Capitolo secondoNulla è più vivo della morte
Avevano fatto il viaggio in silenzio.
De Vincenzi leggeva e l'altro guardava il paesaggio o diritto davanti a sé.
Cruni, venendo dalla terza classe, s'era mostrato tre o quattro volte sulla porta dello scompartimento e sempre De Vincenzi gli aveva fatto cenno col capo di andarsene.
Avrebbe voluto che il suo compagno parlasse, che esprimesse qualche desiderio, che rivelasse la sua angoscia. Nulla! Anche nel vagone ristorante, seduto di fronte al commissario, non aveva parlato, se non per dire al cameriere che gli desse tè freddo per tutta bevanda.
- Siete astemio?
Aveva annuito col capo.
Un russo astemio! Finché non avesse trovata vodka o acquavite a ventotto! Oppure lo era davvero?
Alle undici aveva varcato la soglia di San Fedele ed era rientrato negli uffici della Squadra Mobile, senza il minimo imbarazzo e senza neppure aver l'aria di aver compiuto un eroismo con quell'andarsi a mettere di nuovo nella gola del lupo.
De Vincenzi, quando lo aveva veduto apparire sulla soglia della stanza, gli aveva detto con la maggiore naturalezza:
- Fra un quarto d'ora andremo alla stazione. Mettetevi a sedere.
- Posso fumare?
E aveva fumato, contemplando nelle spire i suoi pensieri.
In treno, aveva continuato a contemplarli dal finestrino o di fronte a sé sulla parete dello scompartimento.
Era evidente che almeno uno di essi lo martoriava. Quale? La scomparsa della donna? La morte di Eduard Letang? Non certo la propria sorte, a ogni modo. Che lo avessero arrestato, che lo obbligassero ora a tornare a San Remo, la minaccia stessa fattagli dal commissario di non dargli pace, di battere su lui come sopra un ferro riscaldato a calor bianco, non doveva importargli.
Il fatalismo dei russi!
Scesero alla stazione e De Vincenzi, che aveva telegrafato alla Questura di San Remo l'ora dell'arrivo, vide venirsi incontro un collega.
- Il commissario De Vincenzi? Sono il commissario Racheli… Giorgio Racheli…
Parlava con accento spiccatamente meridionale. Era basso, tozzo, solido. Aveva le mani quadrate, con le unghie corte, mani da contadino. Il volto però appariva aperto, gioviale, per quanto i tratti duri, fortemente segnati, la mascella prominente, gli occhi incavati, rivelassero una volontà testarda e chiusa. I capelli grigiastri e le rughe sottili agli angoli degli occhi e della bocca gli facevano dimostrare i quarant'anni passati.
- E così, sei venuto tu! Iddio ti benedica! Io me ne lavo le mani, adesso! Il caso è grave, gravissimo! Nessuno può sapere quali sorprese ci prepari!
Guardò Ivan Kiergine, che si teneva dietro a De Vincenzi con la sua valigetta gialla tra le mani, e Cruni che gli stava al fianco.
- Questo è il russo, eh?!
Gli diede un'occhiata malevola.
- Iddio sa dove ha cacciato il cadavere di quella donna! Perché, vedi, se si scoprisse il cadavere…
De Vincenzi, che non aveva ancora pronunciato una parola, l'interruppe.
- Il brigadiere Cruni mi ha accompagnato. Intendo servirmene per le indagini…
- Ah! - fece Racheli. - Abbiamo qualche buon elemento anche qui…
- Non ne dubito. Ma tu sai che cosa voglia dire l'abitudine…
- Già, già… e come no! Iddio te la mandi buona! Nominava Dio a tutto spiano.
De Vincenzi si disse che avrebbe cercato di fare da solo. Ma come, se conosceva assai poco la città e niente affatto l'ambiente?
- Vieni dal Questore? È un brav'uomo. Non ci dà alcun fastidio! E quello lì - indicò Kiergine - vuoi che lo porti alle carceri? Darò ordine perché rimanga a tua disposizione, naturalmente.
- No. Il signor Kiergine rimarrà con me in albergo. E anche Cruni lo tengo con me.
- E se ti scappa?
- Oh! - fece De Vincenzi, alzando le spalle.
- Che lusso, però! Hai avuto i fondi da Roma? E già! Quando si tratta di un affare di spionaggio non lesinano! Soltanto a noi contano il centesimo! Ebbene? Che vuoi fare? Per andare alla Questura si sale di qui…
Erano usciti sul marciapiede esterno della stazione, sotto una breve tettoia.
Davanti, un semicerchio di case basse e dietro a esse altre case, con la facciata verso via Vittorio Emanuele, che sale lentamente, traversando la città in tutta la sua lunghezza. Una scalinata per abbreviare. E, a sinistra della stazione, De Vincenzi vide che cominciava quasi subito la lunga passeggiata a mare, tutta palmizi e ville bianche, sino al fondo, contro l'orizzonte azzurro.
Il treno era arrivato alle 17. Da quella parte, a quell'ora, la città appariva poco animata. Sul piazzale della stazione quasi nessuno, oltre i commissionari degli alberghi, i cocchieri in serpa alle loro carrozze a un cavallo, e gli autisti, fermi in crocchio davanti al caffè.
- L'Albergo Europa è qui vicino, credo…
- Eccolo lì - e Racheli indicò un fabbricato giallastro a tre piani, che sovrastava proprio di fronte alla stazione. - Ci si può andare anche senza salire il viale. C'è una scalinata privata.
- Andiamo - disse De Vincenzi, avviandosi.
Cruni veniva dietro di loro, portando la valigia del commissario e il proprio sacco da viaggio. Si guardava attorno.
Salirono la scalinata stretta e ripida, coi gradini di sasso, e raggiunsero un piccolo giardino e poi la veranda.
Il portiere gallonato accorse, attraverso alla saletta di lettura, e dietro lui un uomo grassoccio, rotondo, che sorrideva con ossequio. Guardò i nuovi clienti, riconobbe il commissario Racheli e il sorriso gli si spense sulle labbra.
- Ah! - fece.
Poi vide Ivan Kiergine e trasalì.
Che storia! Un cadavere nel suo albergo, tutto sossopra! E i pochi clienti che aveva stavano per andarsene.
- Il commissario De Vincenzi di Milano vuole una camera per sé… e una per il suo brigadiere - disse Racheli.
- Sì - aggiunse De Vincenzi, fissando l'albergatore. - Tre camere. Una anche per il signor Kiergine…
- Ma il signore ha la sua!… - protestò l'ometto, che s'era ancor più scurito in volto e si toccava i ciondoli d'oro appesi alla catena, sul ventre.
- No. Quella deve rimanere chiusa, per ora.
- E chi paga? Mi farete almeno i buoni di pagamento, no?
- Niente! Pago io - disse subito bruscamente De Vincenzi, a cui l'uomo produceva una sorda irritazione.
Salirono al primo piano. L'albergatore li conduceva. Giunti sul pianerottolo, davanti all'ascensore e al quadro con le chiavi, Racheli indicò a De Vincenzi una porta chiusa, a destra, al principio del corridoio.
- Lì dentro c'è il cadavere… - annunziò, e con la mano, che aveva nella tasca dei pantaloni, fece le corna.
- Quando lo porterete via? - chiese subito il proprietario dell'albergo. - Si può lasciare un morto…
Il commissario lo interruppe.
- Stia buono, santo Dio! Facciamo quel che dobbiamo fare. E ringrazi ancora, se non le abbiamo fatto chiudere l'albergo!
- E perché lo dovevano chiudere? Che c'entro io!… De Vincenzi s'era fermato nel corridoio di destra.
- Quali sono le camere che volete darci? - disse all'albergatore, e intanto osservava Kiergine.
Il russo era sempre assorto. Rivedere quei luoghi non aveva prodotto in lui il minimo turbamento.
L'albergatore indicò le porte.
- Quella è la camera… ehm… del morto… Il numero 24. L'altra, subito accanto, era occupata dal signor Kiergine e dalla signora… Se le vogliono, ho libere il 26, il 27 e il 28… oppure saliremo ai piani superiori. Ho quante camere vogliono. Tra poco, se continua questa storia, non rimarrà neppure un cane in albergo!
De Vincenzi entrò nella camera 28, che fronteggiava le altre e dava sulla strada. Andò alla finestra e vide il Casino davanti a sé, bianco, alto, coi larghi viali a semicerchio che salivano, lo spiazzo ghiaiato, le aiuole verdi.
Tornò nel corridoio.
- Dia al signor Kiergine e al brigadiere il 26 e il 27…
L'albergatore sceglieva le chiavi, apriva le porte.
Kiergine entrò subito nella sua. Cruni andò a deporre la valigia nella camera di De Vincenzi.
- Bene, mi consegni le chiavi di quelle due camere chiuse e se ne vada.
L'ometto porse le chiavi e si allontanò, scuotendo la testa e borbottando parole incomprensibili. Parlava in dialetto rivierasco.
