“Ma un ultimo colpo mi attendeva: mio figlio si chiamava “Emanuele” Kassekanari...!
“E' il Fratello “Corvino”, che voi tutti conoscete nel nostro Ordine.
“"Emanuele" Kassekanari.
“Ed egli afferma con sicurezza di non essere mai stato chiamato col prenome di Pasquale.
“E da allora mi perseguita il pensiero che il vecchio mi abbia ingannato, e possa aver mutilato Pasquale e non Emanuele — che dunque sia stato mio figlio la vittima. Quelle fotografie riproducevano i lineamenti del volto, in modo così incerto, e i due ragazzi si somigliavano in realtà tanto da essere scambiati.
“Ma non può, non può, non può essere — il delitto, tutto l'eterno rimorso per nulla! — Non è vero?!” gridò improvvisamente Ariosto come in delirio; “non è vero, dite, Fratelli, non è vero, “Corvino” è mio figlio, è tutto il mio ritratto!”.
I Fratelli abbassarono gli occhi, imbarazzati, e non riuscirono a formulare la menzogna.
Annuirono soltanto in silenzio.
Ariosto finì a bassa voce.
«E spesso, nei miei incubi spaventosi, io sento mio figlio perseguitato da un orribile stroppio coi capelli bianchi, con gli occhi rossi, che temendo la luce, lo spia nella penombra, pieno d'odio: Emanuele, lo scomparso Emanuele... il... il mostruoso... “n***o bianco”.
Nessuno dei Fratelli poté pronunziare una parola.
...Silenzio di morte...
Allora, come se Ariosto avesse sentito la muta domanda, disse a mezza voce, quasi spiegando: «Un mostro alla psiche! — Il n***o bianco... un vero ALBINO”.
....Albino!... Baal Schem cadde barcollando contro la parete.
“Dio di misericordia, lo scultore! — l'albino Jranak-Essak!”.
“Squillan le trombe di guerra — lungi traverso l'Aurora”.
Corvino cantava il segnale del torneo del “Roberto il Diavolo” davanti alla finestra della sua fidanzata, Beatrice — la bionda nipote di Ariosto — e i suoi amici accompagnavano fischiando in coro la melodia.
Subito i vetri si apersero, ed una giovinetta, in bianca veste da ballo, guardò giù nella “Teinhof” medievale, scintillante al chiaro di luna, e domandò ridendo se quei signori intendessero di dar l'assalto alla casa.
“Ah, tu vai al ballo, Bicetta, e senza di me?” lanciò su Corvino «e noi che temevamo che tu dormissi da un pezzo!”.
“Vedi quanto mi annoio senza di te, se prima di mezzanotte sono già a casa!”.
“Ma che vuoi ora coi tuoi segnali; è successo qualcosa?” domandò a sua volta Beatrice.
“Che è successo? dobbiamo chiederti un grande piacere. Sai dove Papà tenga la “lettera sigillata di Praga?”.
Beatrice si portò le due mani agli orecchi: “La lettera — che cosa?”.
“La lettera sigillata di Praga — la reliquia arcaica”, gridarono tutti insieme.
“Non posso capire una parola, se lor Signori urlano a codesto modo” e Beatrice richiudeva la finestra “ma aspettino, scendo subito — cerco solo la chiave di casa, e mi libero da quella brava donna della governante”.
E pochi minuti dopo era davanti alla porta.
«Deliziosa, incantevole, in bianca veste da ballo, al verde lume di luna” e i giovinotti le si stringevano attorno per baciarle la mano.
«In "verde" veste da ballo — al " bianco" lume di luna”, e Beatrice fece una riverenza civettuola, nascondendo, per difendersi, le piccole mani in un gigantesco manicotto e in mezzo a dei veri e propri cavalieri "neri" della Santa Venia».
“No, deve pur essere qualcosa di stravagante un Ordine così venerabile!”.
Ed esaminava curiosamente i lunghi abiti di cerimonia dei giovani, coi sinistri cappucci, e i segni cabalistici ricamati in oro.
“Siamo scappati così a rotta di collo, che non ci siam potuti cambiare, Bicetta” si scusò Corvino, accomodandole amorevolmente la sciarpa di pizzo.
