II

2332 Words
II Il piccolo Roberto era nato con un viso occidentale sul quale il sangue paterno aveva messo una specie di ombra asiatica. La sua carnagione aveva il colorito scuro ed opaco che è caratteristico dei giapponesi. Gli occhi color nocciuola erano chiari e belli come quelli della madre, ma lievemente allungati dall’influenza asiatica. Anche i pomelli tradivano la razza. L’insieme formava un visetto attraente ed un po’ esotico che già preannunziava nel bambino il bel tipo d’uomo che ne sarebbe uscito. Certi suoi curiosi gesti e certe sue bizzarre tendenze, come quella di voler giocare sempre in terra e l’altra di stare intere mezz’ore accoccolato sui ginocchi con le gambe incrociate, denunziavano il padre giapponese; ma Bianca, che s’era consacrata interamente al figlio, si preoccupava di correggere continuamente quelle piccole manie e di farne un ragazzo eguale a tutti gli altri ragazzi di Francia. Esasperata contro l’uomo che aveva distrutto la sua esistenza, sopratutto contro il Paese che le aveva riassorbito il marito e l’aveva brutalmente respinta dal suo seno, l’ex-contessa Namura aveva bandito dalla sua casa qualsiasi oggetto che comunque potesse parlare del Giappone al figlio. Non gli nominava mai il lontano Paese dal quale veniva e non gli parlava mai del padre. Quando arrivò il momento di mandare il ragazzo a scuola, Bianca aveva lasciato Pau per timore che qualcuno potesse raccontare a Roberto la sua storia e si era trasferita a Bordeaux, dove nessuno la conosceva e dove viveva ritirata come vedova austera, dedicandosi anima e corpo all’educazione del figlio che idolatrava e che allevava in una atmosfera patriottica, perché ne venisse fuori un francese al cento per cento. Roberto era sveglio ed intelligente. Fisicamente come intellettualmente aveva preso piú della madre che del padre. Viceversa, il suo temperamento docile, un po’ contemplativo, lento a commuoversi, tendenzialmente incline a forme artistiche di carattere raffinato, soggetto a volte a scatti brutali di primitivo ed altre volte invece a tortuose sinuosità di orientale, tradiva in lui vari aspetti tipici del carattere giapponese sui quali agiva, vigile e premurosa, l’azione correttiva dell’educazione materna. A sedici anni Roberto rivelò una forte inclinazione per la vita militare e la madre favorí quella sua tendenza pensando che la carriera delle armi avrebbe rafforzato sempre piú lo spirito francese del figlio. A ventun anni Roberto usciva da Saint-Cyr col grado di sottotenente di cavalleria. Era un bel giovane fine ed elegante che piaceva alle donne. Quel suo strano viso ombreggiato d’una leggerissima patina asiatica, ne faceva un tipo non comune per il quale parecchie femmine di Francia persero la testa. Lui coglieva le buone fortune che gli capitavano senza approfondirle. Nei suoi rapporti con le donne era esteriormente di una delicatezza di modi quasi effeminata ma, in fondo, non dava loro importanza e le considerava semplici pupattole con le quali ci si diverte e nulla piú. La madre avrebbe voluto sposarlo presto e si dava da fare per metterlo a contatto con belle ragazze da marito adatte per lui, ma Roberto sfarfallava dall’una all’altra senza decidersi a nessuna scelta. Il suo cuore restava freddo. Aveva l’impressione che a tutte quelle ragazze mancasse qualche cosa. Una volta, parlando con la madre aveva detto che mancavano di femminilità. La frase aveva colpito rudemente Bianca che ricordava un giudizio eguale del conte Namura sulle donne d’Europa. Renée d’Estournelle, una radiosa ragazza del Poitu intorno alla cui esuberante bellezza bionda volteggiavano innumerevoli aspiranti e che s’era invaghita fortemente di Roberto, non riuscì a scuotere la sua altera indifferenza nonostante che le due madri, entusiaste di quell’unione, facessero di tutto per attizzare la sacra fiamma. Roberto non sentiva nessuna attrazione sentimentale per tutte quelle belle figure femminili, che gli si muovevano intorno. Viceversa, subiva con facilità il fascino piccante delle femmine di colore che di quando in quando si esibivano come danzatrici o come cantanti nei cabarets delle varie città di guarnigione nelle quali portava in giro, insieme al suo reggimento, la sua bella testa di uomo simpatico e taciturno. Parco e frugale, non beveva e non giocava. Schermitore eccezionale, buon cavaliere, amante della musica e delle cose d’arte, un po’ pittore, ottimo ufficiale, lievemente misantropo, era ben visto dai suoi superiori che ne lodavano lo spirito di disciplina e l’alto senso del dovere. La sua carriera si svolgeva rapida e brillante. A vent’anni la madre lo aveva vagamente informato delle sue origini e Roberto vi aveva scherzato su trovando curiosissimo d’essere figlio di un giapponese. — In tutti i casi – aveva detto alla madre – mi sento ben francese, ben europeo e ben bianco. La mia unica ambizione è di servire la Francia con lealtà e con amore. Amo il mio Paese come un figlio può amare