Capitolo 1

662 Words
1 Bisognava vederla la gente, in quel pomeriggio di fine gennaio, come si stringeva dentro i cappotti. Con l’aria gelida che si conficcava come un chiodo, tra il portico dell’Archiginnasio e la facciata di San Petronio. Sembravano prendere delle sberle, altro che vento. E poi quell’anno lì andavano di moda i piumini corti e le minigonne, una vera sfortuna per le signore intirizzite, ma alla moda. Stoiche. Certo, sempre meglio delle giacchine leggere, con le spalline spallone, che imperversavano anni prima. Vestite tutte uguali, giù per via Indipendenza, le ragazze, sembravano un esercito di corazzieri in miniatura. I piccioni invece se ne fregavano delle tendenze. E sempre classici nel loro grigio trasandato, rannicchiati sui capitelli che i portieri dei palazzi ingentilivano con chiodi e cocci di bottiglia, sospiravano in attesa di quei tempi migliori, che per loro non arrivavano mai. Accanto ai nidi sudici, una prima pagina de “il Resto del Carlino” volava alta sopra il portico, orgogliosa del suo titolone azzeccato: “Allarme meteo. Domani farà un gran freddo”. E proprio lì sotto, dentro un bar afoso per i troppi termosifoni accesi, tra il tintinnio dei cucchiaini e le cioccolate in tazza fumanti, Lucio Zanotti con i suoi trentadue anni, gli occhi azzurri e i capelli biondi che non seguivano nessuna logica, beveva un tè e guardava, magro, quel mondo turbolento che rispecchiava il suo stato d’animo. Altri cinque minuti e vado, si ripeteva oramai da mezz’ora. Non è che ci avesse creduto veramente. Però, insomma… un po’ ci aveva sperato. L’aveva incontrata una settimana prima, sotto le piste del Corno alle Scale. Voleva mandare giù qualcosa di caldo e si ritrovò a fare la coda alla cassa. La donna, o meglio, i suoi fianchi di jeans aderenti e sbiaditi, gli stavano davanti come due gocce d’acqua accostate. Piene, sospese. Le prime di una tempesta. Ma sarebbero rimasti fianchi e basta, presto dimenticati, se una volta seduto nell’unico tavolo libero, lei non gli avesse chiesto di potersi accomodare accanto. Quella donna... eh, non erano mica fianchi e basta. Vera, questo era il suo nome, indossava un blazer rosso come un cazzotto in un occhio. Cortissimo e con la cintura allacciata stretta in vita. Teneva nel pugno guanti di pelle, anch’essi rossi, e le sue dita, minuscole e ben curate, erano ornate da anelli che potevi comprarci una villetta a Milano Marittima. Uno sgargiante foulard Hermès le fasciava la piccola testa. Portava occhiali da sole scurissimi e un trucco sul viso che a Lucio gli veniva voglia di chiedersi che faccia avesse veramente, sotto a tutta quella roba. Forse non era la donna più bella del mondo, ma lei pareva crederci, vendendo benissimo quella convinzione e galvanizzando l’intero locale. La guardavano tutti. Chiacchierarono come se si conoscessero da sempre, e decisero di rivedersi: «Io sono di Pesaro» disse lei «ma il prossimo martedì ho un impegno a Bologna, una consulenza in tribunale. Se vuoi possiamo incontrarci.» Fissarono l’appuntamento. Stavano per scambiarsi i numeri dei cellulari quando nel bar entrò un uomo. Rossiccio, sulla cinquantina. Un metro e novanta, largo di ossa e con la mandibola ipertrofica. Indossava solo un completo grigio a righine, leggerissimo. Col freddo che faceva. Con tanto di fazzoletto rosa gengiva nel taschino, e inforcava due occhiali da sole dalle lenti rosse, enormi e inguardabili. Proprio come la donna sembrava fuori dal tempo e sopra le cose. Si avvicinò pestando come un cosacco. «Oh, ciao caro, sei qui?» si affrettò a dire Vera. «Il signore è stato così gentile da ospitarmi al suo tavolo. Sai, il locale era tutto pieno.» «Sebastiano Pandolfi» si presentò l’uomo, togliendo gli occhiali e penetrando Lucio con due occhi appena più azzurri, ma non più caldi del ghiaccio. «Lucio Zanotti» rispose tranquillo, oscurato dall’ombra di quella montagna. «Andiamo ora, che abbiamo molta strada da fare» ordinò Sebastiano alla donna, quindi uscì senza aggiungere altro. «La settimana prossima. Martedì» bisbigliò Vera, sorridendo complice mentre si alzava. «Alle tre e mezza» gli lanciò un’ultima occhiata, desiderosa come davanti a una vetrina di Louis Vuitton. Raccolse la sua roba e zampettò ticchettando fino all’uscita. Lucio la seguì con lo sguardo, si grattò la testa, poi finì la tisana più buona che avesse mai bevuto in vita sua.
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