I-2

2566 Words
Sulla piccola scrivania ancora stava, appoggiata al calamaio, la penna d’oro, dalla piccola perla che la terminava: era servita per scrivere un biglietto con cui la signora chiamava a sé il suo signore: niente altro aveva scritto più; e innanzi ai fogli sparsi, vi era il piccolo orologio di argento, nel suo cappuccio di velluto azzurro, dono del signore. L’orologio aveva segnate tutte le ore, buone e cattive, amorose e crudeli; e segnava anche questa ora, fra i gelidi e odorosi fiori d’inverno che giacevano fra le carte e il piccolo candeliere d’argento, acceso, come se attendesse la mano bianca che facesse liquefare, alla sua fiamma, la verde cera da suggellare. L’occhio di Cesare Dias, adesso, si accostava al luminoso centro della stanza, dove era la signora. Il tavolino, che era poco distante dal letto, era stato trasformato in un breve altare dove la immagine della Madonna della Seggiola chinava i suoi pietosi occhi sul divino Figlio, e il bimbo chinava i suoi occhi misericordiosi su chi guardava: in una conca d’argento era l’acqua santa e vi bagnava, dentro, un ramo di ulivo benedetto; e ardevano, innanzi alla santa immagine, tre candelabri di argento dai cerei alti e puri, fra i fiori sparsi intorno intorno. L’immagine era rivolta verso il letto, e più fitta in quel centro della camera era la pioggia dei fiori, più vivida e concentrata la luce dei cerei. Il letto era tutto nascosto da una grande coltre di broccato bianco, che pendeva per terra e sull’origliere vi era anche un drappo bianco, della medesima stoffa candida, ricca e fulgida. Dovunque, dovunque pareva che fossero piovuti gli smorti fiori della fredda stagione, ma sull’origliere, sulla coltre, per terra, era una neve di rose, dove, ogni tanto, le fresche piccole viole spezzavano il biancore, le rose thea mettevano una nota più viva. Presso questo letto, poggiati per terra, erano tre altri candelabri d’argento: due alla testa del letto, uno ai piedi: e alte, alte ardevano le tre fiammelle, ripetendo, ancora, la mistica figura della Trinità. Fra la luminosità alta e pura di questi cerei, su questo letto tutto bianco, pel broccato, tutto glacialmente odoroso pei fiori, col capo sul bianco e freddo origliere cosparso di fiori era distesa la morta signora, Anna Acquaviva, la moglie di Cesare Dias. Era vestita, la morta signora, del suo abito nuziale, di grossa e pur morbida seta bianca, che era più mite, più tenera, nel suo candore, dello scintillante broccato bianco, onde era coperto il letto: una veste da sposa di un bianco smorto, senza riflessi, come se nella sua immacolata bianchezza si fosse mescolato un mortale pallore. Lo strascico dell’abito da sposa si allungava sulla bianca e brillante coltre funebre e dall’orlo della veste uscivano i sottili piedini calzati dalle calze trasparenti di seta bianca e delle piccole scarpine di seta bianca; piedini diritti, accostati, di creatura morta. E si vedean bene, solo, questi piccoli e leggiadri e rigidi piedini, civettuolmente calzati per andarsene nella tomba; poiché la testa, le mani, tutta la persona era seminascosta nel grande velo nuziale, appuntato dagli spilloni di perle sulle trecce nere, raccolto in fitte pieghe sul volto e sulle mani, ampiamente allungato sulla persona. Così, su tutta quella bianchezza, anche l’ombra era fatta di un velo candidissimo, anche il segreto della morta era conservato da una sottile nuvola nivea. Il velo si sollevava sulla faccia che era leggermente rialzata sull’origliere, ma le pietose mani vi avevano assai raccolto le pieghe del velo, perché bene, bene serbato sotto la nuvola candida fosse quel supremo segreto: si sollevava sul petto, dove era stato poggiato, un piccolo crocifisso di avorio, sul quale erano intrecciate le mani, e poi ricadeva in lievi flutti bianchi sino all’orlo del vestito, lasciando liberi solo quei piedini piccini, fini, che mai più avrebbero fatto un passo. Le pietose mani, e anche sapienti, non avevano messo su quella veste nuziale, su quel velo nuziale, il bianco e inebbriante fiore d’arancio, poiché colei che era partita per sempre era, sì, la giovane sposa, Anna Acquaviva, ma era anche Anna Dias, la giovane moglie di Cesare Dias. Non dunque il fior d’arancio, che è il fiore della verginale innocenza e della fortuna: ma le bianche rose fredde di chi ha conosciuto la calda stagione, di chi ha attraversato la torrida zona per giungere, stanca, desiderosa della fine, agli eterni ghiacci: ma le fredde violette di chi ha vissuto nella passione, e prima di dover vivere nella indifferenza, ha voluto morire. La bianca e smorta veste nuziale, sì: sì, sì, il candido velo che tutta l’avvolgeva, poiché così dolorosamente e irrimediabilmente breve era stata la dolce e ardente stagione della morta: non il fior d’arancio, angelico e beneaugurante! Dalla soglia, Cesare Dias guardava la giovane morta, ma non ne riconosceva, nelle graziose scarpette bianche, che i brevi piedini gelati e immobilizzati, nella loro vivida e palpitante beltà dalla Morte. Pure, era ben lei, Anna Acquaviva, Anna Dias, sua moglie, una giovane donna di ventitré anni, che egli aveva ricondotta, quattro ore prima nella sua casa, col cuore attraversato da una palla di rivoltella, col nero elegante vestito tutto bagnato di sangue, col bruno capo che spenzolava sulle sue braccia e con le nere trecce disciolte che radevano gli scalini della scala: era bene lei che si era uccisa, con un sol colpo della piccola, delicata, vezzosa rivoltella, che giaceva sulla scrivania, nella sua stanza; era bene il suo ardente e ora gelido sangue che aveva inzuppato il fazzoletto di batista e merletti. Non si vedeano che i piccioletti piedi: ma era quella Anna Dias, la giovane moglie, colei che, quattro ore prima, aveva trovato la vita così insopportabilmente dolorosa, e il mondo così insopportabilmente deserto, da uccidersi, negando ogni fede e ogni speranza nel suo Dio, nella sua gioventù, nella sua bellezza, nel cuore delle persone che aveva amato. Non lui, Cesare Dias, il marito, il vedovo – vedovo, la bizzarra parola! – acuiva lo sguardo per riconoscere nelle onde smorte della veste bianca nuziale, sotto le nuvole candide del velo nuziale, la faccia e la persona della giovane donna che si era uccisa, disperata di tutte le cose umane e disperata di tutte le speranze divine. Era sparita la nera veste tutta rosseggiante di sangue: e le piccole mani che così coraggiosamente e fermamente avean tenuto la rivoltella, erano state liberate dai loro guanti neri; e le trecce nere disfatte erano state pettinate e raccolte: e l’incubo, le vesti deturpate, le biancherie inzuppate di sangue, il fazzoletto inzuppato di sangue, i gioielli divelti, la veletta strappata, e l’arme, infine, l’arme con la sua lucida canna di acciaio ancora negra di fumo, tutto era sparito. Intorno a quella giacente creatura era tutto il pietoso, il tenero candore delle stoffe, dei veli, dei fiori, era la gran luce pura, fervida, quasi pregante dei mistici cerei che si consumavano; sul petto posava il segno della Redenzione: dalla azzurra e rossa immagine della Madonna della Seggiola, il bimbo di tutte le pietà, guardava quella povera salma immersa nelle ultime, dolcissime bianchezze – ma era bene lei, quella che si era uccisa. Cesare non poteva non pensare che sotto quella bianca veste era un cuore freddato da una palla, non poteva non pensare che quei piccoli piedini avevano camminato volontariamente alla Morte, non poteva non pensare che quelle mani, piamente intrecciate sulla croce di tutti i dolori, avevano eseguita la tetra volontaria sentenza; non poteva non pensare che, veramente, la giovane creatura sparente fra i veli e i fiori era Anna Dias, che si era uccisa. Non aveva bisogno di rievocare la terribile scena, dall’intenso minuto in cui aveva appresa la notizia, al momento profondo in cui aveva visto quel cadavere; di rievocare la visione di quei truci testimoni del suicidio, di quel tragico ritorno nella casa, onde era uscita viva: non aveva bisogno di sollevare quel velo che nascondeva il giovanile e passionale volto, nella sua ultima espressione. Le pietose mani avean tentato la trasfigurazione, avean celato le linee di quel corpo e le tinte di quel volto, ma non vi era forza umana, mai più, che levasse dalle memorie di Cesare Dias il nitido, crudele ricordo di una giovane donna, traboccante sangue dalla piccola ferita del cuore, di una testa arrovesciata dalle trecce nere disciolte e trascinantisi. Si era uccisa, Anna Dias: ed era quella: e niuna santa, compassionevole poesia di chiarezza, di biancore, di fioritura glaciale e odorosa, poteva scongiurare la truce immagine. Quando Cesare Dias aveva veduto la faccia del messaggero, quattro ore prima, e aveva udito appena il nome di Anna uscirgli dalle labbra, aveva fulmineamente pensato e detto, prima che il messaggero nulla dicesse: – Anna si è uccisa. Questa parola prima, solitaria, unica, restava su tutte le altre, posteriori, su tutte le pie, le care trasfigurazioni, più forte dei fiori, dei profumi, dei cerei, più forte di ogni memoria del passato, più forte di ogni dolore del presente, più forte di ogni terrore dell’avvenire, la sola parola, l’unica, quella che resterebbe, nel tempo, la Parola: Anna si è uccisa. Egli entrò quietamente: passò presso il letto funebre a occhi chini e andò a sedersi nella poltroncina, accanto alla scrivania, dove, dalla morta, gli era stato scritto l’ultimo biglietto: era voltato in modo che la candida visione di quell’estremo sonno che la morta faceva, sul suo letto, non gli sfuggiva in una sola sua linea. Macchinalmente guardò l’orologio: erano le dieci. La veglia notturna mortuaria cominciava, nella lunghezza della notte invernale, col rumor tetro del vento che dal mare assaltava la piazza deserta della Vittoria. Cesare Dias era solo, innanzi al cadavere di sua moglie. Frescamente olezzavano i fiori tagliati e sparsi dappertutto: limpide e pure ardevano le fiammelle dei cerei, senza che un soffio nella stanza ermeticamente chiusa, venisse a piegarle. L’ora funebre, silenziosa, senza pianti, senza parole, in cui il vivo pare che abbia nelle membra la stessa immobilità del cadavere, mentre nel cervello arde il suo pensiero, mentre nel cuore è lo strazio muto; l’ora funebre in cui la Vita contempla la Morte non osandole chiedere il motto dell’enigma, mentre lo spirito si solleva dolorosamente per indagare, per conoscere, per sapere; l’ora funebre in cui tutta l’anima subisce la segreta tortura che accompagna, latente, ogni passo della esistenza umana, lo spettacolo, cioè, della Fine, della irrimediabile Fine, era principiata. Cesare Dias passava con sua moglie l’ultima notte. Adesso, accanto al profondo pensiero che gli solcava il cervello, si levava un senso di fastidio sottile, qualche minuta noia che accompagna sempre le grandi catastrofi interiori e che diventa imperiosa, nella sua piccolezza. S’infastidiva Cesare, pensando che forse sarebbe venuto qualcuno della casa a tenergli compagnia, che quella estrema notte che lui ed Anna passavano insieme sarebbe forse stata turbata dalla presenza di qualche testimone. Non lo aveva detto che desiderava restar solo, là, dentro, sino al mattino: e intanto non poteva levarsi per uscire fuori, per chiamare, per dire che nessuno, nessuno venisse a disturbarlo nella veglia mortuaria. Quella porta aperta, nera, sul resto dell’appartamento oscuro e silenzioso, gli dava una noia acuta: gli sembrava che di lì dovesse entrare, da un momento all’altro, chi volesse vegliare con lui, piangere, pregare e non poteva levarsi, per andarla a chiudere, quella porta, girando la chiave, per restare assolutamente solo col cadavere. Giunto in quella camera, seduto di faccia al letto, gli pareva che nulla più avrebbe potuto fargli fare un passo, arrivato allo scopo, preso dalla gran fermata donde mai, in nessuna ora, in nessun minuto di quella notte avrebbe potuto riprendere la sua strada. Il suo timor taciturno non gli dava forza; ogni sua volontà era caduta, e non sentiva, in sé, che il bisogno di esser solo, con Anna: il bisogno che niun essere umano, in quella veglia, potesse vedere la faccia del vivo e la faccia della morta: il