I
Quaderno dei temi dell’alunno Benito UcciadiOttobre 1942 - XX E.F.
Tema: Mio padre
Svolgimento:
Mio padre si chiama Ricciotto, non perché sia riccio, ma perché c’era un garibaldino che faceva di cognome Ricciotti. Anche mio padre è un po’ garibaldino. È entrato da giovanissimo nei fasci e ha fatto a botte con tutti i rossi, anche con suo fratello maggiore. Lui dice che è scappato di casa varie volte, anche per andare alla Marcia su Roma nel 1921, quando aveva quindici anni, ma probabilmente doveva avere un padre meno duro, perché quando io faccio qualcosa di testa mia, mi tonfa ben bene.
È un gran lavoratore. Oltre a lavorare sul porto infatti, di tanto in tanto va a fare il ciacchista a Tirrenia, dove fanno i film. Cosa faccia il ciacchista non lo so. L’ho chiesto a mio padre, ma ho capito poco la spiegazione. Dice che sta dentro uno studio e che se non dà il segnale lui nessuno comincia a lavorare, né le attrici, né gli attori, nessuno.
Mi ha promesso di portarmi un qualche giorno a Tirrenia, dove c’è la Città del Cinema e dove ci ha molti amici e amiche. Conosce praticamente tutti gli artisti e gli autori delle pellicole. Però è sempre occupato e può fare una scappata a casa solo di rado. Questa cosa non piace tanto a mia madre, che dice che è stufa che lui venga a casa tra una guerra e l’altra ed è di môrto, ma di môrto gelosa.
Mio padre è alto, bello, moro, con i capelli neri, corti e ricci. È forte e muscoloso. Ha fatto anche il pugilatore, ma poi ha smesso perché l’allenatore voleva che si facesse rompere il naso apposta, per non preoccuparsi troppo della bellezza.
Adesso è Centurione della Milizia, ma è stato a combattere in Abissinia contro i mori e in Spagna contro i rossi.
Per sposare mia madre ha leticato anche con il padre di lei, nonno Paride. Mio padre lo chiama “brutto contadinaccio sovversivo” e non vuole sentirlo neppure nominare.
Ha conosciuto mia madre quando è stato ricoverato in ospedale per uno scontro (forse un incidente o un combattimento con i sovversivi). Mia madre era molto giovane quando nacque Romana, la mia sorella maggiore.
Quando torna a casa, mio padre, porta sempre dei regali per tutti e vuole guardare la lezione, sia a me che a mia sorella. Vuole che conservi le brutte dei temi perché gli fa piacere sapere come la penso. Dice che non bisogna fidarsi dei “rossi” e che rosso non è buono neppure il capretto. Quando ero più piccolo mi veniva da piangere, perché pensavo che dicesse a me che ci ho i capelli rossi, ma poi ho capito che è uno scherzo, perché subito dopo mi mette una mano tra i capelli e me li scarruffa!
Novembre 1942 – XX E.F.
Tema: La tua città
Svolgimento:
La mia città si chiama Livorno ed è la città più bella del mondo. C’è il porto, le navi, l’Accademia Navale e i marinai. Ma soprattutto c’è il mare e così quando non c’è la scuola si pole andare a fare il bagno e divertissi al mare. Al mare ci si pole andare sempre, tanto non chiude: i pescatori ci vanno a pescà, le signorine a fumare sugli scogli senza che nessuno le guardi, chi pole tira fori la barca e va a pescà al largo o a farsi un giro.
Ma enno pochi quelli che ci hanno la barca e allora gli altri stanno sui moli o sulla Terrazza a guardà le barchette che vanno a vela di qua e di là, sperando che quando finisce la guerra la barca potranno comprassela anche loro.
Livorno è una delle poche città italiane che ha sofferto qualche danno per la guerra. In una notte dell’anno scorso, i francesi hanno osato venire a sganciare una bomba al buio sopra una delle case di Livorno, per vendicarsi che l’Italia gli aveva dichiarato la guerra.
Ma a noi livornesi non ci fanno paura, perché ci abbiamo la Madonna di Montinero che ci protegge e così le bombe vanno tutte a finì in mare. Anche se ci ho il dubbio che la Madonna non conosce tutte le diavolerie delle guerre moderne e non fa troppa attenzione ai sottomarini inghilesi, che senza dì né ai, né bai, navigando sott’acqua, sono venuti ad affondare i traghetti dell’Elba.
