1.

2599 Words
1. Sette anni prima All’inizio del primo anno di università Charlotte aveva poche certezze. Stava studiando grafica editoriale e pubblicitaria, ma non sapeva con precisione che cosa voleva fare da grande. Per il momento la cosa non la preoccupava, anche se i suoi genitori la chiamavano ogni due giorni dalla Cornovaglia per sapere come andavano le cose. Vicino a uno degli ingressi della London University c’era una panetteria che faceva dei sausage roll e dei pasty abbastanza decenti. Il concetto era semplice: butta roba dentro una tasca di pasta, metti tutto in forno e servi su un piattino di carta. Era economico, era gustoso e le ricordava alla lontana il cibo di casa. Be’, parecchio alla lontana, per lo più. In ogni caso, Charlotte andava a pranzare lì un paio di volte alla settimana. Fuori dalla panetteria c’erano dei tavoli di lagno muniti di panche e finché la stagione era decente mangiare all’aperto era piacevole. D’inverno uno doveva prendere il suo sausage roll e correre in un’aula vuota. Gli studenti della London University adoravano quel posto, motivo per cui i tavoli erano spesso occupati e bisognava condividerli. A Charlotte piaceva anche quello. Non era brava a conoscere nuove persone e quel posto l’aiutava a superare la timidezza. Il giorno in cui conobbe Mark era una giornata di metà settembre ancora tiepida. Charlotte prese la sua pasty, la sua bottiglietta di tè freddo e si guardò attorno cercando un posto dove sedersi. Individuò un tavolo occupato solo da due ragazzi. Uno lo conosceva di vista. Victor Weiss era difficile da non notare. Il suo amico stava parlando entusiasticamente di qualcosa sventolandogli davanti al naso un sausage roll. «Ehm... scusate. Posso sedermi qua?» chiese Charlotte, timidamente. L’amico di Weiss le puntò contro il suo wurstel. «Casualità o causalità?». Charlotte sbatté le palpebre un paio di volte. Poi stette al gioco. «Ehm, casualità, credo». «Ah!» fece il branditore di wurstel. L’altro, Weiss, sbuffò. «Natura o cultura?» le chiese. Charlotte diede un morso alla sua pasty. «Cultura. Cominciate sempre così le conversazioni, voi due?». Weiss non la ascoltò nemmeno. Si sporse sul tavolo verso il suo amico annuì con aria di ostentata superiorità. «Vedi? La gente pensa di preferire il caso, ma in realtà crede che possa venire imbrigliato con un artificio di qualche tipo». «Non era il mio punto». Weiss staccò con un morso la punta del suo sausage roll. «Non è mai il tuo punto. Sei contorto». Si voltò verso di lei. «Scusalo tanto. Io sono Victor, lui è Mark. Nella tua pasty c’è della cipolla?». «Credo di sì». «Ottimo! Ne vado a prendere una anch’io». Scivolò giù dalla panca e andò verso il forno. Charlotte si trovò da sola al tavolo con l’amico, Mark, che stava ancora fissando accigliato la punta del suo sausage roll. «È praticamente un barbaro. Be’, piacere. Tu hai un nome, presumo». «Già. Charlotte». «Ah, come Charlotte Moore Sitterly, bello». «Di solito dicono: come Charlotte Casiraghi. Chi sarebbe quest’altra Charlotte?». Mark sembrò passare sopra al fatto che il suo pranzo fosse stato parzialmente sbocconcellato da un altro e iniziò a mangiare il suo sausage roll. «Un’astronoma. I suoi studi sono stati fondamentali nello sviluppo della spettroscopia. Non conosco questa Casiraghi. È una pittrice?». «Eh?». In quel momento Victor tornò a sedersi. Aveva comprato direttamente degli anelli di cipolla fritti. «Scusa, che cosa hai appena detto?» fece, lanciando uno sguardo di compatimento al suo amico. Mark gonfiò le guance. «Lei si chiama Charlotte. Al tuo contrario, sono stato abbastanza educato da chiedere. Ovviamente ho pensato a Charlotte Moore Sitterly, ma a quando pare di solito alla gente viene in mente una certa Charlotte Casiraghi. Mi chiedevo se fosse una pittrice. La mia cultura umanistica fa cagare, lo so». Victor si infilò in bocca un anello di cipolla. «Veramente...» iniziò Charlotte, ma lui la fermò con un gesto. «No, aspetta un attimo. Come ci sei arrivato, Mark? Sono curioso. Che catena di deduzioni hai seguito per capire che Charlotte Casiraghi è una pittrice?». «Non lo è, vero?» sospirò Mark. «No» ammise Charlotte. «No» confermò Victor «ma spiegaci comunque perché l’hai ipotizzato». Mark fece un gesto