13 agosto 1943 “Cenciaiooo, pellaiooo, stracciaiooo, robivecchi!” Il grido si diffondeva alto per le stradette del paese, nelle corti dei contadini. Le massaie si affacciavano incuriosite e scrutavano con interesse in direzione da dove proveniva quella voce sguaiata, che spezzava il silenzio del pomeriggio afoso. Anch’io uscii di casa e osservai l’uomo incappottato che si presentava in sella a una bicicletta antidiluviana, trainante un carrettino leggero con due ruote gommate. Quando fu più vicino lo riconobbi: era Gino. In testa aveva un berrettino da ciclista con la visiera, sotto il cappotto lungo e pieno di buchi, aveva una maglia a righe, sdrucita, senza maniche, forse dono di qualche gruppo sportivo. Le lunghe gambe pelose uscivano da un paio di pantaloncini ricavati forse dal tag