Poi, in poche parole, le raccontò della reliquia “la lettera sigillata di Praga”, della strampalata profezia,, e come essi avessero complottato uno splendido scherzo per la mezzanotte.
E cioè: correre dallo scultore Jranak-Essak, un tipo molto curioso, che lavorava di notte perché era albino, ma che del resto aveva fatta una invenzione preziosa: una pasta di gesso, che appena esposta all'aria diveniva dura e indistruttibile come il granito. E questo Albino doveva gettargli subito l'impronta del viso...
“E sa, signorina”, aggiunse Fortunato, “noi prendiamo questa effigie e poi la “misteriosa lettera” che avrà la somma bontà di scovare nell'archivio, e la non minore bontà di gettarci giù.
“Naturalmente, l'apriremo subito, per leggere la cretineria che c'è dentro, e poi ce ne andremo “sbalorditi” alla Loggia.
“Naturalmente, ci domanderanno subito di Corvino, e dove mai s'è cacciato.
“E allora, piangendo a calde lacrime, mostreremo la reliquia profanata, e confesseremo che egli l'ha aperta e che subito, in una vampata di zolfo, è comparso il diavolo, l'ha afferrato per il colletto e l'ha rapito in aria; ma che Corvino, in previsione di ciò, s'era fatto tarima riprodurre in fretta nell'infrangibile gesso di Jranak-Essak per misura di precauzione! E ciò, al fine di portare ad absurdum la bella terrificante profezia “della totale sparizione dal mondo dei contorni”.
“E diremo: qui c'è la sua maschera; e chi si crede qualcosa di speciale — o uno dei Vecchi, o tutti quanti, o gli Adepti, che fondarono l'Ordine, o forse il buon Dio stesso — quegli si faccia avanti e distrugga la statua... se gli riesce. Del resto poi il Fratello Corvino lascia per tutti i più cordiali saluti, e fra dieci minuti al massimo ritornerà dall'Averno”.
“E sai, tesoro”, interruppe Corvino, “c'è anche il vantaggio che in questo modo sradicheremo l'ultima superstizione dell'Ordine, accorceremo la noiosa festa secolare, e verremo più presto a divertirci.
“Ma ora addio, e buona notte, perché: un, due, tre, passa il tempo in un baleno».
“E noi con esso” completò allegramente Beatrice, attaccandosi al braccio del suo fidanzato. «C'è molto di qui a casa di Jranak-Essak... è così che si chiama? E non c'è pericolo che gli pigli un colpo se facciamo irruzione da lui in questa tenuta?!”.
“I veri artisti non sono soggetti ai colpi” giurò Saturnilo, uno dei giovanotti, «Fratelli! un urrah, urrah, per questa ardita signorina! .
E via di corsa.
Via per la “Teinhof”, per gli archi delle porte medioevali, pei vicoli tortuosi, girando gli angoli sfuggenti, oltre i palazzi barocchi in rovina.
Poi si fermarono.
“Sta qui, al numero 33”, disse Saturnilo, senza fiato «Numero 33, non è vero, "Cavaliere Kadosh"? Guarda su, tu che hai occhi migliori dei miei”.
E già stava per suonare, quando il portone si aprì improvvisamente dall'interno, e subito dopo si sentì una voce mordente che strillava giù per la scala delle parole nell'inglese dei negri. Corvino crollò il capo stupito: “The gentlemen already here?!” I signori sono già qui! — ma si direbbe proprio che ci avessero aspettati!!
«Avanti pure, ma attenzione; c'è buio pesto qui e non abbiamo lume. Furbi i nostri costumi! mancano' di tasche, e con esse mancano i cari zolfanelli”.
Passo passo, la piccola brigata si avanzava brancolando — innanzi Saturnilo, dietro di lui Beatrice, poi Corvino e gli altri giovanotti: il cavalier Kadosh, Jeronimo, Fortunato, Ferecide, Kama e llarione Termassimo.
Scalette a chiocciola, su a sinistra, e a destra a zig-zag.
A tentoni attraverso porte e stanze vuote, sen-, za finestre, seguendo sempre la voce che invisibile, e in apparenza assai distante, risuonava dinanzi a loro, indicando brevemente la direzione da seguire.
Alla fine, arrivarono in una stanza, nella quale pareva dovessero fermarsi, perché la voce era ammutolita e nessuno rispondeva più alle loro domande.
Nulla si muoveva.
“Sembra un antichissimo edificio, con molte uscite, come la tana di una volpe — uno di quegli strani labirinti, come ne restano ancora dal
XVII secolo in questo quartiere”, disse infine a mezza voce Fortunato, “e quella finestra là deve dare in un cortile, che non passa dentro un filo di luce!? — L'intelaiatura risalta appena come qualcosa di più scuro”.
“Io credo che un'alta muraglia proprio davanti ai vetri tolga ogni luce», rispose Saturnilo «c'è un buio qui, non si vede a un palmo dal naso».
“Soltanto il pavimento è un po' più chiaro, non è vero?”.
Beatrice si strinse al braccio del suo fidanzato: “Ho una paura tremenda, qui in questo buio sinistro. Perché non portano un lume...”.
“Sst, sst, zitti zitti”, mormorò Corvino, “sst! Non sentite dunque!? Si avvicina qualcosa piano piano. O è già nella stanza”?
„.”Là! Là c'è qualcuno” interruppe all'improvviso Ferecide; “qui, solo a dieci passi da me ora lo vedo chiaramente.
“Olà! Lei!” gridò poi forte, e si udì la sua voce fremere di terrore contenuto e di emozione...
“Io sono lo scultore Pasquale Jranak-Essak” disse qualcuno, con una voce che non era fioca, eppure sembrava stranamente afona.
«Lei vuol farsi il calco del volto! — Suppongo».
“Non io, ma il nostro amico Kassekanari, musicista e compositore” disse Ferecide tentando di presentare Corvino, nel buio.
Due secondi di silenzio.
“Non posso vederla, signor Jranak-Essak; dove è?” domandò Corvino.
“Non c'è abbastanza luce per lei?” rispose in tono beffardo l'Albino. “Si faccia coraggio, e venga un paio di passi a sinistra; c'è una porta aperta, per la quale Ella deve... veda, io le vengo già incontro”.
Alle ultime parole, parve che quella voce sorda vibrasse più vicina, e gli amici ebbero d'un tratto l'impressione di veder rilucere sulla parete un vapore confuso, d'un grigio biancastro il contorno incerto d'un uomo.
“Non andare, non andare per amor di Dio; se mi vuoi bene, non andare”, mormorò Beatrice, tentando di trattenere Corvino.
Egli si sciolse dolcemente. “Ma non posso rendermi ridicolo a tal senso; egli deve già immaginarsi che noi abbiamo tutti paura”.
E senza esitare si diresse verso la figura biancastra, per sparire con quella, dopo un momento, dietro la porta, nella tenebra.
Beatrice gemeva in preda all'angoscia, e i ragazzi facevano tutto il possibile per ridarle coraggio.
“Non abbia paura, signorina”, la consolava Saturnilo, “non gli succederà nulla.
“E se potesse vedere il getto della forma, ne sarebbe interessata e divertita. Prima, sa, si mette della carta velina ingrassata sui capelli, sulle palpebre e sulle ciglia. Dell'olio sul viso, perché non vi resti nulla attaccato; e poi, giacendo sulla schiena, si preme la parte posteriore del capo fino agli orecchi in un recipiente pieno di gesso molle. Quando la pasta è diventata dura, si versa dell'altro gesso molle sul viso ancora libero — circa una manata — così che tutta la testa appare come ravvolta in una grande massa informe. Quando tutto è indurito, si aprono con lo scalpello le commessure, e così si ha lo stampo per i più bei getti e le maschere più belle”.
“Ma si deve soffocare” rifletté la giovinetta.
Saturnilo rise. “Naturalmente, se per respirare, non si mettessero in bocca e nelle narici delle pagliuzze che sporgono dal gesso, si soffocherebbe».
E per tranquillizzare Beatrice, gridò forte verso la stanza vicina:
“Mastro Jranak-Essak, è una cosa lunga? Fa male”?
