Trovò un patrimonio fatto, d’improvviso, senza neppure sapere da quale fonte le venisse quella fortuna insperata.
Tornò, mi dissero in seguito, al suo paese, ricordando la sorella morta con grande tristezza, confortata tuttavia dall’impiego del capitale al quattro e mezzo per cento.
Tutti questi avvenimenti, riferiti a Parigi, città madre dello scandalo, stavano già per essere dimenticati, e io stesso non ricordavo quasi più la parte che avevo avuto in quei fatti, quando un nuovo caso mi fece conoscere tutta la vita di Marguerite e mi rese noti particolari così commoventi da invogliarmi a scrivere questo libro che, infatti, scrivo.
Da tre o quattro giorni l’appartamento, svuotato di tutti i mobili, che erano stati venduti, era stato posto in affitto, quando una mattina qualcuno suonò alla mia porta.
Il mio domestico, o meglio il portiere che mi faceva da domestico, andò ad aprire e mi portò un biglietto di visita, dicendomi che la persona che gliel’aveva dato desiderava parlarmi.
Diedi un’occhiata al biglietto e vi lessi queste due parole: Armand Duval.
Cercai di ricordarmi dove avevo visto quel nome, e mi venne in mente la prima pagina di Manon Lescaut.
Che cosa poteva desiderare da me la persona che aveva regalato quel libro a Marguerite? Dissi di far entrare immediatamente il signore che aspettava.
Vidi allora un giovane biondo, alto, pallido, con un abito da viaggio che sembrava avere indosso da qualche giorno e che egli non si era dato la pena di spazzolare arrivando a Parigi, perché era coperto di polvere.
Monsieur Duval, molto commosso, non fece nessuno sforzo per nascondere la sua emozione, e con le lacrime agli occhi, la voce tremante, mi disse:
“Vi prego, signore, vogliate scusare la mia visita e il mio abbigliamento; ma a parte il fatto che tra persone giovani non è il caso di fare complimenti, desideravo tanto vedervi oggi stesso, che non mi sono neppure concesso il tempo di scendere all’albergo al quale ho spedito il mio bagaglio, per correre subito da voi, temendo tuttavia, per quanto sia presto, di non trovarvi in casa”.
Pregai monsieur Duval di sedersi davanti al fuoco, il che egli fece tirando fuori di tasca il fazzoletto col quale nascose per un attimo il viso.
“Voi non potete capire”, riprese sospirando tristemente, “che cosa voglia questo visitatore sconosciuto, a quest’ora, in un simile abbigliamento, piangendo in questo modo. Vengo soltanto, signore, a chiedervi un grande favore”.
“Parlate, signore, sono a vostra disposizione”.
“Voi avete assistito all’asta di Marguerite Gautier?”. A questa parola, l’emozione che il giovane era riuscito per un istante a dominare fu più forte di lui, ed egli fu obbligato a coprirsi gli occhi con le mani.
“Devo sembrarvi ben ridicolo”, aggiunse, “scusatemi ancora per questo, e credete che non dimenticherò mai la pazienza con la quale vi degnate di ascoltarmi”.
“Signore”, risposi, “se il favore che, a quanto sembra, io sono in grado di farvi può in qualche modo placare il vostro dolore, ditemi subito in che cosa posso esservi utile, e troverete in me un uomo felice di servirvi”.
Il dolore di monsieur Duval mi ispirava simpatia, e a ogni costo avrei voluto fargli cosa gradita.
Egli mi disse allora:
“Voi avete comperato qualcosa alla vendita di Marguerite?”.
“Sì, signore, un libro”.
“Manon Lescaut?”.
“Appunto”.
“Lo avete ancora?”.
“È nella mia stanza da letto”.
Armand Duval, a questa notizia, sembrò sollevato da un gran peso e mi ringraziò come se avessi cominciato a fargli un favore soltanto conservando quel libro.
Allora mi alzai, andai a prendere il libro nella mia stanza e glielo consegnai.
“È proprio questo”, disse guardando la dedica sul frontespizio e sfogliando qua e là, “è proprio questo”.
E due grosse lacrime caddero sulle pagine.
“Ebbene, signore”, disse alzando lo sguardo verso di me e non cercando più neppure di nascondermi che aveva pianto e che stava per piangere di nuovo, “tenete molto a questo libro?”.
“Perché, signore?”.
“Perché sono venuto a pregarvi di cedermelo”.
“Perdonate la mia curiosità”, gli risposi, “ma siete dunque voi che l’avete regalato a Marguerite Gautier?”.
“Io stesso”.
“Allora questo libro è vostro, signore, riprendetelo, sono ben felice di potervelo restituire”.
“Ma”, riprese Duval, imbarazzato, “lasciate almeno che vi restituisca la somma che avete pagato per averlo”.