sua madre. E tu sai quanto ti voglio bene! Bianca, raggiante, l’aveva stretto lungamente fra le braccia per nascondergli le lagrime di dolcezza e di gioia che le provocavano quelle sue parole. Aveva vinto! Se l’Asia le aveva strappato il marito, lei aveva saputo tenersi il figlio. In fondo lo aveva un po’ rubato al Giappone, ma nel suo cuore di donna non se ne rendeva minimamente conto. Aveva agito per legittima difesa come madre, come francese, come bianca, difendendo nella nazionalità del figlio il suo unico tesoro, la sola cosa che l’Asia le avesse lasciato nel grembo dopo averle preso la verginità, l’amore, la giovinezza, il sorriso, tutti i sogni, tutte le illusioni, tutte le speranze della vita. Era la legge del taglione! Era, sopratutto, il suo buon diritto di madre! Di guarnigione in guarnigione seguiva il figlio con amore cauto ed attento, cercando di essergli vicina il piú possibile senza dargli troppa noia. Tra madre e figlio esisteva un affetto profondo, al tepore del quale Bianca si avviava quetamente verso la vecchiezza e Roberto s’inoltrava calmo e forte nella vita, appassionandosi ai suoi studi militari e alla sua carriera; francese al cento per cento; occidentale fiero ed orgoglioso della sua civiltà al di fuori della quale non esisteva per lui nulla di grande al mondo. L’ordine al suo reggimento di partire per il Madagascar accese una fiammata di entusiasmo nel cuore del giovane tenente e mise una piccola ombra sulla fronte della madre. Quel lontano nome di Africa non piaceva alla madre che istintivamente preferiva per il figlio la buona terra di Francia. Il reggimento partí il mese dopo. L’anno successivo alcuni torbidi scoppiati in Indocina trasferirono il reggimento nel Tonchino. Bianca ebbe una stretta al cuore quando una lettera gioiosa del figlio le annunziò quella partenza. Roberto era felice di andare dove si combatteva per la Francia e dove le sue qualità di ufficiale avrebbero avuto maggiore campo di valorizzarsi che nella sonnolenta vita coloniale del Madagascar. Per Bianca invece l’Indocina era l’Asia! Pel suo cuore piagato di donna e pel suo cuore tremante di madre l’Asia era la Grande Nemica! Era il continente torbido, viscido, tentacolare! Era la terra stregata nella quale gli uomini nascono col sangue fatturato, portando nelle vene una specie di droga che li fa perpetuamente schiavi delle loro risaie e delle loro foreste. La parola «Asia» evocava sempre nello spirito di Bianca de Tierry l’immagine di quelle grandi meduse incolori e pressoché inconsistenti che aveva visto galleggiare a migliaia e migliaia nei mari della Cina e del Giappone. Paiono masse inerti e senza vita, informi agglomerati di materia viscida e di ventose, cascami della specie, putredini del mondo... Ma ad osservarle da vicino si scopre invece che sono tutte palpito e vita e forza assorbente; tremendamente ingorde; perpetuamente occupate ad aspirare attraverso ogni loro poro altre vite ed a succhiarle inesorabilmente per distruggerle nel loro microscopico battito perenne. Bianca sentiva che con quel suo accostarsi all’Asia il figlio entrava in una zona per lui intossicata, ma le lettere di Roberto erano cosí piene di giovinezza esuberante, di vigore fisico, di forza spirituale, di idee occidentali, di sentimenti occidentali, di riflessi occidentali che a poco a poco le preoccupazioni della madre andarono quetandosi. Quella sera, nella tranquillità della sua piccola casa di Bordeaux, dinanzi al grande porto pulsante di traffici atlantici, nella fresca atmosfera autunnale attraversata dagli urli sonanti delle sirene dei vapori in partenza ed in arrivo, la madre scorreva sorridendo l’ultima lettera del figlio arrivata il mattino da Hanòi, leggendone e rileggendone con diletto i passaggi piú pittoreschi nei quali Roberto raccontava scherzosamente alla madre le sue prime impressioni d’Asia. Era la lettera tipica di un ufficiale francese al quale quel mondo giallo appariva sopratutto marcio, vecchissimo e ridicolo. Il figlio ne parlava come uno spettatore può parlare di una operetta buffa, aggraziata da una messa in scena pittoresca. Tutte le frasi e le parole di Roberto tradivano il disprezzo del suo temperamento europeo per quella umanità subdola, viscida, effeminata in mezzo alla quale egli portava orgogliosamente in giro la sua uniforme militare di padrone e la sua sciabola di combattente. «A star qui» diceva la lettera «si sente che noi europei apparteniamo ad una razza superiore e ci si rende conto che le colonie sono la logica conseguenza dell’assoluta superiorità dei bianchi. Mi hanno dato per attendente un piccolo annamita che abbassa istintivamente gli occhi ogni volta che lo guardo! Abituato ai nostri attendenti di Francia, non riesco a convincermi che questo cosino fragile, umile e saltellante sia un uomo come me e finisco per considerarlo un essere intermedio fra l’uomo e la scimmia. Dicono che i cinesi siano assai meglio, ma quelli che ho visto finora