Aleppo, 28 luglio 2014La polvere, causata dal crollo parziale della scala e di una parte consistente del muro esterno, era entrata come una gigantesca onda dalle porte antipanico, rimaste aperte per far fronte al caldo torrido di quei giorni.
La deflagrazione degli ordigni aveva frantumato i vetri delle finestre delle due grandi sale del piano terra, spargendo pezzi di vetro come coriandoli per metri, portando il panico fra i pazienti.
Le madri che assistevano i figli, istintivamente li avevano coperti con i loro corpi, i più giovani si erano precipitati sotto i letti per proteggersi, mentre alcuni pazienti erano arrivati addirittura a togliersi da soli l’ago della flebo, pur di rifugiarsi da qualche parte.
I più anziani, terrorizzati, urlavano e si agitavano fra le lenzuola, impregnate dal sudore.
Poi la nube di polvere era arrivata a coprire tutto, persino le grida.
Al primo scoppio, Avanisch si era trovato vicino al muro di una delle pareti interne, impaurito si era inginocchiato e aveva portato le mani sopra la testa, ora teneva gli occhi chiusi, il respiro ansioso.
Li riaprì soltanto dopo la seconda esplosione.
Tutto era durato pochi minuti.
Ora la polvere fluttuava densa nell’aria e una coltre grigia si apprestava ad avvolgere persone e letti.
Alcuni pazienti tossirono, rompendo quel silenzio innaturale piombato dopo il secondo scoppio: ad alcuni, più vicini alla porta d’entrata, si era riempita di polvere anche la bocca.
Il giovane medico indiano fu uno dei primi a riprendersi, sentiva ancora un fischio fortissimo nelle orecchie, mentre cercava di mettere a fuoco le ombre nella polvere per incamminarsi a tentoni verso il reparto, in soccorso dei suoi malati.
Cinque minuti prima, nella piccola sala operatoria dove, in quel momento, c’era un unico paziente, il chirurgo più anziano era seduto sullo sgabello, con accanto a sé un giovane infermiere siriano. L’anestesia locale sul polpaccio destro era stata iniettata da pochi secondi, quando arrivò il primo scoppio.
L’anziano medico, di nome Arthur Ruben, era là, con il bisturi a mezz’aria, in attesa di incidere il polpaccio.
Nel momento dell’esplosione, l’infermiere siriano aveva portato istintivamente le braccia sopra il corpo del paziente, per proteggerlo e nello stesso tempo tenerlo fermo sul materassino della barella chirurgica; al secondo scoppio appoggiò la propria testa sul suo petto, prendendosela fra le mani, per proteggere per quel che avrebbe potuto anche se stesso.
Arthur fu così colto di sorpresa che già allo scoppio del primo ordigno scivolò dallo sgabello, cadendo col sedere rovinosamente a terra, mentre il bisturi gli scivolava dalle dita, volando in aria per poi cadere sulla gamba sinistra del paziente, per fortuna senza conseguenze. Quando arrivò la seconda bomba, paziente e medici si ritrovarono in pochi secondi rannicchiati sotto il letto operatorio.
Ci volle un buon quarto d’ora, prima che la polvere si depositasse completamente.
In quel lasso di tempo, i tre medici e i cinque infermieri dell’ospedale provvisorio di Aleppo ebbero un bel da fare per rassicurare i loro malati e farli coricare di nuovo sui propri letti.
Per fortuna l’impianto elettrico era dotato di un piccolo generatore, il quale aveva subito iniziato a funzionare. Più tardi ci si accertò che pure la cisterna d’acqua sul tetto, che forniva l’acqua al piccolo ospedale, era intatta.
Solo due giovani pazienti necessitavano di cure immediate, si erano feriti strappandosi gli aghi dai polsi, mentre impauriti cercavano protezione.
Furono i primi ad essere assistiti.
Avanisch stava rassicurando una donna anziana, quando avvertì la sirena dei pompieri avvicinarsi velocemente all’ospedale dell’Associazione dei Medici Volontari.
Oltre i vetri rotti delle finestre, vide il camion rosso parcheggiare a ridosso del muro. Ne scesero tre uomini, li osservò indossare velocemente guanti e casco di protezione.
Poi dalla porta spalancata sul vano scala, li vide entrare con cautela in quella parte dell’ospedale che era stata maggiormente colpita dalle due bombe aeree.
Il primo dei pompieri la vide subito, nonostante, vi fosse ancora molta polvere nell’aria, la ragazza era coperta da calcinacci e vetri.
Seduta sul pavimento, con la schiena appoggiata a quel che restava del muro di sostegno della scala che saliva al piano superiore, aveva gli occhi chiusi e le braccia inermi distese lungo il corpo, con i palmi delle mani rivolte verso l’alto.
Era come se negli ultimi istanti si fosse rassegnata alla morte: – Eccomi, sono qua, sono pronta, venitemi pure a prendere.
Questo sembrava suggerire ai loro occhi la postura di quel corpo.
Il secondo pompiere, prima di avanzare in direzione della ragazza guardò in alto, vide che una parte del tetto non c’era più, mancava pure tutta la parte alta della parete a sud, che dava sulla strada.
Il terzo soccorritore si fermò per un attimo ad osservare il cielo limpido oltre il foro, di un azzurro intenso.
Intanto sulla strada delle donne gridavano.
I tre soccorritori, in piedi, disposti a semicerchio, fissavano i capelli biondi della ragazza coperti dalla polvere e solo dopo alcuni lunghi secondi iniziarono a togliere macerie e vetri da sopra e intorno al corpo.
Da quel che rimaneva del grembiule stracciato, spuntavano le sue lunghe gambe raccolte e i piedi nudi, coperti anch’essi di polvere e detriti.
I tre uomini non riuscivano a distogliere gli occhi da quel corpo, ma poi le urla e i pianti che provenivano dalla strada li scossero.
Due di loro si chinarono, il primo passò le sue braccia sotto le gambe della ragazza, l’altro con delicatezza la prese da sotto le ascelle ed uscirono in strada con il corpo della ragazza, le braccia di lei a penzoloni nel vuoto.
Che la giovane fosse già priva di vita per i due vigili che la trasportavano era evidente. Attraversarono la strada, spostandosi leggermente a destra, e l’appoggiarono a terra con delicatezza, vicino al marciapiede, dove già altri quattro cadaveri erano stati posizionati.
Il muro infatti, crollando esternamente verso la strada, aveva centrato in pieno un piccolo mercato improvvisato, proprio lì a ridosso dell’ospedale. Almeno quattro persone erano state travolte da grossi pezzi di cemento e schiacciate dai pesanti blocchi: non avevano avuto scampo ed erano decedute in pochi minuti.
Le persone presenti in strada erano subito intervenute, estraendo come potevano a mani nude i corpi da sotto le macerie posandoli poi sul marciapiede dall’altro lato della strada per sottrarli a potenziali nuovi crolli del muro.
Quando un medico e due infermieri, richiamati dalle urla dei passanti, uscirono dall’ospedale per controllare i quattro corpi, non poterono purtroppo che costatarne il decesso, chi per schiacciamento toracico, chi per trauma cranico.
Nel frattempo, Il giovane medico indiano che aveva visto uscire i pompieri in strada con il corpo della ragazza, lasciò immediatamente i suoi pazienti per precipitarsi correndo lungo il corridoio e attraversare la strada polverosa.
Si chinò subito sul corpo di Alessandra, accanto agli altri corpi sul marciapiede. Avanisch ebbe la terribile conferma.
Si trattava, proprio come aveva temuto, della sua giovane amica e collega italiana.
Mentre ordinava ai due infermieri usciti precipitosamente in strada dopo di lui, di rientrare veloci in ambulatorio e di recuperare una barella, il giovane medico le slacciò il primo bottone del grembiule e le appoggiò sul petto lo stetoscopio, per sentire il battito cardiaco.
Per ora, era solo Il cuore di Avanisch che batteva a mille, emozionato e con gli occhi lucidi non riusciva a concentrarsi sui battiti della sua paziente.
La bellezza della giovane italiana lo aveva colpito fin dal suo arrivo.
Rammentava la prima volta che l’aveva incontrata, si era chinato davanti a lei, con le mani giunte, turbato, dalle sue labbra non era uscita neppure una parola di saluto, era rimasto praticamente bloccato dall’azzurro dei suoi occhi.
Alessandra allora aveva sorriso al suo imbarazzo, gli aveva allungato la mano, guardandolo dritto negli occhi, ma lui, incapace di pronunciare qualsiasi parola e di allungare la mano per ricambiare il saluto, si era chinato di nuovo di fronte a lei con le mani a mo’ di preghiera, lasciando Alessandra sorpresa ed incredula.
Solo alcuni giorni dopo, incontrandosi di nuovo, i due erano riusciti a scambiarsi qualche parola in lingua inglese.
Qualche giorno prima del bombardamento, Avanisch aveva finalmente vinto se non proprio del tutto la sua timidezza nei suoi confronti e le aveva regalato un velo azzurro, perché coprisse i suoi lunghi capelli biondi: una precauzione, le disse, almeno per quando usciva nelle strade vicine e pericolose di Aleppo.
Avanisch prese un lembo del suo grembiule, le pulì il viso e i capelli, le riallacciò tutti i bottoni, poi impaziente si alzò, per andare incontro ai due infermieri che ancora non vedeva arrivare con la barella di soccorso.
Fu proprio in quel momento che Nizar Quabbani arrivò con la moto, dalla quale scese subito per iniziare a scattare le prime foto ai corpi allineati lungo il marciapiede, compreso quello della giovane infermiera, su cui si soffermò a scattare più foto.
Quando poi, dopo meno di cinque minuti, il corpo della giovane, disteso sulla barella, entrò nella piccola sala operatoria dell’ospedale, spinto dal trafelato medico indiano, il chirurgo anziano e il giovane infermiere siriano erano già in allerta.
Arthur si accertò che Il polso della giovane battesse ancora, le aprirono la bocca, posizionandole meglio la lingua e le applicarono immediatamente la maschera dell’ossigeno.
La medaglietta d’oro con segno zodiacale che portava al collo la salvò; sul lato posteriore era inciso il suo gruppo sanguigno A Rh+, fortunatamente uno dei più diffusi, ed i medici poterono iniziare subito la trasfusione. La ragazza aveva perso molto sangue, lo si deduceva dalle numerose ferite riportate, causate principalmente dai pezzi di vetro delle vetrate andate in frantumi.
In coma per il violento colpo ricevuto alla nuca, Alessandra iniziò a respirare regolarmente dopo diversi minuti.
La mattina successiva le foto di Nizar Quabbani che ritraevano i corpi sul marciapiede comparvero in tutti i quotidiani siriani, nei quali veniva riportato che due ordigni avevano colpito l’ala di un edificio posto a sud di Aleppo, danneggiando in maniera pesante il presidio ospedaliero dell’associazione dei Medici Volontari.
Cinque le vittime accertate, riferivano, fra le quali una giovane volontaria italiana, iscritta all’associazione di medici internazionale.
La foto del bel viso della ragazza campeggiava poi nella seconda pagina. L’articolo non spiegava perché e chi avesse voluto deliberatamente colpire un presidio ospedaliero.
Nel pomeriggio la notizia del bombardamento venne rilanciata anche dai media europei, con il risultato che il giorno successivo tutti i giornali italiani avevano la foto della volontaria italiana in prima pagina.