Quando avremo vinto la guerra, con l’aiuto della Germania, ritireremo su i palazzi, più belli di prima e l’inglesi li incateneremo tutti come i quattro mori, così imparano a fa’ i prepotenti!
Dicembre 1942 – XX E.F.
Compito per le vacanze: I nonni raccontano…
Svolgimento:
Non ho molto da scrive su quello che raccontano i nonni, in quanto quelli materni stanno molto lontano, in montagna, oltre Lucca e ho avuto finora poche occasioni di vedelli. Mi sembra di aver capito che sono contadini e non hanno grandi simpatie per mio padre e lui, per ripicca, non ci porta a trovalli.
Dei mi’ nonni paterni è rimasta la mia nonna, Libera. Mio nonno era stato un garibaldino, aveva combattuto in Francia, durante l’altra guerra ed era stato ferito piuttosto gravemente nelle Argonne. Perciò è morto prima che nascessi.
Nonna Libera vive con noi e, quando non sapevo leggere, mi leggeva il Corrierino dei Piccoli e libri come Pinocchio e le Fiabe. Fin da piccolino mi accompagnava ai giardinetti, al Parterre, e mi raccontava un sacco di cose, anche se io non le capivo del tutto. Però, a furia di ripetere quelle storie, alla fine mi sono entrate in testa e ce l’ho come inchiavardate in fondo al cervello. Non so se sono ricordi della mi’ nonna, perché lei diceva che erano storie vere e che mi avrebbe fatto comodo conoscerle.
Però nonna Libera è piuttosto strana, a cominciare dal nome che le aveva messo suo padre che era garibaldino anche lui, ma anche massone e libero pensatore. Mi pare che una volta abbia detto che non era stata battezzata e che quel nome lo aveva fatto scrivere suo padre in Comune. A quel tempo usava così e difatti le amiche di mia nonna, quelle con cui giocava a tombola di soldi, si chiamavano quasi tutte in modo strano: Itala, Unità, Redenta, Anita, Riscossa.
Nonna Libera mi ha raccontato che era stata una bellissima ragazza, alta, coi capelli lunghi e rossi, dalla pelle di pesca e che tutti i marinai si voltavano a guardarla quando passava per via Grande. Io non ci ho mai creduto un gran che, perché quando l’ho conosciuta io era piccola, con una gobbetta sulla schiena, il naso lungo, un po’ all’ingiù, sempre con una gocciola pendente, il viso rugoso e grinzoso, giallo, pieno di grossi porri pelosi. Dice che sono il suo nipote preferito, forse perché anch’io sono rosso di capelli, ma io cerco di starle lontano per via di quella gocciolina al naso e di quella specie di ceci pelosi sul naso e sul mento.
Se fosse stata un uomo sicuramente sarebbe stata un garibaldino anche lei, ma essendo una donna si contentava di battibeccare con i preti e con i signori. Si era infatti sposata in Comune con un garibaldino, quello che era andato a combattere i tedeschi nei boschi della Francia e ci aveva rimesso un polmone, e aveva fatto seppellire il padre e il marito al Cimitero dei Lupi, senza l’accompagnamento del prete. Diceva che erano stati due funerali bellissimi con tanti garibaldini in camicia rossa, picchetti di marinai armati, carrozze di lusso, bandiere e tante corone. Poi però nessuno le aveva mai dato niente e lei aveva tirato su quattro o cinque figlioli, grazie a un banchetto di frutti di mare che le avevano dato il permesso di mettere su in piazza dei Mille. Poi la femmina era morta di spagnola, subito dopo l’altra guerra, il figlio maggiore, Giusto, che lavora sul porto, viene malvolentieri a casa nostra, forse perché non va d’accordo con mio padre. C’è un’altra femmina che ha sposato un fattore del piano di Pisa, ma la vede di rado.
Nonna Libera ha due o tre vizi, che, dice, l’aiutano a tirare avanti. Il primo è per me il più fastidioso: ha una scatolina d’argento con il coperchio che si apre a scatto. Di tanto in tanto la apre, vi prende con due dita una presina di tabacco nero, come la pece, e se lo infila ne’ bui del naso, tanto che di lì a poco starnutisce rumorosamente, come se sparasse una cannonata. Poi se lo soffia con un fazzoletto a quadroni rossi e blu, ripetendo ogni volta: “Si scopron le tomba, si levano i morti…”, come se cantasse l’inno di Garibaldi.