a Singapore e a Sciolòn nei loro inverosimili formicai, mi hanno fatto pensare piú che altro ad una moltitudine di topi umani. Del resto, leggerai sui giornali di Francia le avventure tragico-burlesche della guerra civile cinese. Marescialli e generali si giuocano le province al mah-jong e le piú grandi battaglie le fanno al tavolino comperandosi a suon di dollari i Reggimenti e le Divisioni. Pare che qualcuno di questi mercanti di Brigate stia ora operando nel Yunàm che confina col nostro Tonchino ed è probabile che uno o due Battaglioni del nostro Reggimento siano mandati alla frontiera per proteggere il territorio della colonia dalle razzie di qualche soldatesca cinese sbandata od abbandonata senza viveri e senza quattrini dal suo comandante in fuga. A bordo del «Courbet» ho anche conosciuto due ufficiali giapponesi, piccoli, timidi, grotteschi, perpetuamente in moto a far riverenze a destra e a sinistra ed a succhiare l’aria in segno di... rispetto e mi sembra assurdo, mamma, che io possa avere nelle vene qualche goccia del loro sangue tanto mi sento da loro non solamente distantissimo, ma assolutamente differente. V’erano con loro anche alcune donne, brutterelle anzichenò, ma con bei kimono colorati e piene di grazia nei loro movimenti. Tutto sommato non credo che esista una grande differenza fra gli annamiti, i cinesi ed i giapponesi. È piú o meno un serraglio unico! Penso che la Russia doveva essere ben frolla per essersi lasciata battere da questi ometti dai denti d’oro che hanno bisogno di cinque minuti di riflessione per capire ciò che si dice loro e che vi sorridono idiotamente in faccia quando malgrado i cinque minuti di raccoglimento si accorgono che non hanno ancora capito!» Bianca sollevò gli occhi dal foglio a contemplare attraverso la finestra il porto popolato di vapori e di vele. Fra due grandi transatlantici della linea di America, uno francese, l’altro inglese, un modesto vapore da carico, bianco e nero, innalzava un gran pennacchio di fumo. «Carbone di cattiva qualità!» pensò Bianca che a forza di vivere anni e anni dinanzi al porto aveva finito per familiarizzarsi con le cose del mare. Un soffio di vento lacerò tutto quel fumo pecioso e nello squarcio, sullo sfondo azzurro del cielo sereno, apparve una bandiera bianca con nel mezzo un disco rosso. La bandiera del Giappone! Il cuore di Bianca ebbe un piccolo sussulto alla vista di quell’intruso la cui presenza rispondeva ai suoi pensieri intimi, ma il lieve battito si acquetò rapidamente nella grande pace della sua anima. La sera era piena di calma. Le campane di Bordeaux conversavano dolcemente nell’aria. Bianca si sentiva forte e sicura. La lettera del figlio la tranquillizzava in pieno. Al contatto dell’Estremo Oriente, lo spirito di Roberto si irrigidiva nel suo orgoglio di uomo bianco. Quella medesima piccola nave giapponese, cosí modesta ed umile in confronto dei due superbi transatlantici vicini, aveva l’aria di documentare agli occhi della madre la relatività dell’elemento ereditario rispetto alle grandi forze dell’educazione domestica e dell’ambiente nazionale che avevano plasmato l’anima di Roberto e ne avevano fatto, nonostante la sua origine, un occidentale integrale, polarizzato dalla sua civiltà costruttiva e conquistatrice in senso ostile alla minutaglia delle genti di colore. Bianca, che era una credente, aveva fatto anche del figlio un buon cattolico e quelle campane cristiane che tambureggiavano dolcemente il cielo di Bordeaux addormentavano nel cuore materno anche le preoccupazioni piú minuscole. A tutto il resto si aggiungeva il peso formidabile del grande Iddio della razza, bianco anche Lui, anche Lui occidentalmente armato di fulmini e di potenza, conquistatore di coscienze e di popoli, dominatore di continenti e di epoche, vincitore di Lucifero e delle sue rivolte; saldamente piantato nel firmamento in un Cielo coordinato gerarchicamente e geometricamente attraverso i cerchi concentrici dei Troni e delle Dominazioni; saldamente piantato in terra nelle radici indistruttibili della civiltà cristiana, crociata, missionaria e guerriera. Dio, la Patria e sua madre montavano efficacemente la guardia intorno a Roberto. E gli occhi della madre si posarono dolcemente sui vari ritratti del figlio che ornavano i mobili e le pareti della stanza rappresentandolo in tutte le epoche della sua vita: da quando, pupetto appena nato, sbocciava all’esistenza tra i fiocchi e le trine fino alle fotografie piú recenti che lo mostravano elegante e virile nella sua uniforme di ufficiale coloniale francese con sul petto i segni delle campagne del Madagascar e dell’Indocina. Roberto! Tutta la sua vita di madre e di donna era concentrata in quelle tre sillabe care che le sue labbra pronunziavano automaticamente tante volte durante la giornata, quasi senza avvedersene: riflesso labiale dell’immagine che occupava costantemente il suo cervello.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD