Ma i bambini imparano? Compiti e altre strategie
Il processo di insegnamento/apprendimento è ciò su cui dovrebbe misurarsi la qualità specifica di insegnanti e scuola come sistema; trovo quantomeno curioso come siano davvero pochi i docenti che si interrogano sulla sua efficacia, soprattutto a fronte di riscontri tanto oggettivi come quelli relativi alle competenze raggiunte dai nostri alunni.
Si trascorrono anni interi a osservare come da moltissimi bambini i contenuti non vengano trattenuti per più tempo della durata di una verifica; così davanti a questo rapido evaporare delle conoscenze la risposta è spesso un aumento dei compiti di rinforzo, di esercizio, senza mai chiedersi se non sia invece il modo in cui sono presentati quei contenuti ad essere poco efficace al fine di un’acquisizione duratura e solida.
Come mai dopo ogni breve vacanza, all’inizio di ogni anno scolastico o ancora ad ogni passaggio di ordine di scuola, abbiamo la sensazione che i bambini e i ragazzi non abbiano fatto e soprattutto imparato nulla?
Forse è davvero così, anche se noi abbiamo spiegato e rispiegato, assegnato decine di schede e di compiti a casa, perché in realtà per i bambini non è accaduto nulla di significativo rispetto ai loro processi mentali, nessuna esperienza di apprendimento che determini una vera acquisizione di nuove conoscenze.
Certo questo non accade in modo identico per tutti, ma di sicuro è vero per molti, anzi troppi. Se la cavano coloro che hanno una capacità adattiva, non so quanto auspicabile, che sconfina talvolta nella passività o nell’esercizio mnemonico o meccanico, un processo che spesso non coincide con una reale e solida competenza; oppure coloro che hanno la possibilità di fare esperienze extrascolastiche che fissino le conoscenze in modo diverso.
O ancora quelli che hanno la fortuna di incontrare insegnanti che invece su questo processo si pongono domande e adottano strategie più efficaci, anche se meno consuete. Sono convinta che un percorso di apprendimento aderente al funzionamento della mente di un bambino non avrebbe bisogno di compiti a casa, né di troppe ri-presentazioni dei contenuti. Per meglio comprendere cosa si intenda parlando di apprendimento autentico, credo basti pensare a come impariamo in modo definitivo qualcosa di cui facciamo esperienza diretta e come da quell’esperienza siamo poi capaci di dedurre la regola teorica e di non dimenticarla più.
Qualsiasi bambino, dopo avere imparato ad andare in bicicletta, conosce i termini dei componenti e saprebbe spiegare a un coetaneo meno esperto come funziona la meccanica del mezzo, la frenata, l’equilibrio,… possibile che lo stesso bambino non sia in grado di trattenere per più di 15 giorni le informazioni di una paginetta di geografia? O il problema è in quella “paginetta”, mandata astrattamente a memoria?
Senza trascurare, se è vero che occorre prima di tutto “imparare a imparare”, quanto conta la specificità dei diversi stili cognitivi: non tutti bambini imparano nello stesso modo, con identiche procedure mentali.
Perché allora a scuola si utilizzano strumenti sempre identici e standardizzati? Di certo una maggiore attenzione e formazione rispetto a questo tema potrebbe determinare una capacità da parte dei docenti di diversificare i percorsi e le attività didattiche non tanto e non solo attraverso l’individualizzazione (che molto spaventa chi ha davanti a sé 25 o più bambini), ma costruendosi come docenti una valigia degli attrezzi che utilizzi con creatività diverse strategie. O ancora meglio attraverso una flessibilità organizzativa e didattica che permetta a ciascun bambino di seguire tempi e modalità propri.
A cosa servono, allora, i compiti a casa? La risposta comune ci porta all’idea dell’utilità di un esercizio che attraverso la ripetizione di alcune attività permetta di acquisire meglio alcune abilità o conoscenze: il calcolo, l’analisi logica o grammaticale, l’uso delle regole ortografiche… questa convinzione parte dalla considerazione empirica, secondo me corretta, che quanto si fa a scuola in aula non permetta l’acquisizione di queste conoscenze in modo consolidato e che il lavoro a casa serva appunto a questo.
L’osservazione del fenomeno rileva però che anche dopo l’assegnazione di molti esercizi a casa le conoscenze non si modificano di molto, ma rimangono spesso superficiali e labili, soprattutto sul medio o lungo periodo.
Il nodo critico, mi pare evidente, non sta nel quanto faccio per imparare ma del cosa o del come lo faccio; sta nel tipo di approccio ai contenuti che la scuola offre, nei processi che attiva, nei materiali che utilizza, in quanto essi siano calzanti con ciò di cui i bambini hanno bisogno per imparare e non dimenticare più.
Come quando imparano, appunto, ad andare in bicicletta o a nuotare.
Dovremmo sentire risuonare costantemente nelle nostre menti e nei nostri cuori le parole che Harry Chasty immagina ci rivolgano i bambini: “Se non riesco a imparare nel modo in cui insegni, potresti insegnare nel modo in cui imparo?” Fermarci a rispondere a questa domanda e di conseguenza agire come insegnanti cambierebbe radicalmente la quotidianità scolastica e il percorso dei nostri figli e alunni.
Sarebbe davvero importante che ci si interrogasse su questo anziché cercare nella quantità di esercizi assegnati a casa la soluzione di una criticità ben più profonda. Sembra poi curioso che la soluzione per il mancato apprendimento a scuola debba essere collocata fuori dalla scuola stessa, ma con i medesimi strumenti, oltretutto affidati a maestri “surrogati”, cioè i genitori, tra loro tutti diversi come profilo di competenze ma messi di fronte ai medesimi “problemi”.
Non è raro che qualche amico, pur di cultura medio alta, mi interpelli sul corretto svolgimento di esercizi, magari svolti in modo analogo in classe ma riportati in modo confuso dai bambini, soprattutto i più piccoli. Immagino la difficoltà di genitori meno “attrezzati” e l’imbarazzo davanti ai propri figli. Senza considerare gli impatti negativi che spesso questa discrepanza di ruoli determina: sono piuttosto convinta che un genitore possa essere un buon insegnante, ma questo vale se penso all’homeschooling, scelta nella quale la famiglia assume però consapevolmente la responsabilità dell’istruzione e i percorsi per gestirla in autonomia; nello svolgimento di compiti a casa assegnati dagli insegnanti è piuttosto comune invece vedere all’opera genitori che non vengono riconosciuti dai bambini come autorevoli in quel contesto, con relativo malessere reciproco; quando poi pensiamo a serate o fini settimana in cui il clima familiare viene alterato dalla necessità sociale (che tale è, per molti genitori) di mandare il figlio a scuola con i compiti terminati a qualunque costo, ecco che tocchiamo con mano la schizofrenia di questa prassi; la possiamo pure considerare ordinaria perché appartiene ai ricordi scolastici di ciascuno di noi, ma sul cui senso non possiamo che sollevare più di una perplessità.
Un pensiero su questo tema, molto più articolato di queste mie righe, ce lo offre un dirigente scolastico, Maurizio Parodi, che dell’eliminazione dei compiti a casa ha fatto uno dei temi emblematici per ripensare la scuola nel suo complesso: il suo libro Basta compiti! Non è così che si impara, ci permette una riflessione completa sulle ragioni che dovrebbero portarci, anche in questo caso, a valutazioni consapevoli, alla ricerca di una scuola di qualità le cui scelte vengono operate non per consuetudine pluridecennale ma per il senso pedagogico e didattico che esse hanno.