CAPITOLO X

1783 Words
CAPITOLO X Degli strampalati ragionamenti che vi furono tra don Chisciotte e il suo scudiero Sancio Panza Il povero Sancio si era, intanto, alzato di terra, malconcio per le percosse ricevute dai servitori dei frati; e, guardando con grande attenzione alla battaglia del suo padrone don Chisciotte, pregava Dio in cuor suo che gli piacesse di dargli vittoria, affinché guadagnasse qualche isola di cui lo facesse governatore, così come gli aveva promesso. Vedendo, poi, terminata la zuffa, e che il suo padrone tornava a salire su Ronzinante, gli andò a tenere le staffe e, prima ch’egli montasse, gli si pose ginocchioni davanti e, presagli la mano gliela baciò, e gli disse: «Vi piaccia, signor mio don Chisciotte, di darmi il governo dell’isola guadagnata in questa crudele battaglia: ché, per grande che essa debba essere, io mi reputo da tanto di saperla reggere così bene come ogni altro che mai abbia governato isole al mondo». Al che, don Chisciotte rispose: «Bada bene, fratello Sancio, che quest’avventura e le altre siffatte, non sono avventure da isole, ma da venire solamente alle mani, e dove altro non si guadagna che finire o con la testa rotta, o con un orecchio di meno; abbi pazienza, ché mi si offriranno altre avventure, per le quali ti farò salire non pure al grado di governatore, ma ad altro più elevato ancora». Sancio gradì le belle promesse del suo padrone e, ribaciandogli la mano e la falda della corazza, volle assisterlo nel salire sopra Ronzinante; poi, montato anch’egli sull’asino, cominciò a tener dietro al padrone che, di passo veloce e senza far altre parole con le signore del cocchio, si cacciò in un bosco vicino. Lo seguiva Sancio, facendo trottare la mula il più che potesse; ma Ronzinante correva così tanto che il povero scudiero, vedendosi restare indietro, cominciò a gridare che lo aspettasse. Don Chisciotte tirò a sé le redini finché non fu raggiunto dal compagno affaticato, che subito si mise a dirgli: «Credo, signore, che noi dovremmo trovar ricovero in qualche chiesa, poiché essendo rimasto così rovinato quell’uomo con cui siete venuto a battaglia, è ben facile che ne sia informata la Santa Confraternita, e che ci vogliano metter in prigione: ché se questo accade, noi avremo a sudare un po’ prima di essere scarcerati». «Taci», disse don Chisciotte: «e dove hai visto o letto che un cavaliere errante sia stato soggetto alla giustizia per quanti omicidi abbia fatti?» «Io non so di omicidi», rispose Sancio, «né mai ho messo mano in vita mia nel sangue di alcuno; so bene, però, che la Santa Confraternita veglia per punire coloro che van facendo zuffe e questioni, e in altre cose non m’intrometto». «Non ti dar pensiero di questo», rispose don Chisciotte, «ché io ti trarrei dalle mani dei Caldei quando occorresse; nonché da quelle della Confraternita; ma dimmi piuttosto: vedesti mai cavaliere sopra tutta la faccia della terra più valoroso di me? Leggesti mai nelle storie che altri abbia mostrato più intraprendenza nell’attaccare, più coraggio nel persistere, più destrezza nel ferire, più grande astuzia nel mettere K.O.?» «Sia pur vero questo», rispose Sancio, «io non ho letto mai alcuna storia, non sapendo né leggere, né scrivere; ma quello che posso affermare è che non ho mai servito in vita mia padrone più coraggioso di vossignoria; e piaccia a Dio che questo così grande coraggio non vada a finire in quel modo che dissi poc’anzi. Ora quello di cui prego la signoria vostra è che abbia cura di medicarsi, perché vedo che va perdendo il sangue da questa orecchio; e giacché ho nella bisaccia dei fili e dell’unguento bianco…» «Tutto questo sarebbe inutile», rispose don Chisciotte, «se mi fosse dato d’avere un’ampolletta del balsamo di Fierabras, con una sola goccia avremmo risparmiato il tempo e le medicine». «Che ampolla e che balsamo è questo?» disse Sancio Panza. «È un balsamo», replicò don Chisciotte, «la cui ricetta so a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduca a morire, per quanto grande sia; perciò, quando io ne avrò, e te lo darò, se tu mi vedessi in qualche battaglia tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non avrai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra e, con molta attenzione, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; facendo bene attenzione, però, a congiungerle alla perfezione e con ogni cosa al suo posto; ciò fatto, mi vedrai, così, rimesso perfettamente in salute». «Se così è», disse Pancia, «io rinuncio da questo momento al governo dell’isola promessa, ed altro non domando, in ricompensa dei miei molti e buoni servigi, se non che la signoria vostra mi dia la ricetta di questo liquore prezioso, ché io credo bene che costerà più di due reali l’oncia; né altro mi occorre per passare questa sciagurata vita senza fastidi. Ora ditemi, quanto si può spendere a comporlo?» «Se ne possono far tre bocce», rispose don Chisciotte, «con meno di tre reali». «Corpo della vita mia», replicò Sancio, «e perché non si affretta la signoria vostra a farlo, e a insegnarmene il modo?» «Taci, amico», rispose don Chisciotte, «che ti confiderò i segreti di più alta importanza, e ti farò più larghi favori; ma per ora medichiamoci, perché l’orecchio mi duole più del necessario». Sancio trasse, allora, dalle bisacce fili ed unguento, ma quando don Chisciotte s’accorse che la sua celata era rotta, stette sul punto di perdere il cervello, e posta la mano alla spada, e alzando gli occhi al cielo, disse: «Fo giuramento a Dio e ai suoi Vangeli di condurre la vita come il marchese di Mantova quando giurò di vendicare la morte del nipote suo Baldovino, cioè di non sedere a mensa preparata, né di coabitare con la moglie, ed altro che ora non mi sovviene, ma che tutto ripeto, però, con ferma intenzione, affinché io prenda vendetta di colui che mi oltraggiò così indegnamente». Sentendolo parlare in tal guisa, Sancio gli disse: «Badi la signoria vostra, signor don Chisciotte, che se il cavaliere adempì i comandi che ebbe da lei, di presentarsi cioè dinanzi alla signora Dulcinea del Toboso, avrà fatto ogni suo dovere, né merita ulteriore pena, purché non diventi reo di nuova colpa». «Tu parli e giudichi assai rettamente», rispose don Chisciotte; «e quindi annullo il giuramento per ciò che riguarda il prender vendetta di lui, ma lo faccio e di nuovo lo confermo quanto al condurre la vita che ho detto, affinché mi riesca di togliere con la forza un’altra celata simile, e del pregio di questa, a qualche cavaliere: e non pensare, o Sancio, che sia questo un mio capriccio; ché, anzi, mi uniformo all’esempio di molti altri, poiché accadde la medesima cosa a Sacripante, per causa dell’elmo di Mambrino». «Deh, non si perda la signoria vostra in questa storia di giuramenti che fanno gran danno alla salute», replicò Sancio, «e recano molto pregiudizio alla coscienza; e poi ella mi dica: se dovessimo correre in cerca di un’avventura per molti giorni, senza che ella trovasse a chi togliere la celata, che cosa faremo allora? Vorrà ella servire al giuramento a dispetto di tanti inconvenienti e disagi, come sarà il dormire vestito e senza riparo, ed altre mille penitenze contenute nelle proteste di quello sciocco vecchio del marchese di Mantova, che ora la signoria vostra vorrebbe avvalorare? Rifletta, mio signor padrone, rifletta che queste strade non sono battute da uomini armati, ma soltanto da vetturali e da carrettieri, i quali non portano celate, anzi, non le hanno nemmeno sentite nominare in tutto il corso della loro vita». «In ciò t’inganni molto», disse don Chisciotte, «perché noi non andremo più di due ore per questi crocicchi di strade senza incontrarci in armenti più numerosi di quelli che andarono all’assedio di Albracca e alla conquista di Angelica la bella». «Sia pur così», disse Sancio, «piaccia a Dio che la cosa termini bene, e che giunga il tempo di guadagnare quest’isola che già mi costa così cara, e poi lì vorrò morire in pace!» «Te l’ho già detto, o Sancio, che non te ne devi incaricare, perché, quando mancasse un’isola, resta il regno di Danimarca o quello di Sopradissa, che ti calzeranno a proposito come un anello al dito, ed hai, inoltre, gran motivo di rallegrartene, essendo essi posti in terraferma; ma rimettiamo queste cose al loro tempo, e guarda se nelle tue bisacce hai di che rifocillarci entrambi, poi andremo in cerca di qualche castello in cui passare la notte e poter fare il balsamo di cui ti ho parlato; perché ti giuro in coscienza mia che mi sento gran dolore all’orecchio». «Ho qua una cipolla, un po’ di formaggio e qualche tozzo di pane», disse Sancio; «ma questi non sono cibi adattati a un cavaliere co sì valoroso com’è vossignoria». «T’inganni», rispose don Chisciotte, «sappi che per i cavalieri erranti è un onore non mangiar, foss’anche per un mese, e quando mangiano pigliano tutto ciò che vien loro offerto; della qual cosa tu saresti bene informato se avessi letto tante storie quante ne lessi io. Né mai vi ho trovato notizia che i cavalieri erranti mangiassero, se non per caso, e in alcuni sontuosi banchetti ai quali erano invitati: negli altri giorni se ne stavano digiuni; quantunque, però, non sia da credere che potessero passarsela senza mangiare e senza servire agli altri bisogni della vita, perché di fatto erano uomini come noi; ma è da tenersi per certo che, viaggiando nella maggior parte della loro vita per foreste e per deserti e senza cuoco, il loro cibo quotidiano fosse fatto di rustiche vivande, appunto come quelle che tu adesso mi offri; di maniera che non ti rincresca di ciò che a me aggrada, né tu debba pensare di cambiare l’ordine delle cose nel mondo, né di far uscire la cavalleria errante fuor del suo centro». «La signoria vostra mi perdoni», disse Sancio, «ché siccome io non so leggere, né scrivere, come l’altra volta le ho confessato, non ho cognizione delle pratiche della professione cavalleresca: da qui in avanti, farò provvista, nelle bisacce, d’ogni sorta di frutta secca, per vostra signoria che è cavaliere, e per me, che non lo sono, provvederò anche ad altre cose di volatili e, dunque, di maggior sostanza». «Non dico», replicò don Chisciotte, «che sia obbligo dei cavalieri erranti di non mangiare se non la frutta che tu vai nominando, ma voglio riferire che il loro più consueto nutrimento debba consistere in quelle, e in certe erbe da essi e da me ben conosciute, e che si trovano per le campagne». «In verità, è molto opportuna la cognizione di siffatte erbe, perché mi figuro che verrà qualche giorno in cui bisognerà approfittarne». Così dicendo, cavò dalle bisacce le cose già dette, e mangiarono ambedue in buona pace e compagnia. Desiderosi, poi , di cercare dove alloggiare quella notte, terminarono presto il loro povero ed asciutto desinare e, montati di nuovo a cavallo, si affrettarono di giungere a qualche paese prima che si facesse notte: ma, col tramontare del sole, mancò in loro la speranza di arrivare dove desideravano e, trovandosi prossimi ad una capanna di caprai, pensarono di passar la notte in quel posto. Quanto spiacque a Sancio, invece rallegrò il suo padrone: il poter dormire a cielo scoperto; parendogli che ogni volta che ciò gli avveniva, fosse, come a dire, un guadagnarsi una buona prova della sua cavalleria.
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