per la sala. Giusto, Luisella Fragalà raggiunse il piccolo corteo, dove ora la piccolina strillava acutamente, mentre il giro finiva: e istintivamente, quando la nutrice Gelsomina si stava per fermare innanzi a quello strano personaggio, come se anche a lui volesse far baciare la bimba, Luisella Fragalà si interpose vivamente, squadrando con ribrezzo lo sconosciuto, che già si era avanzato per baciare, e dicendo rudemente alla balia, mentre metteva la mano sul cuscino della piccola Agnesina per proteggerla: - Vattene, nutrice, la bambina piange troppo. La nutrice uscì subito seguita da donna Candida, mentre la madre, dalla porta, le guardava che si allontanavano nelle altre stanze, quasi a proteggerle ancora contro un maleficio ignoto. Rientrando nel salone, Luisella Fragalà fu distratta per un momento dallo spettacolo che presentava: il tappeto era cosparso di quei cartoccetti pieghettati finemente, dove stanno i frutti canditi, come in un nido, di carte dorate e argentate dei diavolotti, di coverture metalliche scintillanti dei cioccolattini: sulle sedie, sui tavolini, sulle mensole ammonticchiati i dolci, tolti dai vassoi devastati; le signore si erano tolte i guanti, tenendo con due dita, sollevato il pezzo di candito, la pasta secca, il mandorlato, la sottile e attorcigliata caramella che mangiavano; gli uomini andavano e venivano da un vassoio all’altro, da un gruppo di donne a un altro, trasportandosi per mano i bambini, che piagnucolavano, tutti lucidi le labbra di zucchero colante e sporchi di cioccolatte. Alcuni altri, chiesto il permesso a Cesare Fragalà che lo aveva accordato, ridendo di quello scatenamento, raccoglievano in un fazzoletto dei dolci, posandoli con delicatezza, cercando di non farli schiacciare; ad altri, lo stesso Cesare, fattosi portare dei larghi fogli di carta, formava dei cartocci, alti e pesanti, finendo di svaligiare i vassoi. Tutte le mani erano attaccaticcie, tutte le bocche lucenti: sulle mensole i bicchieri di vino, posati, avevano lasciato dei circoli rossastri o giallastri, e un ciarlìo forte, continuo, inesauribile, accompagnava quel saccheggio, quella devastazione. - Cesare! - disse Luisella, chiamando suo marito. - Che vuoi, bella mia? - rispose costui, finendo di legare uno spago tricolore intorno a un cartoccio, con la grazia del venditore di dolci. - Dimmi una cosa… - Due cose, gioia mia. - Chi è quell’uomo, là, vicino alla porta? -Quello? - chiese Cesare, aguzzando gli occhi, come se non ci vedesse bene. È Giovannino Astuti, l’agente di cambio. - Nossignore, nossignore, Giovannino Astuti, lo conosco. Dico quell’altro, quell’altro… - Oh! - fece lui, con un lievissimo imbarazzo, è una persona qualunque… - Che persona? - diss’ella, duramente. - Un amico mio… - Un amico, quello straccione? - Non si possono avere amici ricchi, sempre, - ribattè, con una risatina che suonava falsa. - Capisco: ma non ci è ragione di far venire un pezzente, anche se ti è amico, in mezzo a una riunione di galantuomini - Oh Luisa, come sei nervosa, gioia mia! Un po’ di carità… - La carità è una cosa, la convenienza è un’altra! - replicò ella, nella sua ostinazione. Non vedi come è sporco? - Oh sporco! - mormorò lui, nella sua costante bonomia. - È filosofo, non bada ai vestiti. - Infine, Cesare io vorrei che se ne andasse. - E come si fa? - chiese lui, confuso, mortificato dall’insistenza della moglie. - Gli si dice. - Ora gli dò prima un bicchiere di vino, Luisella: ancora un po’ di pazienza e poi lo faccio andar via. Difatti, Cesare Fragalà si avvicinò allo sconosciuto e gli offrì dei dolci, del vino, parlandogli, sottovoce, guardandolo negli occhi. Costui accennò a un sorriso, con le labbra di un violetto smorto e cominciò a mangiar pian piano, con una piccola smorfia di difficoltà, come se non potesse bene deglutire. Prima di portare alla bocca il candito, la rosea pasta reale, il frutto giulebbato che Cesare Fragalà gli veniva man mano offrendo, invitandolo con gli occhi a gustarne, il misterioso personaggio guardava il dolce, con una ciera fra indecisa e diffidente: infine si risolveva a mangiarlo, facendo sempre quell’atto