Per un istante regnò un profondo silenzio, poi si udì la voce sorda rispondere da lontano — tre o quattro stanze al di là o come attraverso pesanti cortine:
“A me non fa male di certo! E il signor Corvino avrà poco da dolersi — eh, eh. E se dura un pezzo? Qualche volta dura fino a due o tre minuti”.
C'era in questa parole e nell'accento con cui l'Albino parlava, qualcosa di così vagamente impressionante, un giubilo d'una malignità così indescrivibile, che quelli, udendolo, si sentirono quasi irrigidire dallo spavento.
Ferecide afferrò il braccio del suo vicino. “Strano, come parla! Hai sentito? — io non ci reggo più a questa angoscia pazza”.
“Come mai egli sa all'improvviso il nome di loggia di Kassekanari, “Corvino”? E subito da principio sapeva perché eravamo venuti?!! No, no; — voglio entrar là. Voglio sapere che succede là dentro”.
In quell'istante, Beatrice gettò un grido. “Là.... lassù... che sono quelle macchie, bianche, rotonde, là... sulla parete”!
“Medaglioni di gesso, niente altro che dei medaglioni di gesso”, volle tranquillarla Saturnilo, “li ho già visti anch'io, è molto più chiaro, ora — e i nostri occhi sono più abituati alle tenebre...». A questo punto, improvvisamente una forte scossa nella casa, come la caduta d'un grosso peso, gli ruppe la parola.
Le pareti tremarono, e i dischi bianchi caddero giù con un tintinnio di vetri, rotolarono qualche passo e si fermarono.
Impronte in gesso di volti umani contorti e maschere mortuarie.
Stavano a terra fermi, e ghignavano con le bianche occhiaie vuote, su, verso il soffitto.
Dallo studio venne un chiasso selvaggio, uno strepito, un cadere di tavole e di sedie.
Una scossa...
Un fracasso, come di porte abbattute, quasi che un pazzo furioso girasse su se stesso in agonia aprendosi disperatamente un varco verso la libertà.
Un correre pesante, poi un urto e un momento dopo, una informe massa chiara di pietra sfondò la sottile porta — la testa ingessata di “Corvino”! E riluceva, movendosi faticosamente, bianca e spettrale nella penombra, il corpo e le spalle trattenuti da sbarre e da assicelle incrociate.
Con un balzo, Fortunato, Saturnilo e Ferecide avevano sfondato la porta, per accorrere in aiuto di Corvino; ma non c'era nessuno che lo inseguisse.
Corvino, incastrato nella parete fino al petto, si dibatteva convulsamente.
Nello spasimo dell'agonia, egli ficcava le unghie nelle mani dei suoi amici, che, quasi pazzi per l'orrore, cercavano di aiutarlo.
“Degli strumenti! dei ferri!” urlava Fortunato, “pigliate delle verghe di ferro, spaccate il gesso — egli soffoca! Quel mostro gli ha levato le paglie per respirare... e gli ha ingessato la bocca”!
Molti, furenti si precipitarono per portare aiuto, rompendo contro la massa di pietra dei pezzi di sedia, dei travicelli, quello che capitava loro sotto mano nella cieca furia.
Inutile!
Sarebbe stato più facile frangere un masso di granito.
Altri corsero a precipizio per le stanze tenebrose, gridando, cercando invano l'Albino, distruggendo quanto si parava loro dinanzi; maledicendo il suo nome; e cadevano al suolo nel buio e si ferivano e si insanguinavano.
...Il corpo di Corvino non si muoveva più.
I “Fratelli” lo circondavano, muti e disperati.
Le grida strazianti di Beatrice risonavano per la casa, risvegliando un'eco orribile, mentre essa si lacerava le dita a sangue contro la pietra che racchiudeva il capo del suo amato.
Mezzanotte era passata da un gran pezzo, prima che essi avessero potuto ritrovare la via all'aria aperta, dal cupo, infido labirinto, affranti e muti, attraverso la notte, il cadavere dal capo di pietra.
Nessun ferro, nessuno scalpello aveva potuto spezzare l'orribile involucro; e s'era quindi sepolto Corvino nel costume dell'Ordine, “col volto invisibile e serrato come il mallo nella noce”.