vago nell’aria, quel che restava del sausage roll ancora in mano. «Mah, non so. Il cognome italiano sa di storia dell’arte. Come Rossetti. Come Picasso». Charlotte si mise a ridere. «Picasso era spagnolo» puntualizzò Victor. «E Dante Gabriel Rossetti era inglese» aggiunse lei. «Oh, cielo» fece Mark, in falsetto. «Sono imperdonabile. E questa Casiraghi? Sarà una modella, allora. O un’attrice...» Si voltò verso Charlotte e sgranò comicamente gli occhi. «O il nostro fottuto primo ministro!». Lei scoppiò a ridere e per la prima volta pensò che quel tizio lì, l’amico “brutto”, era un sacco carino. +++ Insomma, le piaceva. Dopo circa una settimana ne era sicura. Il giorno dopo la volta di Charlotte Casiraghi si erano rivisti per caso all’università. Lui e il suo amico l’avevano individuata in un cortile, l’avevano presa sottobraccio uno per lato e l’avevano costretta a seguirli fino a un laboratorio dove le avevano mostrato un pendolo. «Ci serve un parere femminile» aveva spiegato Mark. «Su un pendolo». «Su questo pendolo di Foucalt. Questo... attraente pendolo?» tentò Mark, speranzoso. «Ora... attraente». «Su questo pendolo un po’ freddino, a mio avviso, perché, vedi, la massa puntiforme che hai usato non ha quella ricca sfumatura color platino che lo renderebbe più affascinante agli occhi della tua professoressa» intervenne Victor. «L’estetica non conta» precisò Mark. «Allora non hai nessun bisogno di portarle l’oggetto in quanto tale. Portale i tuoi calcoli e basta. Per inciso, è un’idea un po’ puerile». «A me comunque piace» riuscì a dire Charlotte, facendosi forza. «Anche se non so di quale progetto si tratta, il fatto che ci sia un oggetto focalizza l’attenzione. Ma sull’aspetto ha ragione Victor. Quel pendente grigio non è un granché». «Non si chiama...» Victor gli tirò una gomitata. «Sì, okay» concluse Mark, borbottando. A Charlotte piaceva. Era alto, fin troppo snello e sicuramente parecchio pallido. Aveva uno di quei visi lunghi e pensosi, un viso da esistenzialista francese. E un accenno di rosso nei capelli castani che in alcuni momenti un raggio di sole sembrava incendiarli. La sua amica Andie si accorse che a pranzo si vedeva sempre con quei due, ora. «Ho una specie di cotta» spiegò Charlotte arrossendo come un’idiota. «Be’, è un sacco bello. Usciva con una pertica svedese – mi riferisco a un essere umano, purtroppo – ma credo che si siano lasciati. Se per caso hai successo probabilmente dovrai comprarti una pistola, dopo». «Eh, perché?». «Perché più o meno tutte le ragazze dell’università farebbero volentieri un giro su Victor Weiss e credo che lui lo sappia benissimo». Charlotte sgranò gli occhi e si mise a ridere. «Non hai capito. Mi piace Mark». Andie sembrò presa alla sprovvista. Aggrottò la fronte. «Ah. E sarebbe...» «L’altro. Quello brillante, sexy e con le palpebre all’ingiù». «Be’, allora non dovrebbero esserci problemi». +++ Il giorno dopo al tavolo fuori dalla panetteria c’era solo Mark. La vide arrivare e le fece un vago cenno di saluto, distogliendo lo sguardo dal libro che stava leggendo. Poi tornò a leggere. Poi mise proprio via del tutto il libro. «Ehi, ciao. Che fine ha fatto Vic?» chiese Charlotte, sedendosi con il suo piattino davanti. «Aveva degli impegni di natura imprecisata. O meglio, ho preferito che non precisasse: la mia autostima avrebbe potuto risentirne. È un problema?». Lei rise. «No, per niente. Perché dovrebbe essere un problema?». Mark le rivolse un sorriso sottile. «È una specie di costante matematica. Di solito è Vic quello che piace alle ragazze. Non in senso... cioè, anche in quel senso... ma credo che sia più che altro una questione di estetica. A me piacciono le masse puntiformi grigie, alle ragazze no». «Sinceramente dubito che alle ragazze piacciano le masse puntiformi in genere, Mark. Tranne alle fisiche, magari». Lui sollevò su di lei gli occhi color nocciola. «Già. Non ci avevo mai pensato. Che cosa piace alle ragazze, se non gli piacciono le masse puntiformi? No, anzi: che cosa piace a te?». Charlotte si mordicchiò il labbro inferiore. «A parte le gite in barca e il cibo, giusto?». «Boh». «I caratteri tipografici mobili in lega di piombo». Il viso di lui si illuminò. «Davvero? Non ne so niente. Sembra interessante». «Avrai sentito parlare di Gutemberg, no?». «Il cantante rap? Certo». Entrambi si misero a ridere. Charlotte continuò a singhiozzare come una scema per tre minuti abbondanti. Alla fine Mark le chiese: «Senti, perché non usciamo? Tu e io, intendo». Charlotte arrossì di colpo. «Cioè, come a dire...» «Posso portarti a mangiare da qualche parte, così faremo una cosa che ti piace: mangiare». «Messa così...» «E poi ti porto in un posto dove faremo qualcosa che piace a me: guardare il cielo». «Oh... okay». «Poi potremmo cercare qualcosa che piace a tutti e due». +++ Sopra le loro teste, tutto attorno a loro, un cielo blu scuro e punteggiato di stelle. Seduta accanto a Mark in uno dei sedili del planetario, Charlotte guardava a naso in su la volta celeste e si sentiva piena di una meraviglia ammirata simile a quella che doveva provare Mark. Lui non aveva detto niente. Non aveva fornito complicate spiegazioni, non aveva fatto battute, raccontato aneddoti o indicato le costellazioni una dopo l’altra. Avrebbe potuto farlo. Charlotte aveva ormai capito che non era il classico scienziato fuori dal mondo – anche se c’erano delle volte in cui la sua ignoranza sugli aspetti più frivoli della vita era ridicola – ma uno capace di spiazzarti, portarti dove voleva e probabilmente anche manipolarti. No, se Mark se ne restava in silenzio non era perché non sapesse che cosa dire, ma perché non voleva parlare in quel momento. Così anche Charlotte se ne restò in silenzio, il naso per aria, gli occhi che passavano da un quadrante all’altro di quel cielo infinito. Mark le passò un braccio attorno alle spalle, in silenzio, e a Charlotte sembrò che il cuore le sarebbe esploso nel petto. Attorno a sé sentiva il brusio educato delle persone, la voce che spiegava quello che stavano vedendo e una musica lontana, ma niente di tutto questo aveva importanza. Distolse gli occhi dal firmamento e guardò Mark. Lui le rivolse uno di quei suoi sorrisi veloci e pensierosi e si sporse per baciarla. +++ «Non ho fame» gli disse lei, quando uscirono dal planetario. Erano a Greenwich. Erano con la macchina di lui, anche perché lei non aveva la patente. E stavano camminando lungo il vialetto del parco che circondava il Royal Observatory allacciati per la vita. «Ne sono sollevato. Ho prenotato in un ristorante che posso permettermi a stento, usando casualmente un nome non mio». Lei rise. «Cioè? Avevi previsto tutto?». «No, anzi. Ma speravo che per un motivo o per l’altro non saremmo andati a cena lì. Non hai fame, quindi?». «Ho come un nodo allo stomaco. Che cosa stupida». Mark chinò la testa per baciarla di nuovo. A quel punto l’aveva fatto un po’ di volte e Charlotte aveva deciso che le piaceva moltissimo. «Beata te che somatizzi nello stomaco». «Perché, tu dove somatizzi?». Lui fece una mezza risata e non rispose. Lei arrossì. Ma ovviamente... ovviamente ci aveva pensato anche lei. In realtà ci pensava già da qualche giorno. A come potesse essere lui a letto. A come fosse da nudo. Al modo in cui avrebbe potuto toccarla, al suono che avrebbero potuto avere i suoi gemiti, alla sensazione che avrebbe potuto provare se lui l’avesse penetrata. «Non ti ho mai chiesto dove vivi» disse, sentendosi percorrere da un brivido caldo. «Studentato. I miei stanno vicino a Heathrow, ma ho vinto una borsa». «Mh, wow. Be’, io in una doppia a Poplar, in un appartamento con altre due ragazze». «Sembra interessante» sorrise lui. Lei ci rifletté per qualche secondo. «Potrei cacciare Andie» concluse. Mark si mise a ridere. «Sembra uno spreco. Ho già cacciato il mio compagno di stanza». Charlotte si sentì arrossire. «Già, be’... uhm...» Lui rise di nuovo. «Non dico che dovremmo andare lì e darci dentro come conigli. Dico solo che il mio compagno di stanza è stato allontanato con la forza, quindi possiamo anche andare lì e guardarci un film». Lei sospirò. «Potrebbe essere quella la cosa che piace a tutti e due: cinema». «È piuttosto probabile» rispose Mark, con un guizzo divertito nello sguardo. +++ Del film videro circa cinque minuti. Cinque minuti del vecchio classico Blade Runner, giusto la scena iniziale con la macchina volante che sfreccia sopra una Los Angeles nera e fiammeggiante. Erano seduti sul letto di Mark e la sua stanza allo studentato era fin troppo ordinata. Charlotte si chiese se l’avesse messa in ordine in previsione di quel momento o se sia lui che il suo compagno fossero due perfettini. Stava pensando confusamente che Mark non lo sembrava quando lui tornò a baciarla. La piccola televisione mandava lampi bluastri e rossi e la mano di Mark si strinse sulla sua vita. Charlotte rispose al bacio e lo spinse giù, sul materasso. Gli si sdraiò sopra, continuando a baciarlo. La lingua di lui accarezzò la sua con urgenza sempre maggiore, mentre le sue mani le si posarono sul culo. Charlene chiuse gli occhi e sospirò. Dio, quanto stava bene... Gli sfilò il maglione leggero. Mark ricambiò. Le palpò le tette con troppa forza, facendole emette un gemito di dolore. «Oh, scusa» borbottò. Le slacciò la camicia e le infilò le mani nel reggiseno. «Così va meglio». Lei rise. Gli si strofinò sul pacco per vedere com’era la situazione. Non riusciva più ad aspettare. Voleva venire al dunque. Non le importava che fosse il sesso più incredibile della sua vita, voleva solo sentirsi Mark dentro. Lui sembrava della stessa opinione. Si allungò verso il comodino e tirò fuori una scatola di preservativi. Ne prese uno e mollò la bustina sul letto accanto a loro. Poi le slacciò i pantaloni. Charlotte sentì di nuovo le sue mani sul culo e iniziò ad ansimare. Si liberò dei pantaloni. Armeggiò con la chiusura di quelli di lui mentre Mark si sfilava le scarpe. Di nuovo gli si strofinò sul pacco. Ora li separavano solo due strati di stoffa: quello inconsistente degli slip di lei e quello sottile dei boxer di lui. Al di sotto Charlotte percepiva la forma del suo uccello, duro e schiacciato contro la sua pancia. E poi... tutto il resto di Mark. Pelle pallida e muscoli sottili, la peluria morbida del petto, la pancia piatta e dura... Lui le infilò una mano negli slip e le accarezzò la fichetta. Dovette sentire i suoi riccioli bagnati e la fessura scivolosa tra le grandi labbra, il cappuccio del clitoride, che iniziò a toccare... Charlotte gemette di piacere e si mise a quattro zampe sopra di lui. Gli sfilò i boxer e vide la sua erezione. Le sembrò che avesse il cazzo grande e con una leggera curva a destra, ma non riuscì a osservarlo per bene, perché Mark la rivoltò e le salì sopra. Prese la bustina del preservativo e la strappò. Si insacchettò con calma, guardandola in faccia. Le sfilò gli slip e le allargò le cosce con le mani. La guardò tra le gambe e le allargò anche le grandi labbra. Quel gesto portò Charlotte vicina all’orgasmo. L’idea che lui la stesse guardando nel suo punto più intimo... E poi, finalmente, sentì la punta del suo uccello che spingeva per entrarle nella passerina. Era così bagnata, così eccitata, così fremente... Iniziò a gemere ancora prima che lui le fosse tutto dentro. Strizzò gli occhi, contraendosi attorno a quel randello di carne dura, sentendone le dimensioni con la fica. Lui le arrivò in fondo e premette sulla sua cervice. Si stese su di lei, la baciò ancora... Fu lui a strusciarsi su di lei, a quel punto. Ogni affondo una pressione strascicata sul clitoride. A ogni affondo la sensazione di essere piena di lui, di non avere più un millimetro libero. E il modo in cui si muoveva... quell’uccello così duro... i suoi ansiti, mentre la montava sempre più in fretta. «Amore...» le disse, cercando le sue tette con la bocca. «Amore... sto per esplodere...» Anche Charlotte. Il sesso iniziò a pulsarle e i suoi umori sembrano tracimare. Rivoltò la testa e gemette forte, mentre lui la infilzava sempre più in fretta. L’orgasmo la inondò, le incendiò il sesso come lava liquida, la fece godere a voce alta. Il piacere la scosse e la riempì. Quando fu passato si rese conto di essere aggrappata alle spalle di Mark e che lui stava dando le ultime deboli spinte dopo essere venuto. Lui si sfilò mentre lei cercava ancora di riprendere fiato, si sfilò il preservativo e ci fece un nodo. Poi barcollò fino al cestino della carta straccia e ce lo buttò. Si lasciò praticamente cadere di nuovo sul letto. Strinse Charlotte a sé e le baciò le tette. «Sei bella come una notte stellata» le disse. Lei gli si strinse contro e pensò che avrebbe potuto restare così per sempre.
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