L'inferno è più Vicino di Quanto Pensi

1930 Words
Prospettiva di Jordan Mi svegliai intontita, prima che suonasse la sveglia e la spensi subito, in modo che il rumore non disturbasse Sarah o mio padre Maxwell. Sbadigliai mentre mi stiracchiavo, sentendo i nodi alla schiena causati dalle molle del materasso logoro che mi si erano conficcate addosso, lasciandomi i segni. L’unica coperta che avevo la piegai con cura e la sistemai sul materasso appoggiato a terra, prima di dirigermi verso il bagno squallido che faceva parte del seminterrato dove dormivo. Non avevo tempo da perdere a fantasticare sotto la doccia e fui veloce, l'acqua era gelida. Odiavo le docce fredde con tutto il cuore, ma mio padre mi aveva tolto l'acqua calda qui sotto come parte delle mie continue punizioni. Mi lavai i denti e uscii dalla doccia, chiusi l'acqua e mi avvolsi in un asciugamano. Mi stava a malapena intorno al corpo, a causa delle mie dimensioni. Rabbrividii e tornai in camera mia, se così si poteva chiamare, e presi velocemente i miei soliti vestiti. Jeans, una maglia sportiva e una felpa oversize con cappuccio. Sapevo che non importava, che i ragazzi a scuola mi avrebbero comunque presa in giro, ma non mi sentivo a mio agio con abiti attillati e preferivo nascondere il mio corpo ogni volta che potevo. Mi vestii e poi salii le scale, dirigendomi in cucina. Mi mossi in fretta per preparare la colazione e mio padre entrò con un’espressione feroce sul volto. In quanto Gamma si alzava presto per allenarsi ed era mia responsabilità assicurarmi che la colazione fosse pronta ogni mattina. Annusò l’aria, il profumo del bacon che si diffondeva verso di lui, e si rilassò leggermente, sedendosi al tavolo con un grugnito. "Buongiorno, padre," dissi con voce sommessa, salutandolo educatamente. Lui a malapena mi prestò attenzione mentre fissava il tavolo. Riempii in fretta il suo piatto con bacon, uova, frittelle di patate e toast, portandoglielo. Gli preparai anche una tazza di caffè e la feci scivolare davanti a lui. Cominciò a mangiare, velocemente e in silenzio, mentre preparavo un altro piatto con frutta fresca e toast. Sarah non mangiava il bacon e le altre cose deliziose che avevo preparato perché le considerava troppo grasse per la sua figura. Sentii l’acquolina in bocca e lo stomaco brontolare mentre il cibo avanzato rimaneva lì davanti a me. Sarah entrò con un sorrisetto stampato sul volto. Il suo viso era perfettamente truccato come al solito, e indossava abiti alla moda, trendy. La sua gonna era corta e la t-shirt era corta sull’addome, lasciando scoperto il suo stomaco tonico. Era difficile non sentirsi grande come un elefante in confronto a lei e, a giudicare dal sorriso sul suo volto, sapeva esattamente che effetto stava avendo su di me. Alzò un sopracciglio e si sedette al tavolo, proprio mentre nostro padre finiva di masticare l’ultimo boccone del suo cibo. "Sbrigati" mi ringhiò contro con impazienza, agitando la mano e guardandomi infastidita "Devo andare a scuola, sai. Le mie amiche mi stanno aspettando" aggiunse con un ghigno "a differenza tua che non hai nessuno a scuola. Patetica" disse scuotendo la testa. Mio padre rimase in silenzio. Si alzò dal tavolo, spingendo indietro la sedia. Era vestito in modo casual per l’allenamento e afferrò la giacca. Fuori faceva freddo, si vedeva la nebbia dalla finestra e la rugiada sulle foglie degli alberi se si guardava abbastanza attentamente. Guardando Sarah, non avevo la minima idea di come non stesse morendo di freddo. "Tornerò a casa alla solita ora" grugnì mio padre, prima di chinarsi a baciare Sarah sulla fronte. Un gesto così semplice, ma che non mancava mai di farmi venire le lacrime agli occhi. Lei chiuse gli occhi e appoggiò la testa contro di lui in un gesto di affetto. Dio, faceva male. Faceva così male che il petto mi sembrava andare a fuoco. Perché non poteva guardare me in quel modo? Anche solo una volta, avrei voluto che mi baciasse come baciava lei. Come un genitore amorevole. Era solo un altro, ennesimo promemoria di quanto mi odiasse. Distolsi lo sguardo, mentre si raddrizzava e si dirigeva verso la porta d’ingresso. Non mostrare quanto ti faccia male Jordan, pensai tra me e me mentre Sarah mi guardava con aria consapevole, non lasciarle vedere quanto ti colpisce. Lo userebbe solo per farti piangere. Mi concentrai sul respiro, osservando Sarah che mangiava con delicatezza il suo yogurt, assaporando ogni boccone davanti a me, gli occhi che brillavano di malizia. Conoscevo bene quello sguardo. Significava che stava tramando qualcosa. Stavo in un angolo della cucina, desiderando che si sbrigasse ad andarsene. Forse allora avrei potuto mangiare. Il mio stomaco emise un altro forte brontolio. Risuonò nella cucina e le mie guance si infiammarono per l’imbarazzo. Sarah doveva averlo sentito. Se lo fece, non ne diede alcun segno, continuando a masticare la sua frutta e il toast mentre io salivavo. Non mi era permesso mangiare finché ogni membro della mia famiglia, cioè Sarah e mio padre, non avesse mangiato per primo. Mi era stato inculcato. Così, mentre mi sentivo diventare impaziente, mi costrinsi a non inspirare il profumo del cibo. Finalmente, quando pensai che non ce l’avrei fatta più, Sarah finì e si pulì le labbra con il dorso della mano. Lasciò cadere il cucchiaio nel piatto e si alzò, lasciando i piatti sporchi a me da lavare. Fece una piccola risata quando vide il cibo ancora lì, inclinando la testa. "Fammi indovinare, hai fame" disse con dolcezza "Ho sentito il tuo stomaco brontolare prima, giusto per farti sapere. Sei proprio un maiale. Non hai mangiato ieri sera?" Commentò. "Direi che per te è più che sufficiente. Non ti serve altro cibo, quello che ti serve è fare esercizio e metterti a dieta. È imbarazzante avere una sorella che ha il tuo aspetto." Ogni parola era come un pugnale al cuore. Feci una smorfia e mi morsi il labbro, sperando che finisse il suo sproloquio. Si sporse in avanti, i suoi occhi scuri che mi esaminavano dall’alto in basso. "Non sarai mai bella come me e non troverai mai un compagno. Quale compagno dovrebbe volere una che ha il tuo aspetto?" Aggiunse, gettandosi i capelli dietro la spalla. Non piangere, non piangere, mi ripetei, anche mentre il mio corpo cominciava a tremare. Aveva appena messo a nudo la mia paura più grande. I mutaforma hanno un legame sacro che esiste solo con il proprio compagno. Sono ferocemente protettivi nei loro confronti e si amano dal preciso istante in cui posano gli occhi l’uno sull’altra. Ma possono anche scegliere di rifiutare il proprio compagno. Il dolore che ne deriva è straziante quando il legame si spezza, e alcuni mutaforma non si riprendono mai davvero dal dolore di essere stati rifiutati dalla propria metà. O diventano rinnegati o impazziscono, i loro lupi perdono la ragione e i membri del branco sono costretti ad abbatterli. Volevo con ogni fibra del mio essere evitare di diventare una di loro. E se mi capitasse a me? Sentivo il panico crescere dentro di me mentre Sarah mi rivolgeva un sorriso contorto. Ero più grande rispetto agli altri mutaforma, che sembravano tutti supermodelli. E se il mio compagno mi avesse guardata una sola volta decidendo, in quell’istante, che non ero abbastanza? Avevo sognato un compagno che arrivasse e mi facesse perdere la testa, ma dentro di me c’era sempre quel terrore al pensiero che il Principe Azzurro potesse rivelarsi un cattivo sotto mentite spoglie. L’idea di essere non amata e non voluta dal mio compagno era sufficiente a distruggermi. Impallidii e Sarah affondò il coltello ancora più a fondo. "Nessuno si preoccupa per te, giusto perché tu lo sappia. Anche se dovessi trovare un compagno a diciotto anni, ti garantisco che non vorrà mai più posare gli occhi su di te. Perché non ci fai un favore e ti uccidi? Almeno così non dovrai soffrire l’umiliazione di un rifiuto pubblico." Respira Jordan, respira. Inspira, espira, inspira, espira. I miei pugni si sono stretti. La mia pazienza stava cedendo. Stavo a malapena tenendo tutto insieme. “Non lo sai” sussurai “il mio compagno mi amerà comunque” le dissi e lei scosse la testa ridendo. "Credi quello che vuoi", disse scrollando le spalle. "Dico solo le cose come stanno. Meglio non farsi illusioni", disse con cattiveria. "Il tuo compagno sarà comunque un umile omega. Non sarebbe divertente? Un omega che rifiuta un altro omega." "Sì, e scommetto che il tuo compagno ti rifiuterà quando scoprirà che stronza malvagia sei", sibilai, tremando per l'indignazione. La sua bocca si spalancò. Provai un breve momento di soddisfazione. Ero riuscita a scioccarla. Non ebbi tempo di gioire. La sua mano si allungò e mi afferrò per la gola, stringendo forte, bloccandomi il flusso d'aria ai polmoni. Le afferrai le mani. Lei mi guardò con gli occhi socchiusi mentre scalciavo e mi agitavo, diventando bluastra. Il suo lupo era vicino alla superficie e le stava dando la forza di sopraffarmi. Sentivo la vista annebbiarsi. "Ascolta, troia. Il mio compagno diventerà un potente Alfa e io sarò la Luna del branco. Farò sì che Grant mi scelga, e non c'è niente che tu possa fare al riguardo", ringhiò. Non riuscivo a respirare. Le grattai le braccia. Mi sovrastava e con una forza sorprendente, forse non così sorprendente considerando che era una mutaforma, mi scaraventò contro gli armadi. Il mio corpo li colpì con un tonfo, prima di scivolare a terra stordito. Sentivo un inizio di nodo alla nuca. "Non provare mai a rispondermi male", disse con tono velenoso, "sei solo una serva e così inferiore a me che è ridicolo. È un peccato che papà non ti abbia ancora ucciso." La guardai con gli occhi annebbiati mentre si dirigeva verso il cibo avanzato. Stavo inspirando disperatamente, ma il mio cuore perse un battito quando la vidi afferrarlo. "Non farlo", ansimai, praticamente implorandola, e lei ridacchiò. "Dovresti ringraziarmi, pezzo di merda grasso" ringhiò e poi, mentre la guardavo, con gli occhi che cominciavano a mettere a fuoco, rovesciò senza tante cerimonie il cibo nel bidone proprio davanti a me. Ci sputò sopra per sicurezza. Era ripugnante. Il bidone puzzava ed era pronto per essere svuotato quel giorno, quindi recuperarlo non era un'opzione. Perché doveva essere così odiosa? La mia spalla si incurvò. Quello sarebbe stato il mio unico cibo per la giornata fino a dopo la scuola. Avrei dovuto soffrire la fame per tutto il giorno. Sarah sbatté il piatto vuoto sul tavolo, quasi rompendolo. Trasalii e la guardai uscire dalla cucina senza dire una parola, il rumore della porta d'ingresso che si apriva e si chiudeva mentre andava a scuola. Sentii la sua macchina che si allontanava. Ero completamente sola in casa. Mi alzai barcollando. Dovevo lavare i piatti e andare a scuola. A differenza di Sarah, dovevo andare a piedi ed era una bella distanza. Il tempo non era dalla mia parte, notai con ansia. Ma mentre lavavo i piatti, le lacrime mi rigavano le guance anche se cercavo freneticamente di sbattere le palpebre per asciugarle. Mi accontentai di sognare a occhi aperti un bel principe che si innamorava perdutamente di me, offrendomi la sua mano. Ma le favole sono solo questo, favole, pensai tristemente e la realtà era molto, molto più dura da affrontare. Sbattei le palpebre per scacciare le lacrime, finii, presi lo zaino e uscii di casa, iniziando il lungo, faticoso tragitto verso la scuola. Forse Sarah aveva ragione, pensai sconsolata, forse avrei dovuto davvero porre fine alla mia vita. Ma una piccola parte di me non rinunciava all'idea di andarmene finalmente e trovare il mio zaino da chiamare casa.
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