bisogno che niuno sapesse, dal suo volto, quello che egli aveva sentito, vegliando Anna nella sua veste nuziale e mortuaria. E non, forse, egli era sempre stato così, geloso tanto del proprio sentimento, geloso della più piccola impressione, sino al punto da rendere la propria esistenza una negazione fredda e perfetta di tutto se stesso? Non forse, da giovane, quando più lieta ride la vita agli umani, egli si era abituato a soffocare la sua gioia sotto la glacialità dello scetticismo; tanto che le nevi eterne ed infeconde lo avean soverchiato e veramente in lui si era spenta ogni gioia? Non forse, col tacito disprezzo, egli aveva distrutto in sé e attorno a sé le forme dell’entusiasmo che gli parean ridicole, sciocche, indegne della altezza d’animo di un uomo, di un gentiluomo? Sempre, sempre come in quella lugubre veglia egli aveva temuto che un occhio umano beffardo o indifferente, o emozionato, lo sorprendesse nel minuto della commozione, quando la vampa dell’amore, del dolore, ha sciolto tutti i ghiacci: sempre egli, nel suo disdegno della santa comunione umana, aveva piuttosto rinunziato al sentimento, anzi che soffrire, gioire, ridere, piangere insieme a un’altra creatura come lui. Tutta la vita, così: dai caldi e impetuosi giorni della gioventù, domati da una sdegnosa volontà, vinti dall’arida ipocrisia dello scettico, sino ai giorni della più virile età ormai chiusi nelle ironiche e sarcastiche apparenze dell’uomo che si è liberato per sempre dal sentimento. Non voleva nessuno in quella notte, fra sé e sua moglie: così aveva pensato e voluto sempre, così pensava anche ora. Giammai, nel suo disprezzo per gli umani egli aveva consentito a diventare, anche per poco, il loro spettacolo: tutta la sua fierezza si era sempre rivoltata contro questa umiliazione; egli era uno spettatore delle miserie, delle debolezze, delle follìe altrui: un attore, giammai! Ah quella porta, quella porta aperta sulla casa, aperta sulla città, aperta sul mondo come lo faceva soffrire nella sensibilità acuta della sua gelosia, come gli dava un tormento acuto, l’impossibilità di essere lui, di abbandonarsi al proprio sentimento! No, no, niuno avrebbe potuto vedere e sapere quel che accadeva nella veglia funeraria, niuno doveva conoscere quel che fossero gli occhi e le labbra di Cesare Dias innanzi alla bianca salma della sua sposa giovanetta! Avesse potuto chiudere quella porta! Non si doveva sapere nulla, non sarebbe stato giammai un attore, lo sguardo umano non avrebbe mai sorpreso la libera espansione del suo cuore. Innanzi all’annunzio di quel suicidio, egli non aveva potuto impedire che un gran pallore gli disfacesse il volto; innanzi al truce spettacolo, riconducendo la uccisa alla sua casa, egli aveva chinato gli occhi, per non fissarne i lineamenti, temendo di sé, temendo della propria voce, temendo di ogni mutamento del proprio aspetto. Oh era stato forte, fortissimo, soltanto pallido, soltanto disfatto, senza urlare, senza piangere, senza gridare, senza parlare: sempre per non diventare un attore, sempre perché la gente ignorasse la misura di quel che sentiva, sempre perché la gente sapesse che veramente, in lui, ogni corda era infranta! Ma ora... ora avrebbe voluto esser solo con lei. Imminente era il bisogno. Solo con la sua morta, voleva restare. Aveva in se stesso qualche cosa che voleva escire, e non sapeva bene se fossero singhiozzi, o lacrime, o grida di disperazione: aveva in sé un istinto ancora incerto che voleva manifestare e non sapeva come. Ma doveva restar solo, tutta la notte, senza che vi fosse occhio di persona vivente che potesse giammai ridire di aver visto fremere o piangere Cesare Dias al letto di morte di sua moglie. Ah non lei, non lei, fredda, esanime, avrebbe potuto narrarlo! Tutta la vita che fluisce nel mondo, dalle stelle ai fiori, dal mare al cielo, dagli animali agli uomini, tutta la infinita e mai cessante vitalità che è nella grande compagine, non avrebbe potuto ridare un minuto di esistenza alla giovane morta.
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