- Ivan Kiergine, rimanete nella vostra camera. Verrò io da voi.
- Se potessi avere un po' di biancheria… qualche abito…
- Dopo… - troncò il commissario, e chiuse lui stesso la porta alle spalle del russo. - Tu, Cruni, rimani con me.
Si volse a Racheli, che era rimasto in mezzo al corridoio.
- Il giudice ha messo i suggelli?
- Non ancora. Che vuoi? Sono ventiquattr'ore, è vero, che la scoperta del canotto è stata fatta, ma il cadavere non è stato trovato che ieri sera… E poiché ancora nessuno ci capisce niente…
Nessuno doveva averci capito niente, infatti!
- Neppure sul modo con cui il francese è morto?
- Neppure. Non si tratta di suicidio, perché l'arma nella camera non c'era e poi perché è stato colpito alla schiena. Ma tutto il resto… uhm… mistero!…
De Vincenzi si diresse alla porta della prima camera, l'aprì ed entrò, seguito da Racheli e da Cruni.
Era una angusta cameretta ad un letto, stretta e lunga, dalle pareti chiare. Un letto di legno, un comodino, un armadio a specchio, un piccolo tavolo, due seggiole. In angolo, verso la finestra, il lavabo a muro coi rubinetti nichelati.
Il cadavere giaceva sul letto.
- Dove è stato trovato?
- Lì, davanti al tavolo. Stava seduto e appoggiava la testa sul legno. È stato colpito alle spalle con una stilettata diritta e sicura.
- Scriveva, quando è stato colpito? - chiese De Vincenzi, che s'era avvicinato al tavolo e guardava. - Avete toccato nulla qui sopra?
- No! Ti pare? Il primo sopraluogo l'ho fatto io. Doveva stare in procinto di scrivere, evidentemente. Ho trovato la penna stilografica in terra, aperta… Eccola lì…
Sul tavolo c'era il sottomano dell'albergo con la carta asciugante e sopra qualche foglio di carta da lettera con l'intestazione: Hotel Europa - San Remo.
Il primo foglio recava scritta a penna la data: 2 juin 1930 e due parole: Ma chérie… Poi una macchia. Il colpo di pugnale lo aveva colpito e fatto fermare a quel punto.
Null'altro sul tavolo, se non un pacchetto di sigarette Macedonia incominciato e il portacenere con tre mozziconi. Questo qui fumava le sigarette sino alla fine.
De Vincenzi si diresse verso il letto.
Passando, vide una valigia aperta sul portavaligie di ferro. Dentro biancheria stirata, qualche cravatta. La indicò a Racheli.
- Niente, lì dentro?
- Niente, nella valigia. Abbiamo frugato il corpo e in tasca aveva il portafogli con qualche biglietto di visita, il passaporto… lo vedrai dal Questore... e alcune cartoline illustrate, spedite dalla Francia… Ah, sì, aspetta. Un cartoncino con la roulette, di quelli che distribuiscono al Casino… e un gettone da cento…
- Denaro?
- Sì, qualche migliaio di lire.
De Vincenzi adesso guardava il morto. Cruni s'era fermato sulla porta e la ostruiva completamente col suo corpo largo e quadrato.
Disteso sul letto, colui che in vita portava il nome di Eduard Letang aveva il volto piccolo dall'ovale allungato, che la rigidezza della morte rendeva lucido, duro, d'avorio. Era giovane. Non poteva aver più di venticinque o ventisei anni. I lineamenti erano fini, i capelli neri. La bocca sinuosa, dalle labbra sottili, nella contrazione dell'ultimo spasimo, aveva ancor più accentuata la sua piega di crudeltà fredda. La crudeltà della gioventù, che vive per se stessa e pel piacere, con egoismo determinato e cosciente.
Gli avevano chiuso gli occhi e, sotto le palpebre ceree, essi dovevano celare il loro ultimo segreto.
Quale era? Perché lo avevano ucciso?
Non poteva esser stata che una persona amica, altrimenti avrebbe diffidato, si sarebbe guardate le spalle. Invece, lui s'era messo a scrivere e l'altro lo aveva colpito.
Scriveva a una donna: Ma chérie… Era stata un'altra donna, a colpirlo?
- Da quanto tempo si trovava a San Remo?
- Era arrivato con gli altri due otto giorni fa…
De Vincenzi osservò l'abito, le scarpe. Tessuto fine, taglio elegante; cuoio tenero.
- Avete osservato i vestiti? Avevano l'indicazione del sarto?
Racheli sorrise.
- Lo so! Non lo abbiamo fatto. C'era il passaporto!