nervoso, penso, del volto di chi ha la gola stretta. Ed era restato in piedi, con quell’aspetto imbarazzato della propria persona, che è la incurabile infelicità di certi individui; spezzava un mandorlato scrocchiante, inghiottiva i grossi bocconi molli della pasta Margherita, guardandosi vagamente intorno, come se non osasse abbassare gli occhi sulle sue gambe e sulle sue scarpe. Pure, lentamente, continuava a mangiare; anzi Cesare Fragalà aveva fatto portare un vassoio di dolci sopra una mensola, accanto allo strano personaggio, donde gli veniva porgendo continuamente i cioccolattini i confetti di mandorle vainigliati, i quarti di mandarino, stillanti di sugo agrodolce. Anche, aveva fatto posare sulla mensola un vassoio di bicchieri di vino; ne aveva dati tre, uno dopo l’altro, al bizzarro personaggio che li aveva tracannati senza fiatare, levando il volto smunto, striato di rosso, levando l’ispida barba di convalescente uscito dall’ospedale. L’uomo seguitava a mangiare e a bere, continuamente, taciturno; mentre Cesare Fragalà, con un sorriso stentato che mal celava una certa preoccupazione, guardava l’uomo negli occhi, come se volesse leggergli in fondo all’anima. Intanto Luisella Fragalà, per distrarsi, per calmare il subitaneo moto d’impazienza che era scoppiato così vivacemente, girava di gruppo in gruppo, salutando, ringraziando, chiacchierando con le sue parenti, con le sue amiche. Oramai era corsa la voce, che la scintillante stella di brillanti che Luisella Fragalà portava nei capelli neri, era il dono del compare di Agnesina, di don Gennaro Parascandolo: degno dono di un compare così ricco. Nel cuor loro le Naddeo, le Antonacci, le Durante, e tutte le altre mercantesse, e tutte le mogli dei contabili, dei commessi, pensavano che Luisella Fragalà, nella sua avvedutezza coperta di cortesia, era stata molto furba a scegliersi un compare molto ricco; e calcolavano, alla prossima gravidanza, di fare lo stesso, pensando di scegliere, fra i tanti, un compare di battesimo che conoscesse e sapesse fare il dover suo, come quel carissimo don Gennaro Parascandolo. E dei piccoli aforismi maliziosetti correvano: - Chi ci pensa prima, non si pente poi. - Il signore, sempre signore è. - Vivi con chi è più di te e fagli le spese. Come Luisella Fragalà si accostava, tutto ciò si tramutava in un coro di ammirazione sul magnifico gioiello. Ella annuiva, abbassava il capo, arrossendo di orgoglio; e la stella, fra i neri capelli, scintillava, scintillava. Le donne avevano quel mormorio lungo di ammirazione, lusinghiero per chi lo fa e per la persona che lo riceve: mormorio pieno di compiacente soddisfazione, di tenerezza vanitosa, mentre gli occhi feminili s’illanguidiscono o lampeggiano. Qualcuna, per mostrarsi anche più amabile, sebbene fosse al corrente, domandava: - Il compare? - Sì, - rispondeva Luisella Fragalà, con un lieve sorriso. - Non poteva essere diversamente, - susurrava l’altra, con aria d’indovina felice. Altrove, due volte, Luisella aveva dovuto togliersi lo spillone dalla testa, perché le signore avevano voluto avere fra le mani il prezioso gioiello. Il gruppo si formava, le teste feminili si chinavano, piene di curiosità, piene di quell’invincibile trasporto per le gemme, che è in fondo al cuore della donna più modesta e più oscura: ed erano strilletti di ammirazione, interiezioni, interrogazioni che sorgevano, al balenare della stella di brillanti. Qualcuna arrivava finanche a volerne sapere il prezzo: ma Luisella Fragalà faceva un gesto largo d’ignoranza, un gesto che ampliava il valore della gemma: e questo mistero, questa cifra incognita acquistava, nella immaginazione feminile, una latitudine che imponeva loro rispetto. Tanto che a un certo punto, fra otto o dieci signore nel cui centro stava Luisella, per moto plebiscitario, un impeto di entusiasmo nacque, crebbe, finì con un’acclamazione: - Evviva il compare! Don Gennaro Parascandolo, facendo finta di niente, accorse, premuroso, con l’aria fra disinvolta e bonaria del napoletano che ha viaggiato. E si difese contro i complimenti, modestamente: quella era una cosa da nulla, due pietruzze insignificanti, due fondi di bicchiere: le signore contraddicevano vivamente, adulandolo, coprendolo di cortesie, col profondo istinto muliebre che fa loro prodigare parole e sorrisi, così, sapendo che qualche cosa finiranno per fruttare: e quando egli disse che donna Luisella Fragalà meritava non una stella, ma una corona di stelle, un applauso coprì la sua voce. Nel frattempo la padrona di casa aveva dato, ogni tanto, delle occhiate oblique verso il pezzente che le aveva urtato tanto i nervi; ma costui seguitava pianamente a mangiare e a bere, ritto in piedi, con quel moto lento delle mascelle, con la tensione dolorosa dei muscoli del collo, che somigliava alla zampa gialla di una gallina morta. Però qualche cosa di bizzarro avveniva intorno, di cui Luisella Fragalà si dovette dar conto, man mano che il fenomeno si propagava nel salone. Mentre il pezzente devastava il vassoio dei dolci, facendosi intorno ai piedi un circolo di cartine bianche intagliate, di cartine metalliche colorate ed anche di ossi di prugna, nel salone egli aveva attirato l’attenzione di coloro che vi erano e che avevano finito di mangiar dolci e di sorbire gelati. Nella vaga ora di digestione di tutte quelle leccornie, con lo stomaco pieno e il pacchetto di dolci da portare a casa, tutti i distratti, tutti i disoccupati, girando gli occhi attorno, avevano scorto quello strano miserabile, a cui con tanta compiacenza Cesare Fragalà dava da mangiare e da bere; e man mano, l’uno indicandolo all’altro, con un’occhiata, con una gomitata, con quella mimica significativa di occhi, di sopracciglia, di sorrisi, che costituisce il più espressivo fra i linguaggi, si erano indicati quel divoratore muto, che cominciava quando essi avevano finito, ma che pareva non dovesse finire, se non quando avesse distrutto l’ultimo dolce e bevuto l’ultimo bicchiere di vino. Qualcuno lo guardava con una certa ammirazione, dolente di non poterlo imitare in quella pappatoria continua: qualcun altro sorrideva, con indulgenza; qualcun altro aveva negli occhi come una luce di compassione per un disgraziato che pareva non avesse mai mangiato e mai bevuto; e qualche frase, qua e là, fra scherzosa e bonaria, si ripeteva, di persona in persona: - Che bello stomaco… - È la chiesa di San Pietro… - Salute e provvidenza… - Io gli farei un vestito, anzi che dargli da mangiare… - Santa Lucia gli guardi la vista, perché per l’appetito non ve ne è bisogno… Ma erano le solite esclamazioni un po’ grasse, dinanzi a un forte mangiatore. Qualche uomo disoccupato si era accostato a Cesare Fragalà e all’incognito, per osservare meglio quel muto divoratore. A poco a poco, adesso, tutti quelli che erano nel salone mettevano gli occhi addosso al lungo mangiatore; e Luisella Fragalà sentiva le fiamme della vergogna salirle al viso, poiché tutti si erano accorti, adesso, dell’ignobile straccione che suo marito le aveva portato in casa e che ella doveva subire nel suo salone. Invano ella cercava, andando di gruppo in gruppo, parlando, ridendo, scherzando, agitando il suo ventaglio nero, di divergere l’attenzione: era inutile. La gente riunita nel salone aveva mangiato, aveva bevuto, aveva applaudito Agnesina, applaudita la stella di brillanti e il compare Parascandolo che gliel’aveva regalata; ora non sapendo più che cosa fare, si attaccava a quel curioso straccione, la cui presenza, certo, era una cosa inusitata in casa di Luisella Fragalà, buona ma fiera, caritatevole ma che non avrebbe introdotto mai un povero in salone. Oh era inutile che ella si arrovellasse, sentendosi salire le lacrime agli occhi; oramai tutti si erano acconti del pezzente mangione, tutti lo guardavano, anche le donne, anche le fanciulle, le grandi sonnambule che pare non vedano mai nulla. E gli stessi sorrisi di compassione, di scherzo, di scherno, d’indulgenza si dipingevano sulle labbra feminili, come si erano dipinti su quelle maschili; salvo che la curiosità muliebre, più ardente, più forte, non seppe resistere, e la signora Carmela Naddeo, piegandosi dietro il ventaglio, domandò a Luisella Fragalà:
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