La diserzione: Guerra 1914-1918-2

2013 Words
– Sei un poeta? Sei un letterato? – gli ho domandato scherzosamente. – No, sono semplicemente un appassionato della poesia – mi ha risposto. Per me è un prodigio codesto operaio, donato a un rassegnato pessimismo; e più lo studio, più mi appare originale. Che si nasconde in quest'anima? In Calabria, specialmente nei paesi di montagna, s'incontrano tipi come questo, che nascondono sotto un aspetto primitivo uno spirito perfettamente cosciente, pur nella rassegnazione, di tutte le dolorose contraddizioni della società classista. 15 giugno 1915 Il caporale della mia squadra, il «caporalino» come scherzosamente lo chiamano i soldati, per la sua costituzione esile e malaticcia, mi circonda fin dal primo giorno di vita militare di ogni specie di cortesie; ed ogni giorno che passa mi diventa sempre più intimo e mi confida ogni moto del suo cuore. – Ho accettato i galloni di caporale – mi diceva stamane – perché ogni settimana posso racimolare due lire e inviarle a casa. La mia famiglia soffre la fame perché manca il lavoro. È poco, come vedi, ma è sempre qualcosa. Che strazi, che t*****e per me pensare che i miei fratellini debbano languire. Sarei capace di far tutto, di piegarmi a tutto pur di metterci un riparo. Credimi. Farò di tutto, mi curverò a tutto, anche se ciò mi dovesse costar la vita. Ho saputo di un corso di allievi ufficiali per meriti di guerra. Io vi farò parte. Rischio la vita (poiché da caporale resterei ancora qui per le istruzioni alle reclute) andando al fronte, ma se riesco a guadagnare gli spallini da ufficiale, sono sempre sessanta lire che potrò inviare mensilmente alla famiglia. Parlando fra noi, non amo né il militarismo né la guerra, ma comprendi, con sessanta lire al mese a casa sarà differente la condizione. Se muoio? Oh, se muoio non sarà poi tanto triste. Forse sarà meglio non assistere a tante sciagure. Se tu sapessi! Girai altrove il discorso, poiché il suo dire da uomo adulto e sofferente sulla bocca di un imberbe, mi aveva stretto il cuore, più che la tristezza della sua condizione. Né volli mai più dargli agio, innanzi a me, di ricordargli la sua famiglia. 16 giugno 1915 Il tenente della compagnia è della stessa città ove risiediamo, è di statura mediocre e di mediocre cervello. Faceva il cancelliere di Tribunale. Era una carrucola di quella macchina mostruosa che è la magistratura. E sapete mai che significa ciò? Significa essere complici della delinquenza che si orpella di diritto e uccide anima e corpo. Il violento può essere compreso e scusato e ammesso al consorzio umano; ma chi giudica, e a sangue freddo lo seppellisce vivo in una galera, non è un uomo. Non ha cuore. Ha mente soltanto. Mente rattrappita nell'esercizio del condannare. Se questo è un giudice, cos'è mai un servo del giudice, un cancelliere o usciere o poliziotto? È per questo che il Signor Tenente insulta i soldati poveri e ignoranti; egli, insuperbito dalle spalline, guadagnate chissà come, urla, schiaffeggia, imprigiona. È un'anima di schiavo, invelenita dalla consapevolezza di essere protetto dall'autorità. Mi sforzo di trovare in lui qualche cosa che me lo faccia apparire diverso. È il metodo d'approdo, per non odiare alcuno. Invano. La natura stessa lo ha bollato, dandogli un viso aspro, irregolare, senza il raggio di un sorriso. Se fossi stato presente gli avrei sputato in viso il mio disprezzo. Egli sa che un povero contadino, analfabeta, timido, servo per educazione, è sempre impacciato davanti ad un superiore. Se si confonde e diventa goffo, può provocare la pietà, mai l'ira e la violenza. Invece no. Il Signor Tenente che, dinanzi a questo povero contadino, a questa vittima della miseria, lo trascina alla caserma, col guinzaglio al collare, non ha saputo essere altro che servo di un magistrato, qual era. Lo ha ingiuriato, insultato, avvilito, scaraventandolo in prigione. E sapete perché? Perché non ha saputo rispondere ad una domanda. Così nelle caserme si calpestano i figli del popolo, in nome della patria e del re. 18 giugno 1915 È possibile mai che io sia soldato? È possibile che io sia diventato parte del mostruoso organismo militaresco? Qual è la funzione del soldato? Uccidere. Uccidere in tempo di pace i compatrioti che, oppressi dallo sfruttamento e dalla tirannide, chiedono pane e libertà. Uccidere in tempo di guerra i cosiddetti stranieri, che, come quelli, sono oppressi ed affamati, ma considerati nemici perché hanno la grave colpa di abitare al di là della frontiera. Uccidere è delitto: ecco cosa s'insegnava fino a ieri nella scuola, nella chiesa, nella famiglia. Chi non ama tutti gli uomini, si diceva, è un delinquente. A tal scopo si è fondato un codice penale che è spietato con gli omicidi, si sono costituite le carceri e innalzati i patiboli. Dovunque era una gara per addolcire l'animo e aprirlo all'amore universale. Ora invece mi s'insegna, con la teoria e con l'esercizio, che appena un altro uomo che chiamano «superiore» ordinerà di uccidere, io debbo uccidere senza pietà e senza ragione. Quando hanno mentito? Ieri o oggi? Oppure ieri e oggi? Non so bene. So questo semplicemente: che ieri ero un uomo e oggi sono vestito da assassino per divenire presto o tardi assassino. Più obbrobrioso dell'assassino, anzi, poiché questi uccide o per fame o per passione o per malattia, mentre io dovrò uccidere per automatismo o per paura di essere punito o per piacere d'esser premiato. Nel primo caso sarò una cosa inerte che può manovrarsi a volontà, una macchina a delinquere nelle mani dei tiranni; nel secondo caso sarò un vigliacco; nel terzo caso un criminale nato; in qualunque dei tre casi sarò sempre degno del disprezzo di tutti. Perché dunque debbo fare il soldato? Non è forse il soldato la stessa esteriorità della guerra? E colui che nega la guerra e ne aborre lo spirito e le conseguenze, non deve necessariamente porsi anche contro questa esteriorità? Egli deve essere l'opposto del soldato: dev'essere il disertore. Dev'essere l'Uomo, l'Uomo che dice: «Meglio essere ucciso che uccidere. Meglio disobbedire alla patria e obbedire all'Umanità. Meglio disobbedire alla schiavitù e alla guerra e obbedire alla libertà e alla pace. Meglio essere sacrilego e in difesa della vita che religioso e in difesa della morte». Perché mai ho dunque indossata la indegna divisa del servo e dell'assassino? 25 giugno 1915 Ho paura d'interrogare il mio io. Ho paura di me stesso. Paura, nausea, orrore, o forse tutto ciò insieme. Che mi succede? Sono un debole? O è una terribile legge di natura quella che ci piega all'ambiente, ci costringe a dimenticare la nostra personalità di ieri e ce la distrugge trasformandola in un'altra? Non sono capace di ribellarmi. Mi adatto forse alla vita militare? Ho voluto non sentirmi malato: ho voluto prender parte – per curiosità – agli esercizi militari. Ebbene, questo saltare e correre e girare e muoversi come una marionetta nelle mani di un caporale o di un ufficiale, questo lungo sudare sotto il sole, questo strisciare a terra su per le balze di un monte o per la discesa di una vallata, tutti questi esercizi mi hanno slargato i polmoni, mi hanno irrobustito il corpo ma mi hanno legato il pensiero. Quasi preso nel vortice di una ebbrezza strana, ora dimentico tutto e mi lascio sospingere a tutte le istruzioni militari e, nelle ore di riposo e di libera uscita alla spensieratezza, al disordine, al delirio della vita soldatesca. Non so perché, ma provo in questi giorni come un senso di gioia, come una indefinibile soddisfazione. La coscienza, profanata dalla viltà commessa col rispondere alla chiamata alle armi, doveva pur essere placata in un modo qualsiasi. Il suo lungo e sordo urlare mi faceva tanto male. Non mi restava che ribellarmi per placarla. L'attività fisica ora l'ha avvolta nel silenzio. Evidentemente lo stordimento del corpo, la ginnastica a suon di musica è un ottimo metodo per imbrigliare il pensiero della gioventù. Le tirannidi conoscono bene questo segreto. 28 giugno 1915 Anche la polizia. In ritardo ma sempre in tempo per colpire. Il mio delitto consiste in questo: ho pronunciato, nel periodo preparatorio alla guerra, dei discorsi contro l'intervento. Tra gli studenti dell'Università, ero quello che più si affannava contro la guerra, proprio all'opposto di chi si agitava in favore. Scontro dunque, di pensieri, d'idee, necessario per il trionfo della verità. La polizia adesso mi segnala quale pericoloso al Comando Militare; e questo si fa in quattro per perseguitarmi. Sono stato invitato all'ufficio della maggiorità. Il colonnello, un uomo alto, robusto, dai capelli grigi, appena sono entrato, mi ha investito con uno sguardo da inquisitore, dalla testa ai piedi, quasi avesse voluto misurare la sua forza con la mia. Poi ha dato uno sguardo agli altri ufficiali superiori lì presenti, e uno a terra, quasi per raccogliere i pensieri. – Dunque – mi ha detto – noi sappiamo chi sei. Sappiamo che per le tue idee... capisci? Per le tue utopie non hai voluto neppure, come potevi, iscriverti all'accademia militare, in qualità d'ufficiale. Tu sei intelligente. (Io intanto pensavo: costui è un volgare politicante, mi solletica l'amor proprio perché crede che io sia un imbecille e abbocchi all'amo). Perciò adesso fa il tuo dovere, dando un buon esempio agli altri, perché oggi i destini della patria poggiano anzitutto sulle persone intelligenti come te. Non lo lasciai continuare: questa ipocrisia mi fece montare al cervello un'ondata di sdegno e gli dissi a bruciapelo: – Signore, non ho bisogno di essere solleticato. Dica invece... Evidentemente egli, che non s'aspettava una simile interruzione, quasi colpito al viso, diventò di fiamma e facendo un passo avanti e sbattendo il tallone sul pavimento: – Mettiti sull'attenti, perdio! Chi ti ha insegnato l'educazione? Quando parla un tuo superiore devi stare zitto. «Zitto! Mettiti sull'attenti». E guardava ora me, con sguardo bieco, quasi volesse infondermi timore, ora gli ufficiali, i quali tentennavano il capo in atto di assentimento a ciò che aveva detto. Poi prendendo con violenza un fascicolo ch'era accanto a lui sul tavolo e sbattendolo più in là, con voce rotta da una malcelata rabbia, proseguì: – Insomma, bada bene: tu cammini sopra un taglio di rasoio. Vedi? da una parte è la galera, dall'altra la fucilazione. Siamo in tempo di guerra. Siamo... capisci? E siccome io lo guardavo senza nulla dire, preso da un senso profondo di commiserazione per lui, povero gallonato imbecille, mi domandò: – Hai nulla da rispondere? – Signore, – gli risposi – l'amore familiare mi ha costretto a cambiare d'abito: il cuore è rimasto lo stesso: questo è tutto. Non ebbi il tempo di terminare ch'egli intimò: – Bene, vai! Ma ricordati, che non sei più libero. Ora sei in una morsa, capito? Ora sei nella morsa, nella morsa! Scesi le scale, infilai la grande porta d'uscita, mi confusi tra la folla spensierata che passeggiava per il corso, stordito da tutto quello che avevo sentito e veduto. Camminavo, giravo a diritta e a manca senza alcun costrutto, senza darmene ragione. Mi ritirai in caserma; tentai di addormentarmi. Invano: tutta la notte, nei timpani, nel cuore, nella mente rimbombava ancora quella voce: – Sei NELLA MORSA! NELLA MORSA! 3 luglio 1915 La persecuzione del Comando m'incalza. E non me ne lamento, perché tra nemici non dev'essere pace né tregua, ma guerra, guerra, guerra. Quella specie di stordimento vile che mi stringeva fino a ieri il cuore mettendomi in antitesi col pensiero, l'ho strozzato senza pietà. Ridivengo com'ero: una molecola – ex lege – e da per tutto e a tutti dico la parola della verità e della rivolta. Ai miei compagni soldati in special modo. Essi mi ascoltano e l'odio alla guerra, già latente nei cuori, serpeggia e scintilla. Le autorità lo intuiscono, lo prevedono, lo sanno; e colpiscono. Sono preparato a tutto. Mi sento forte, forte. In me lampeggia la fede nella redenzione degli uomini, vibra un pensiero che al di sopra di tutte le frontiere parla ai popoli la parola di fraternità e li aspetta con le armi al piede. 7 luglio 1915 Ritornato in caserma. I soldati della compagnia mi comprendono e ci vogliamo bene. Io ne godo perché è immenso godimento l'amare e l'essere amati. Se non sentissi attorno a me cuori che mi comprendono e mi circondano di affetto, sarei profondamente infelice. Li amo tutti questi soldati. Sono tutti figli del popolo, operai e contadini; come me sono passati sotto la raffica della miseria. Li amo tanto e penso con raccapriccio che domani dovranno cadere vittime inutili su un campo di battaglia, mentre gli altri, i figli dei corruttori, questi cenci umani gonfi di vanità e d'ozio, ingrasseranno nelle retrovie.
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