CAPITOLO XX-2

2527 Words
«Accadde», disse Sancio, «che il pastore eseguì ciò che era determinato di fare e, mettendosi alla testa delle sue capre, s’incamminò verso le campagne della Estremadura con l’intenzione di passare nel regno di Portogallo. La Torralba che lo seppe, allora, gli tenne dietro a piedi scalzi da lontano, portando in mano un bordone ed al collo un paio di bisacce nelle quali aveva posto, a quanto vien detto, un pezzo di specchio, un mezzo pettine, e non so che vasetto di empiastri per il viso; ma si portasse pure quello che meglio le pareva, ché io non voglio stare adesso a portarne conto; il fatto è che il pastore arrivò colla sua mandria al passaggio del fiume Guadiana, il quale era così gonfio in quella stagione che non si trovava né barca né battello, né battelliere per traghettare né lui né tutta la sua mandria. Di che provò molto fastidio, perché già gli pareva di avere alle calcagna la Torralba ad annoiarlo con le sue preghiere e con le sue lagrime: andò nondimeno guardando finché trovò un pescatore che aveva una barca tanto piccola che appena poteva entrarvi una persona e una capra, ma con tutto questo fece contratto con lui perché lo traghettasse con le trecento capre che conduceva con sé. Il pescatore entrò nella barchetta e traghettò una capra; tornò e ne traghettò un’altra; ritornò ancora e tornò a traghettarne un’altra… Tenga conto vossignoria delle capre che il pescatore va traghettando, perché se una gliene scappa di mente terminerà la novella, e non sarà possibile di proseguirla. Io proseguo dunque il racconto, e dico, che la riva opposta del fiume era piena di fango e sdrucciolevole molto, sicché tardava il pescatore ad andare e tornare; con tutto ciò, tornò per traghettare un’altra capra, e poi un’altra, e un’altra poi…» «Fa conto che siano passate tutte», disse don Chisciotte, «e non ti perdere a dire così per il minuto ogni andata ed ogni ritorno, ché non finiresti di farle passare in un anno». «Quante ne sono passate finora?» disse Sancio. «Come diavolo vuoi tu che io lo sappia?» rispose don Chisciotte. «Ah! Poveretto di me», disse Sancio, «l’ho pure avvertita di tenerne esatto conto, e adesso come farò ad andare avanti?» «E come può darsi ciò?» rispose don Chisciotte; tanto essenziale è a questa storia di saper per l’appunto quante capre erano passate, che sbagliandone il numero non possa andar avanti la storia?» «No, signore, ad alcun patto», rispose Sancio; «perché come io domandando a vossignoria quante capre erano passate, ella mi rispose che non lo sapeva, così in quel punto stesso scappò a me di mente quanto mi restava da raccontare, ch’era pure fino e gustoso!» «Dunque», disse don Chisciotte, «è compiuta la storia?» «Compiuta come mia madre», rispose Sancio. «Per dirti il vero», replicò don Chisciotte, «tu mi hai sciorinato uno dei più nuovi racconti, storie o novelle che si possano immaginare al mondo, ed una forma di raccontarlo e di finirlo come la tua non ha esempio, ma altro non dovevo attendermi dal tuo bel modo di ragionare; e poi non me ne meraviglio perché questi colpi che non cessano mai debbono averti turbato l’intelletto». «Sarà vero», rispose Sancio, «ma io so che niente si può aggiungere alla mia storia che termina dove comincia a perdersi il conto del passaggio delle capre». «Non importa», replicò don Chisciotte; «vediamo se Ronzinante si può muovere. Tornò a dar degli sproni, e quello a far nuovi salti senza muovere un passo: tanto bene l’aveva Sancio legato. Frattanto, o per il freddo della mattina che s’accostava, o perché Sancio aveva mangiato a cena qualche cosa di lenitivo, o perché naturalmente era chiamato (ciò è più verosimile) gli venne voglia di fare ciò che altri non poteva fare per lui; ma tanto grande era la sua paura che non osava scostarsi di un passo dal suo padrone. E poiché gli era impossibile di non servire alla sua stringente necessità, per conciliare ogni cosa, levò via la mano diritta dell’arcione di dietro, e sciolta alla chetichella la cinta con cui teneva allacciati i calzoni, alzò il meglio che poté la camicia per fare le sue occorrenze. Ma parendogli poi di non poterci riuscire senza far qualche strepito che lo tradisse, cominciò a stringere i denti e a rannicchiarsi nelle spalle, trattenendo il fiato il più che poteva; e tuttavia non valse a impedire che nascesse un cotal rumore diverso da quello che gli aveva messa già tanta paura. Lo sentì don Chisciotte, e disse: «Sancio, che strepito è questo?» «Nol so», rispose egli; «qualche altra novità, perché le avventure e le disavventure non vengono mai sole»; e nel dire queste parole il povero Sancio si trovò libero del fardello che gli aveva recato tanto fastidio. Siccome don Chisciotte aveva perfetto il senso dell’odorato come quello dell’udito, e Sancio gli era così vicino e tanto immedesimato che quasi per la linea retta salivano in su i vapori, non poté impedire che questi non gli entrassero per le narici; si affrettò di turarle bene con due dita, e parlando così nel naso, disse: «Parmi, Sancio, che tu abbia gran paura». «Per l’appunto», disse egli; «ma da dove lo capisce vossignoria che io temo più adesso che prima?» «Perché adesso più che prima mandi un odore che non è d'ambra», rispose don Chisciotte. «Così può ben essere», replicò Sancio; «ma non è mia la colpa, bensì della signoria vostra che mi fa seguirla in ore insolite e per queste strade deserte». «Tirati in là tre o quattro passi, amico», disse don Chisciotte senza levar le dita dal naso, « e da qui innanzi ricordati di quel rispetto ch’è dovuto alla mia persona, né la molta domestichezza trapassi in noncuranza». «Scommetterei», disse Sancio, «che vossignoria crede ch’io abbia fatto qualche cosa fuor del dovere. «Meglio sarà non approfondire questa faccenda», rispose don Chisciotte. In questi ragionamenti, padrone e scudiero passarono la notte; ma vedendo Sancio che il giorno si avvicinava, cheto cheto, slegò Ronzinante e si allacciò di nuovo i calzoni. Quando Ronzinante si trovò sciolto, benché di natura non furiosa, parve che si risvegliasse, e cominciò a battere i piedi, che di corvette (con buona pace) non ne sapeva far troppe. Vedendo don Chisciotte che Ronzinante si moveva, l’ebbe per buon augurio e come un segnale di doversi accingere alla pericolosa avventura. L’alba intanto finì di spuntare e, scorgendosi distintamente le cose, vide don Chisciotte che si trovavano allora tra alti castagni, l’ombra dei quali era molto opaca, e sentì pure che non cessava il rumore dei colpi. Senz’altro indugio diede degli sproni a Ronzinante, e tornando a prendere commiato da Sancio, gli ordinò di aspettarlo in quel sito tre giorni al massimo, come gli aveva detto già prima; dopo il qual tempo, se non lo avesse riveduto, avrebbe potuto tenere per certo che il cielo aveva disposto ch’egli lasciasse la vita in quella pericolosa avventura. Tornò a ripetergli l’imbasciata che far doveva da parte sua alla signora Dulcinea, e che, quanto al pagamento dovuto ai servigi suoi, non si prendesse pensiero, poiché aveva fatto il suo testamento (prima di partire dal paese), in vigore del quale si sarebbe trovato ricompensato di ciò che gli doveva a titolo di salario, secondo il tempo che aveva impiegato a servirlo; ma se per favore del cielo fosse uscito vittorioso da quel pericolo, avrebbe potuto dare per certo il possedimento dell’isola promessa. Sancio si mise di nuovo a piangere, udendo le parole del suo buon signore, e deliberò di non abbandonarlo fino al termine, qualunque fosse stato, di quella avventura. Da queste lacrime e da questa onorata risoluzione di Sancio Pancia, l’autore trae argomento per credere che egli fosse, in fondo, uomo ben nato, o almeno un vecchio buon cristiano. Quell’affezione commosse, infatti, anche il suo padrone, ma senza che mostrasse debolezza alcuna; anzi, dissimulando alla meglio, cominciò a camminare verso il luogo da cui gli parve che partisse il rumore dell’acqua e dei colpi. Sancio lo seguiva a piedi tenendo, come al solito, per la cavezza l’asino, perpetuo compagno della sua prospera e contraria fortuna; ed essendosi inoltrati per un pezzo fra quei castagni e le altre ombrose piante, giunsero in un praticello sotto un’alta balza da cui precipitava un grandissimo volume d’acqua. Ai piedi della cascata c’erano pochi rustici casolari mal costruiti, che sembravano rovine di edifici, anziché case, dall’interno dei quali si accorsero che partiva il formidabile fracasso di quelle botte che pur non cessavano. Ronzinante si spaventò al rumore dell’acqua e dei colpi, e don Chisciotte, facendogli carezze, a poco a poco lo avviò verso le case, raccomandandosi di tutto cuore alla sua signora, e supplicandola che in quella terribile giornata ed impresa non gli mancasse di favore, e nel tempo medesimo si mise sotto la protezione del cielo. Sancio era attento a non stargli lontano allungando quanto poteva il collo e gli occhi tra le gambe di Ronzinante per vedere la causa di quel fracasso che incuteva così gravi sospetti e spaventi. E, dopo un altro centinaio di passi allo svoltare di una roccia, apparve chiara e lampante la causa (ché altra non poteva essere) di quanto la scorsa notte li aveva tenuti così altamente sospesi e impauriti. Si trattava, dunque (se hai voglia, o lettore, di venirne a cognizione), di sei magli per la follatura della lana. Quando don Chisciotte conobbe ciò che era realmente, ammutolì e parve completamente basito. Sancio lo guardò, e si accorse che teneva la testa china, come confessando di essere stato troppo frettoloso. Don Chisciotte guardò Sancio a sua volta, e vide che aveva le guance gonfie per la voglia di ridere, con evidenti segnali che stava per scoppiare. Ciò, nonostante il suo dispiacere, lo spinse a ridere egli stesso . E Sancio, veduto che il suo padrone lo assecondava, proruppe in tali scrosci che dovette stringersi i fianchi coi pugni per non scoppiare davvero. Quattro volte si ristette, ed altrettante tornò a ridere con la veemenza di prima, la qual cosa, però, fece poi incollerire don Chisciotte, in cui si accrebbe la stizza, vedendo che Sancio, in atto di quasi deriderlo, ripeteva le parole: « Hai da sapere, amico Sancio, ch’io nacqui per favore del Cielo in questa età di ferro per far rivivere quella dell’oro: quegli son io cui son riserbati i pericoli, le grandi imprese, gli strepitosi avvenimenti»; e qui tornava a ripetere quanto il padrone aveva detto la prima volta che si erano uditi quei colpi all’apparenza spaventosi. Ma don Chisciotte, vedendo che Sancio si burlava di lui, montò in tanta furia che, alzata la lancia, gli diede con essa due colpi così grandi che se, come li ricevette nelle spalle, gli fossero arrivati alla testa, non avrebbe riscosso altro salario, ma sarebbe toccato ai suoi eredi. Sancio, capendo che quella beffa gli costava troppo cara, e temendo che il suo padrone andasse anche più avanti, gli disse umilmente: «Si quieti la signoria vostra, perché le giuro che io scherzavo!». «E se tu burli, io faccio davvero», rispose don Chisciotte; «vien qua, ser burlone, pare a te che se questi non fossero stati magli, ma una nuova, pericolosa avventura, io non avrei però dimostrato d’avere un cuore all’altezza, da intraprenderla e gloriosamente condurla a fine? Sono io forse obbligato a essere cavaliere, a conoscere e distinguere ogni fracasso e a sapere quali sono quelli di maglio o d’altro? E potrebbe anche darsi (com’è infatti) che io non abbia visto altre cose del genere prima d’ora, mentre tu sì, per essere un villano nato e allevato tra queste basse cose. Del resto fa, se puoi, che questi sei magli si trasformino in sei giganti; che vengano uno per volta, o tutti uniti, con me a battaglia, e se io non li farò tutti volare in aria, allora ti permetterò di farti beffe della mia persona». «Non dica altro, signor mio», replicò Sancio, «che confesso di essermi troppo abbandonato alla mia allegria; ma mi dica la signoria vostra, ora che ci siamo riappacificati (e Dio la faccia uscire da tutte le avventure che stavano per accaderle sano e salvo com’è uscito da questa), mi dica: non fu cosa da ridere o da raccontare la gran paura che abbiamo provata, o almeno quella che ho provata io; mentre so benissimo che la signoria vostra non conosce né sa che cosa sia la paura?» «Non voglio negare», rispose don Chisciotte, «che non sia cosa da ridere; non è degna però di essere raccontata, ché non tutti sanno pigliar le cose per il giusto verso». «Ben seppe», rispose Sancio, «la signoria vostra pigliare per il giusto verso il lancione, drizzandomelo sulla testa e misurandolo sulle mie spalle; e sia grazie al Signore, ch’io sono stato a tempo di schermirmene, ma tutto andrà a luogo suo, ché intesi dire: chi ti fa piangere ti vuol bene; oltreché sogliono i grandi signori far seguire il regalo di un paio di calzoni ad un rabbuffo dato ai loro servitori. Non so poi quello che loro sogliono donare dopo averli bastonati; ma potrebbe essere che i cavalieri erranti compensino le bastonate col donativo di isole o regni nella terraferma». «Potrebbe accadere», disse don Chisciotte, «che quanto dici venga ad esser vero: perdono il passato, poiché sei ragionevole, e non ignori che l’uomo non è padrone di frenare i primi suoi impeti; sta per altro avvertito da qui in avanti di una cosa, ed è di astenerti da far con me molte parole, poiché in quanti libri di cavalleria ho letti, e sono infiniti, non ho trovato che alcuno scudiero ciarlasse tanto col suo padrone quanto fai invece tu; e in verità che questo non è solo un tuo, ma anche un mio mancamento: tuo, perché mostri di far di me poca stima; mio, perché non mi faccio stimare come dovrei. Gandalino, scudiero di Amadigi di Gaula, perché non era ciarlone, diventò conte d’Isola-ferma, e si legge di lui che parlava sempre col suo padrone tenendo il cappello in mano, col capo chino e col corpo piegato (secondo l’usanza turca) . Non ti parlerò di Gasabal, scudiero di don Galaorre, così taciturno che, per farci comprendere l’eccellenza del suo meraviglioso silenzio, una volta sola si fa menzione del suo nome in tutta quella tanto grande quanto vera storia. Da ciò poi tu devi inferire, o Sancio, che è necessario conoscere la differenza che passa tra padrone e servitore, tra signore e suddito, tra cavaliere e scudiere; e d’ora innanzi dobbiamo reciprocamente trattarci con più rispetto senza pigliarne collera, perché in qualunque modo io mi adiri con te, ci andresti a perdere; la mercede ed i benefizi che ti ho promesso li avrai a suo tempo; e se non li conseguissi mai, per lo meno non perderai il salario, così come ti ho spiegato». «Vossignoria dice benissimo», soggiunse Sancio, «ma bramerei sapere (dato il caso che il premio non arrivasse mai, e che io dovessi restare unicamente al salario) qual era il guadagno di uno scudiero dei cavalieri erranti a quei tempi? Oppure si accordavano a mese o a giorni come i manovali dei muratori?» «Non credo», rispose don Chisciotte, «che quegli scudieri servissero per salario, né per ottenere una qualche grazia; e se io ti ho assegnato un salario nel testamento, che lasciai sigillato in casa mia, fu per quello che potrebbe accadere; mentre non so come si regoli l’affare della cavalleria in questi nostri tempi difficili, né vorrei per così poco avventurare la mia eterna salute nell’altro mondo; ed amo che tu sappia, o Sancio, che non si può avere stato più pericoloso di quello della cavalleria errante» «E questo è vero», disse Sancio, «perché il solo rumore dei magli d’una laneria può mettere sottosopra ed avvilire il cuore di un cavaliere così valoroso com’è vossignoria. Stia pur certo che da qui innanzi non aprirò più bocca per scherzare sulle cose che appartengono a lei, ma solo per darle onore, come a mio padrone e naturale signore». «Regolandoti a questo modo», replicò don Chisciotte, «vivrai sopra la faccia della terra; perché dopo i padri si hanno a rispettare i padroni come se fossero i genitori medesimi».
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