“Permettetemi di offrirvelo. Il prezzo di un solo volume in una vendita del genere è un’inezia, e io non mi ricordo neanche più quanto l’ho pagato”.
“L’avete pagato cento franchi”.
“E vero”, risposi imbarazzato a mia volta, “come fate a saperlo?”.
“E presto detto, io speravo di poter arrivare a Parigi in tempo per la vendita di Marguerite, ma non sono arrivato che stamattina. Volevo assolutamente avere un oggetto che le fosse appartenuto, e mi sono precipitato dal commissario estimatore a chiedergli il permesso di esaminare la lista degli oggetti venduti e dei nomi degli acquirenti.
Ho visto che questo libro era stato comperato da voi, e ho pensato di pregarvi di cedermelo, per quanto la somma che avete pagato mi abbia fatto temere che voi stesso siate legato a quel libro da qualche ricordo personale”.
Così parlando, si vedeva chiaramente come Armand temesse che anch’io avessi conosciuto Marguerite come l’aveva conosciuta lui.
Mi affrettai perciò a rassicurarlo.
“Non ho conosciuto mademoiselle Gautier che di vista”, gli dissi, “la sua morte ha prodotto su di me l’impressione che sempre la morte di una bella donna produce su un uomo a cui faceva piacere incontrarla.
Ho voluto comperare qualcosa all’asta della sua roba e mi sono ostinato a far alzare il prezzo di questo libro, non so neanch’io perché, forse per il piacere di far inquietare un signore che vi si accaniva e sembrava sfidarmi a comprarlo. Ve lo ripeto dunque, signore, questo libro è vostro, e io vi prego ancora di accettarlo perché non l’abbiate da me come io l’ho avuto da un banditore, e perché costituisca tra noi il pegno di una più lunga conoscenza e di una più intima amicizia”.
“Bene, signore”, disse Armand tendendomi la mano e stringendo la mia, “accetto, e per tutta la vita vi sarò riconoscente”.
Avevo una gran voglia di interrogare Armand su Marguerite, perché la dedica del libro, il viaggio del giovane, il suo desiderio di possedere quel volume stimolavano la mia curiosità; ma temevo che se avessi interrogato il mio ospite avrei avuto l’aria di aver rifiutato il suo denaro per conservarmi il diritto di immischiarmi nei fatti suoi.
Si sarebbe detto che egli mi avesse letto nel pensiero, perché mi disse:
“Avete letto questo libro?”.
“Da cima a fondo”.
“Che cosa pensate della mia dedica?”.
“Ho capito subito che ai vostri occhi la sventurata ragazza alla quale dedicavate il volume non apparteneva a una categoria comune; non volevo infatti vedere in quelle righe un complimento banale”.
“E avete ragione, signore. Quella fanciulla era un angelo”. Prendete”, mi disse, “leggete questa lettera”.
E mi tese un foglio che sembrava essere stato letto e riletto molte volte. Lo aprii, ed ecco quello che vi era scritto:
“Mio caro Armand, ho ricevuto la vostra lettera, vi siete conservato buono e ne ringrazio Iddio. Sì, amico mio, sono ammalata, di una di quelle malattie che non perdonano; ma l’interessamento che volete ancora dimostrarmi diminuisce di molto le mie sofferenze. Certo non vivrò tanto a lungo da poter avere il bene di stringere la mano che ha scritto la generosa lettera che ho appena ricevuto e le cui parole potrebbero guarirmi, se qualcosa ancora potesse guarirmi. Non vi vedrò più, perché sono molto vicina alla morte, e centinaia di miglia ci separano. Povero amico! la vostra Marguerite di una volta è molto cambiata, ed è forse meglio che voi non la rivediate più piuttosto che la vediate com’è adesso. Mi chiedete se vi perdono; oh! di tutto cuore, amico mio, perché il male che mi avete fatto non era che una prova del vostro amore. È un mese che sono a letto, e tengo tanto alla vostra stima che ogni giorno scrivo il diario della mia vita, da quando ci siamo lasciati fino a quando non avrò più la forza di scrivere.
“Armand, se l’interesse che mi dimostrate è sincero, al vostro ritorno andate da Julie Duprat. Vi consegnerà quel diario. Vi troverete la ragione e la scusa di quanto è accaduto tra noi. Julie è molto buona con me; insieme parliamo spesso di voi, e quando è arrivata la vostra lettera, abbiamo pianto insieme, leggendola.
“Nel caso in cui non mi aveste dato vostre notizie, era incaricata di consegnarvi quei fogli al vostro arrivo in Francia.
“Non me ne siate grato. Rievocare ogni giorno i soli istanti felici della mia vita mi fa un gran bene, e come voi troverete nella lettura di quel diario la giustificazione del passato, così io trovo nello scriverlo un quotidiano sollievo.
“Vorrei lasciarvi qualcosa che mi ricordasse sempre al vostro cuore, ma qui tutto è sotto sequestro, e più niente mi appartiene.
“Capite, amico mio? io sto per morire, e dalla mia stanza da letto sento nel salone i passi del custode che i miei creditori hanno installato qui perché niente sia portato via e perché non mi resti niente nel caso che io sopravviva. Speriamo che per vendere aspettino almeno la mia fine.
“Oh! come sono spietati gli uomini! o piuttosto, mi sbaglio: è Dio che è giusto e inflessibile.
“Ebbene, amore caro, venite alla vendita della mia roba, e comprate qualche cosa, perché se mai io nascondessi per voi il più piccolo oggetto e lo si scoprisse, sarebbero capaci di accusarvi di sottrazione di beni pignorati.
“Com’è triste la vita che lascio!
“Come sarebbe buono il Signore, se mi permettesse di rivedervi prima di morire! Con tutta probabilità, addio, amico mio; perdonatemi se non vi scrivo più a lungo, ma coloro che sostengono di potermi guarire mi sfiniscono coi salassi, e la mia mano si rifiuta di scrivere oltre.
Marguerite Gautier”.
Le ultime parole erano, infatti, appena leggibili.
Restituii la lettera ad Armand, che certo l’aveva riletta nella sua mente come io l’avevo letta sulla carta, perché riprendendola disse:
“Chi potrebbe mai credere che è stata una mantenuta a scrivere queste cose!”.
Commosso dai suoi ricordi, contemplò per qualche istante la scrittura di quella lettera, che infine portò alle labbra.
“Quando penso”, riprese, “che questa donna è morta senza che io abbia potuto rivederla, e che non la vedrò mai più; quando penso che ha fatto per me cose che neppure una sorella avrebbe fatto, non so perdonarmi di averla lasciata morire così. Morta! morta! e pensando a me, scrivendo e pronunciando il mio nome, mia povera, cara Marguerite”.
E Armand, dando libero sfogo ai pensieri e alle lacrime, mi strinse la mano e proseguì:
“Mi giudicherebbero un bambino, se mi vedessero piangere così una morta come quella; perché non sapranno mai quanto ho fatto soffrire quella donna, come sono stato crudele, e come lei è stata buona e rassegnata. Credevo che spettasse a me perdonarla, e oggi mi ritrovo indegno del perdono che mi accorda. Oh! darei dieci anni della mia vita per potere piangere un’ora ai suoi piedi”.
È sempre difficile consolare un dolore che non si conosce, e tuttavia io ero preso da una così viva simpatia per quel giovane, che mi confidava la sua pena con tanta franchezza, che pensai che le mie parole non gli sarebbero state indifferenti e gli dissi:
“Non avete parenti, amici? Sperate, cercate la loro compagnia, ed essi vi consoleranno, perché io non posso che compiangervi”.
“È giusto”, rispose alzandosi e mettendosi a passeggiare a grandi passi per la stanza, “io vi annoio. Scusatemi, non ho pensato che il mio dolore può importarvi assai poco, e che vi sto importunando con una cosa che non può e non deve interessarvi per niente”.
“Avete frainteso il senso delle mie parole, io sono a vostra disposizione; mi dispiace solo di non essere in grado di consolarvi.
Se la mia compagnia e quella dei miei amici possono distrarvi, se, insomma, avete bisogno di me per qualunque cosa, sappiate bene che avrò molto piacere di potervi fare cosa gradita”. “Scusatemi, scusatemi”, disse, “il dolore esagera le sensazioni. Lasciatemi rimanere qui ancora per qualche minuto, giusto il tempo di asciugarmi gli occhi perché i curiosi della strada non guardino come una rarità questo giovanottone che piange. Voi mi avete reso veramente felice dandomi questo libro; non saprò mai come mostrarvi la mia riconoscenza per quanto vi devo”.
“Accordandomi un po’ della vostra amicizia”, gli risposi, “e raccontandomi la causa del vostro dolore. A parlare di ciò che si soffre si è consolati”.
“Avete ragione; ma oggi ho troppo bisogno di piangere, e non vi direi che parole senza senso. Un giorno, vi renderò partecipe della mia storia, e vedrete se ho ragione a rimpiangere quella sventurata. E adesso”, aggiunse asciugandosi ancora una volta gli occhi e guardandosi in uno specchio, “ditemi che non mi considerate troppo sciocco, e permettetemi di tornare a trovarvi”. Lo sguardo di quel giovane era buono e dolce, e io fui lì sul punto di abbracciarlo.