I.
Ah che voce, Nora mia! che note vellutate, chiare, espressive!... Fu un momento di squisito, ineffabile piacere.
Io, che facevo la mia solita passeggiata del mattino, mi fermai, sorpresa e deliziata, ordinando a Tom che stesse cheto, che non abbaiasse.
Devi sapere, che Tom è un grosso cane intelligentissimo; mi capisce a volo e mi ubbidisce senza mai protestare; nè pure con un gemito, con l’abbassare delle orecchie, col tirarsi la coda fra le gambe; solo, qualche volta, a un comando, che forse non riesce a spiegarsi, mi guarda di sotto le folte ciglia e apre la bocca a uno sbadiglio, che mette in mostra tutti i suoi denti, bianchi e forti. Non sono ancora riuscita a comprendere che cosa voglia dire con questo sbadiglio.
Ma, torno a la voce. Veniva dallo scrimolo della ripa; proprio dal gruppo di quercioni che formano una macchia nera, nel punto, d’onde, a picco; si vede giù il fiume dibattersi fra gli scogli del suo letto.
Che cosa cantava quella voce di tenore?….. Niente di ciò che conosco io; non una romanza e neppure un motivo d’opera. Cantava forse un sentimento, una speranza, un desiderio, un ricordo. E il sentimento doveva essere gentile; doveva essere nobile la speranza, il desiderio alto e il ricordo dolcissimo.
Mentre il canto finiva in una nota acuta che l’aria deve avere accolta con un fremito di piacere, io, presa dalla smania di vedere il cantore, mi feci cautamente verso il macchione. Arrivai in tempo di sentire un fruscio di ramo e da intravvedere, fra gli arbusti e il fogliame della ripida china, una figura d’uomo, che scendeva con sicurezza e ardimento.
Stetti a vedere se la figura d’uomo apparisse giù, lungo lo stradone bianco, che corre fra la sponda del fiume e il piede del monte. Ma non apparve nulla.
Il mio incognito cantore deve essersi perduto là dove sorge la grande, scura ed assordante officina di mio fratello; forse la stessa officina l’avrà inghiottito.
Che sia un impiegato di mio fratello? — mi trovai a chiedermi.
E corsi a casa per sapere subito. Ma mio fratello, scosse la testa sorridendo. Nessuno degli impiegati dell’officina sapeva trillare una nota; egli li conosceva tutti fino da quando aveva aperta l’officina; da dieci anni.
«Sarà stato un passeggero! — disse — oppure.... oppure... qualche pecoraro che stornellava!
In così dire, Carlo sorrideva di sotto i baffoni neri.
Hai da sapere che Carlo mi chiama spesso fantasiosa e della fantasia dice e ripete, che è una matta sempre ridicola e non di rado dannosa.
Questo si capisce, in lui, uomo irto di cifre e preciso come le sue immense e paurose macchine. Che cosa può essere per lui una facoltà, che stacca dal reale per innalzare al piacere dei sogni?
Ma, stavolta, caro fratello mio, la fantasia non c’entra proprio nulla. Il canto bello non veniva, no, dalla gola di un pecoraro, nè era uno stornellare comune; era invece qualche cosa di straordinariamente gentile e delizioso, che mi ha lasciato in cuore una incancellabile impressione.
Ridi anche tu?….. Ah queste persone serie, che non capiscono i facili entusiasmi e non perdonano alle piccole debolezze, le quali, in fin dei conti, non sono altro che innocenti distrazioni nella monotonia della vita. E dire, che io, la fantasiosa, la sognatrice secondo mio fratello e forse la spensierata secondo te, non mi trovo bene, che con le così dette persone serie.
Ma tu desidererai di sapere come io mi trovi quì. Ti rispondo subito subito, che mi trovo bene, benissimo, che sono felice, felice, felice!
E quel cattivo di Carlo che ha dubitato che io non mi potessi adattare in questi luoghi, e mi ha condannata per un anno intero a vivergli lontana, e quello che è peggio, mi ha obbligata a la convivenza con persone dai gusti ed anche i sentimenti così diversi dei miei!…. Ti pare possibile a te, la vita di dodici mesi con la mia romantica cugina, la lunga e spersonita Jole, languida come un salice piangente, dai capelli neglettamente annodati su la nuca, la scollatura a la vergine e l’abito con la coda serpentina?... Ma tu lo sai, che annata fu quella per me. Quante piccole e pungenti seccature, quante noiose, intime ribellioni, mi sarebbero state risparmiate, se a l’uscita di collegio, mio fratello mi avesse subito condotta quì con lui.
Ma via! egli mi ha sacrificata in fin di bene, caro Carlo!... e gli perdono. Col patto però, che non si ostini a credermi fantastica al punto da scambiare la rozza voce d’un pecoraro per quella educata e piena di fascino di un bravo tenore.
Tu sai la tenerezza quasi paterna che ha Carlo per me. Egli ha promesso alla mamma morente, quando io era una bimba alta una spanna e lui già un giovanotto di venti anni, che mi avrebbe sempre amata e si sarebbe preso cura affettuosa di me. E mantenne e mantiene la promessa, certo, più che per dovere, per bisogno del cuore; di quel cuore così buono, generoso e semplice!
Io temo qualche volta, che a forza di condiscendenza, anzi di sollecitudine nel prevenire e secondare i miei desideri, egli abbia da finire per guastarmi.
Prometto a me stessa di non lasciarmi guastare; questo è vero. Ma è pure verissimo, che intanto godo pienamente e largamente di tutti i mezzi che egli mi procura perchè io mi svaghi e diverta.
A proposito di svaghi e divertimenti, sai che ho imparato a montare in bicicletta?.... Un gingillo di macchina che mi ha regalato Carlo, si intende. E si fanno delle belle corse insieme quando egli può; e quando non può corro da sola; certe volate che mi riempiono i polmoni d’ossigeno e mi coprono di polvere.
Vedessi com’è carina la villetta che io e Carlo abitiamo! L’ha fatta costruire lui, dietro disegno suo; ed è riuscita un amore di casetta, di una semplicità così elegante, che tira gli occhi e il desiderio di chiunque la vede.
Sorge a un mezzo chilometro sopra l’officina e quasi è annidata fra le piante del giardino che le sta intorno. È distante un’ora di carrozza dalla città.
Si è dunque isolati così per dire. Ad averne voglia si può godere degli svaghi che offre la città; si possono fare conoscenze e procurarsi compagnia finchè se ne desidera.
Ma Carlo, dentro negli affari fino ai capelli, non ha tempo di desiderare conoscenze, nè compagnia e neppure i divertimenti della città. E in quanto a me, non desidero altro che di godermi la libertà in lungo e in largo; cioè, per essere sincera, devo confessare che desidero un’altra, cosa; ed è di riudire la voce bella che ancora mi risuona nel cuore e nel cervello e che non è certo quella di un pecoraro. Ah che voce, Nora mia!
Sai che son due mesi che non mi scrivi?..... Due lunghi mesi, sessanta giorni senza tue notizie senza una parola tua!... Ti pare bene?... ti pare generoso?... Non so neppure dove questa mia lettera ti troverà. Io la dirigo a casa di mia zia invece che al colonnello Brani, che conosco un po’ irascibile e non so se sia dissipata la leggiera nube sorta ad affuscare il sereno della vostra parentela; non so neppure se tu abbia finito per effettuare il disegno di lasciare la casa che ti ha ospitata dall’uscita di collegio. Sei sempre a Milano?….. Stai bene?….. Che fai?….. E che fa il Signorino Giulio Bianchi, lo studente che studia poco o punto, che è tuo cugino, nipote di mia zia e quindi cugino anche di Yole, che non sono tue parenti, e che non è nulla di me?….. Chi si raccapezza in questo guazzabuglio di parentela?….. Per me rinuncio a capirvi qualche cosa.
Da brava, Nora. Prendi un foglio di carta più grande che elegante e scrivimi per un’ora di seguito. Dimmi tutto di te; tutto, tutto. Sai bene che ci siamo scambiate la promessa di non aver segreti l’una per l’altra. Il segreto è la tomba dell’amicizia. Io, che di tombe non ne voglio sapere, ti dò l’esempio della perfetta confidenza; ti apro il mio cuore perchè tu vi veda, a la prima, perfino la più lieve impressione, compresa quella che vi ha lasciata la dolce voce misteriosa.
Ciao, cara, aspetto con impazienza un tuo letterone e ti mando un bacio.
Ester.