Il secondo vizio è quello del gioco del lotto. Ogni giovedì mi porta al botteghino del lotto, quello piccolo, stretto, in quel vicolo a metà della strada, dove fuori ci sono appesi tutti i foglietti dei numeri usciti alle diverse ruote. Si ferma un’ora a discutere con le sue amiche su quali numeri deve tirar fuori dai sogni che ha fatto nella settimana e poi passa a giocare. La donnetta della ricevitoria, una grassona, tutta pitturata e incipriata da far paura, con un faccione grosso come quello di un mascherone, le dice: “Libera, se io ci avessi un sogno come il vostro, con dei numeri così belli, dati da una persona seria come vostro padre, io non mi limiterei a giocare un ambo solo sulla ruota di Firenze!”
E dai a pomparla per farla giocare anche su altre ruote, terni, ambi ecc. È una filona, quella brutta vacca! Anche lei ci ha il vizio della presa di tabacco e, per convincere la nonna ad aumentare la posta, le offre un cicchetto dalla sua tabacchiera, che è più grossa di quella della nonna, ma anche più sporca e unta. Io me ne sto lì su una seggiolina, un po’ ascolto i discorsi di quelle donnette sul significato dei sogni, sulle disgrazie della vita, un po’ leggo delle riviste che la grassona tiene di là dal banco. Il sabato la grassona mette alla vetrina un foglio con su scritti i numeri estratti alle diverse ruote e le vecchine si fermano a guardare e commentare. Quasi sempre i numeri che i suoi morti le hanno dato non sono usciti. Qualche volta quelli usciti sono quelli che aveva giocato il sabato precedente. Questo fa andà fori dai gangheri la mi’ nonna. Dice che anche laggiù, dove si trovano i sù morti, c’è qualcuno che li frega, così come erano stati fregati in terra dai loro falsi amici.
Il terzo vizio è quello della Tombola. Le vecchiette si riuniscono ora a casa di una o a casa dell’altra e tirano fuori i soldi per avere una o due cartelle. Quella più ricca tiene il cartellone e tira fuori da un sacchetto di tela azzurra, una alla volta, le pedine con i numeri. Quello che mi fa ride è il fatto che qualche volta invece del numero dicono delle cose buffe, che chiamano smorfia. Per esempio, invece di 90 dicono la paura oppure le gambe delle donne. E così tutte quelle vecchiette ridono a crepapelle.
Qualche volta questo lavoro della estrazione lo fanno fare a me, dicono che ci ho la mano innocente.
Sulle cartelle i numeri vengono segnati con i fagioli. Io però dopo un po’ mi annoio e rischio di far cadere i fagioli dalle cartelle, così le donnine mi danno da mangiare le seme o i lupini per tenemmi bono.
In definitiva mia nonna Libera ci ha poco tempo per raccontare le sue storie. Quello che ho capito è che si stava meglio quando si stava peggio, almeno così dice lei.
Gennaio 1943 - XXI E.F.
Tema: Racconta il tuo più bel Natale
Svolgimento:
Il più bel Natale per me è stato quello di quando avevo sette anni e mio padre è tornato dalla guerra di Spagna. Anche mia madre era a casa, avendo avuto un giorno di permesso dall’ospedale. Mia sorella aveva fatto il presepio e ci aveva messo lo specchietto per far credere che ci fosse l’acqua di un laghetto. Le montagne le avevamo fatte con dei pezzi di legno e sopra c’era la carta da pacchi e la borraccina. In cima alle montagne c’erano le casette e i castelli di sughero. In pianura c’erano le palme, i cammelli, i pastori e le pecorelle. Andavano tutti verso la grotta, dove c’era il bambinello Gesù. Le strade erano fatte di segatura.
Mia madre ci ha dato un paio di pugnetti di farina e così abbiamo potuto spargerla qua e là, come se fosse neve, impolverando le cime dei monti e la capanna. A uno dei Re Magi si era staccata la testa dal corpo: ho dovuto accomodarlo con la colla! Dopo la testa ci stava, ma un po’ chinata.