Capitolo 9 - Eterno Presente

875 Words
Michele aprì gli occhi su un soffitto che non aveva mai visto prima. Era in un letto d'ospedale, tubicini e fili collegati al suo corpo, il suono monotono dei macchinari che scandiva il suo battito cardiaco debole ma regolare. La luce che filtrava dalla finestra era quella dolce del mattino, normale, priva di qualsiasi alterazione temporale. "È sveglio," disse una voce familiare. Michele girò la testa con fatica. Elena era seduta su una sedia accanto al letto, più vecchia di come la ricordava, con nuove rughe intorno agli occhi ma un sorriso sollevato sul viso. "Quanto...?" la sua voce era poco più di un sussurro roco. "Tre settimane," rispose Elena, alzandosi per versargli un po' d'acqua. "I medici non credevano che ti saresti svegliato. Il tuo corpo era in uno stato che non riuscivano a spiegare." Michele bevve l'acqua avidamente, sentendo la gola bruciare. I ricordi gli tornavano a ondate: l'Orologio del Dominatore che esplodeva, Roberto che si dissolveva, il limbo temporale dove si erano detti addio. "Roberto è davvero morto?" chiese. Elena annuì solennemente. "Il portale si è chiuso per sempre. Lui e tutti i suoi parassiti temporali sono stati risucchiati nella loro dimensione d'origine, che ora è sigillata. Non potranno mai più minacciare il nostro mondo." Michele guardò fuori dalla finestra. Poteva vedere persone normali che camminavano normalmente, automobili che procedevano nel giusto verso, il mondo che funzionava secondo le regole naturali del tempo. "E le persone che erano state colpite dalle alterazioni temporali?" "Tutte guarite," disse Elena con un sorriso. "Le loro linee temporali si sono riparate completamente. Non ricordano nulla di quello che è successo. Per loro è stato come un brutto sogno collettivo." Michele chiuse gli occhi, sentendosi sopraffatto dal sollievo. "E il mio laboratorio?" "Distrutto nell'esplosione. Mi dispiace, Michele. Tutti gli orologi sono andati perduti." Michele ci pensò per un momento, poi sorrise debolmente. "Forse è meglio così." Elena si sedette di nuovo accanto al letto. "Michele, devo chiederti una cosa. Nel limbo temporale, cosa è successo tra te e Roberto?" Michele la guardò sorpreso. "Come fai a sapere del limbo?" "Sono una Custode del Tempo anch'io, ragazzo. Non potente come Roberto, ma abbastanza da percepire certe cose. Ho sentito che le vostre essenze temporali hanno comunicato prima di separarsi definitivamente." Michele rimase in silenzio per lunghi minuti, rivedendo nella mente quei momenti impossibili nel laboratorio trasfigurato, il bacio d'addio, le parole di perdono. "Ci siamo detti addio," disse finalmente. "E.… ci siamo perdonati." Elena annuì comprensiva. "L'amore vero trascende anche la morte e il tradimento. È raro, ma succede." "Pensi che esista davvero un posto dove le anime che si sono amate possano ritrovarsi?" Elena sorrise dolcemente. "Sono troppo vecchia per non crederci, Michele." Nei giorni che seguirono, Michele iniziò lentamente a riprendersi. I medici erano stupiti dalla sua guarigione: tutti i test mostravano che il suo corpo stava tornando completamente normale, senza tracce dell'alterazione temporale che aveva subito. I suoi occhi erano tornati al loro marrone naturale, e non sentiva più il ticchettio degli orologi come una volta. Elena veniva a trovarlo ogni giorno, raccontandogli delle Custodi del Tempo - un ordine segreto di donne che da secoli proteggevano l'umanità dai parassiti temporali come i Caravelli. Suo nonno era stato un loro alleato, e ora offrivano lo stesso ruolo a Michele. "Non come orologiaio temporale," spiegò Elena. "Quel dono l'hai sacrificato per salvare il mondo. Ma come consulente, qualcuno che può riconoscere i segni di intrusioni temporali." "Ci penserò," disse Michele, anche se dentro di sé sapeva già che avrebbe accettato. Non poteva tornare alla vita normale dopo tutto quello che aveva visto. Una settimana dopo, Michele fu dimesso dall'ospedale. Elena lo accompagnò al sito dove un tempo sorgeva il suo laboratorio. Ora c'era solo un lotto vuoto, l'erba che iniziava già a crescere sui resti delle fondamenta. "Mi dispiace per la tua eredità," disse Elena. Michele si inginocchiò e raccolse un pugno di terra mista a cenere. Tra la polvere, qualcosa brillò. Un piccolo ingranaggio d'oro, uno di quelli normali che aveva usato per riparare il primo orologio di Roberto. Lo mise in tasca come ricordo. "Il nonno avrebbe capito," disse. "Avrebbe fatto la stessa scelta." Quella notte, nel piccolo appartamento che Elena gli aveva trovato, Michele si sedette alla finestra a guardare le stelle. Il tempo scorreva intorno a lui con il suo ritmo naturale, prevedibile e confortante. Non sentiva più la sinfonia degli orologi, non percepiva più le correnti temporali che attraversavano il mondo. Era tornato ad essere completamente umano. Ma nelle ore più silenziose della notte, quando il mondo dormiva e il velo tra le dimensioni si faceva più sottile, Michele giurava di sentire un sussurro familiare nel vento. Una voce che diceva il suo nome con amore e rimpianto. E ogni volta, sussurrava indietro: "Anch'io ti amo, Roberto. Ovunque tu sia ora." Perché l'amore vero, Michele aveva imparato, non muore mai davvero. Si trasforma, si evolve, trova nuovi modi di esistere anche quando tutto sembra perduto. E in qualche dimensione sconosciuta, oltre il tempo e lo spazio, forse due anime si stavano ancora cercando, sperando in una seconda possibilità di amarsi nel modo giusto. Michele toccò l'ingranaggio d'oro nella sua tasca e sorrise attraverso le lacrime. Alcuni amori valgono l'eternità di attesa.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD