CAPITOLO 5

1850 Words
CAPITOLO 5 MARRI (CS) 9 MAGGIO 2018 Con un calcio spalancò lo sportello della sua automobile che protestò con un cigolio. Uscì dall’abitacolo dimenticandosi le chiavi attaccate al cruscotto. Richiuse la portiera spingendola e si diresse barcollando verso casa. Gaetano Ascioti era ubriaco, come accadeva quasi ogni sera. Era stato nel solito bar di San Benedetto Ullano, il paese confinante, e lì aveva seguito il suo rituale collaudato: inizio con un paio di birre medie doppio malto e conclusione con una quantità indefinita di superalcolici. Era già stato un miracolo che fosse tornato a casa sano e salvo. In realtà, sano era una parola grossa, con i problemi con l’alcol che aveva. Si fermò davanti al portone di casa e recuperò le chiavi da una tasca del pantalone. Dopo diversi tentativi a vuoto riuscì a inserire quella giusta nella toppa. Accompagnò la riuscita dell’operazione con un sonoro rutto. Con passo malfermo entrò in casa e appoggiò le chiavi su un mobiletto davanti all’ingresso. In una cornice d’argento c’era una fotografia di sua moglie Anna e di suo figlio Giuseppe all’età di quattro anni. Si soffermò per un attimo a osservarla, nonostante la sua vista fosse piuttosto annebbiata. Per un attimo gli vennero in mente i bei momenti che avevano passato insieme. A quel tempo il suo vizio per l’alcol non era ancora così accentuato. Viveva ancora felice con la famiglia in provincia di Milano. Poi le cose erano peggiorate. Tornava a casa tardi ubriaco marcio, saltava il lavoro in fabbrica e picchiava sua moglie. La donna aveva resistito con coraggio, tentando di aiutarlo, senza però riuscire a fare nessun progresso. Il punto di non ritorno era stato quando aveva colpito suo figlio con un violento manrovescio per un motivo che neanche ricordava. In nove anni era la prima volta che succedeva. Anna aveva chiesto la separazione senza che lui opponesse resistenza. Era consapevole che stava solo facendo del male alla sua famiglia. Si era trasferito in un monolocale in affitto per qualche tempo. Pochi mesi dopo era riuscito anche a perdere il lavoro. Senza soldi, aveva preso la decisione di tornare in Calabria per andare a vivere dalla madre. La donna era morta alcuni mesi dopo il suo ritorno. Proseguì verso la cucina, aveva bisogno di bere un po’ di acqua. Urtò uno sgabello facendolo cadere a terra. “Porca puttana!” imprecò. Raggiunse il frigorifero e tirò fuori una bottiglia d’acqua fresca. Ne svuotò metà, rovesciandosene addosso una generosa quantità. Appoggiò la bottiglia sul tavolo e si diresse verso il salotto. Non aveva la forza di salire al secondo piano per andare in camera da letto. Individuò il divano e ci si buttò sopra a pancia in giù. In meno di un minuto si addormentò. Tre figure sbucarono fuori da dietro un gruppo di alberi poco distante dalla casa di Ascioti. Uno di loro portava un borsone a tracolla. Avanzarono a passo svelto verso la porta d’ingresso. Jama estrasse un kit da scasso e iniziò a lavorare la serratura. Bilal rimase a guardarsi intorno. Nelle immediate vicinanze si trovava soltanto un’altra casa. Aveva scoperto che ci abitava un’anziana vedova, all’una di notte doveva essere sicuramente a dormire. Non era molto felice di entrare in un’abitazione privata ma non aveva scelta. Nell’ultima settimana Ascioti non si era allontanato dal piccolo paese se non per andare a ubriacarsi la sera. Rapirlo per la strada, caratterizzata da diverse curve, sarebbe stato troppo rischioso. Bilal non voleva rischiare di ammazzarlo prima del tempo. Aveva optato per entrare in casa sua ed eseguire la condanna a morte sul posto. La serratura cedette alle attenzioni di Jama con un leggero schiocco. I tre uomini si intrufolarono all’interno della casa. La signora Capparelli aveva paura dei ladri. Nell’ultimo mese in zona si era registrata già una decina di furti in casa. Sembrava che gli autori fossero una banda specializzata. Le forze dell’ordine non erano ancora riuscite ad arrestare nessuno, né a trovare indizi. Addolorata Capparelli viveva sola da quando suo marito era morto sei anni prima. Temeva che prima o poi la banda di ladri si sarebbe fatta viva, per quel motivo non riusciva più a dormire durante la notte. Rimaneva sveglia davanti alla finestra, pronta a scorgere il minimo segno di pericolo. Accanto a lei era appoggiato il vecchio fucile da caccia del defunto marito. Sapeva usarlo bene, guai a chi si fosse permesso di entrare in casa sua. Poco prima aveva visto rientrare il figlio della signora Santoro, con la quale era stata molto amica. Non le piaceva per niente quell’uomo. Come al solito, era ritornato a casa in piena notte, completamente ubriaco. Tutti in paese sapevano che non aveva lavoro. Viveva alla giornata, sperperando i pochi soldi che sua madre era riuscita a mettere da parte con grandi sacrifici. Qualcuno sosteneva che, per guadagnare qualche cosa, si fosse immischiato nel giro della droga. Lei non sapeva se fosse vero, in ogni caso evitava di dare troppa confidenza. All’improvviso scorse tre figure sbucare da un gruppo di alberi. Li vide dirigersi verso casa di fronte. Erano loro, la banda di ladri! Senza smettere di osservare la scena, compose il 112 sul telefono cordless che aveva accanto a sé. Mentre attendeva di prendere la linea, vide i tre uomini entrare in casa. Se i Carabinieri si fossero sbrigati, questa volta avrebbero catturato quei maledetti ladri. Non ci volle molto per trovare Ascioti sdraiato sul divano. “Di là” ordinò Bilal indicando il tavolo della cucina. Jama e Salad afferrarono Ascioti e lo sollevarono dal divano. Era talmente ubriaco che non si svegliò nemmeno. Lo portarono in cucina e lo misero a sedere su una delle sedie. Solo in quel momento l’uomo aprì gli occhi. “Che cosa succede?” farfugliò. Con calma, Bilal appoggiò il borsone sul tavolo e lo aprì. Tirò fuori un fazzoletto che consegnò a Salad. Il collaboratore lo utilizzò subito per imbavagliare la vittima mentre Jama la teneva ben ferma. Bilal recuperò anche un pesante martello e una serie di picchetti in ferro dalla punta acuminata. Salad posizionò il dorso della mano sinistra di Ascioti sul tavolo. Bilal appoggiò la punta del picchetto sul palmo e calò il martello. Il metallo forò la carne e andò a intaccare il legno. Ascioti tentò di dimenarsi ma non riuscì. Il suo urlo di dolore fu soffocato dal fazzoletto. Ancora un paio di martellate e il paletto si conficcò nel tavolo. Lo stesso trattamento fu riservato alla mano destra del malcapitato. Dopo l’ultimo colpo Jama e Salad lasciarono la presa, ormai Ascioti era immobilizzato. Bilal frugò in alcuni cassetti e trovò un coltello da cucina adatto per tagliare la carne. Prese una sedia e si sedette a fianco dell’italiano. “Penso che tua ubriacatura passata. Così noi parliamo” disse accavallando una gamba sull’altra. Toccò la punta del coltello con un dito. “Ora io tolgo bavaglio ma tu non urla. Se tu urla io taglio gola. Capito?” Ascioti fece un cenno affermativo con la testa. I capelli, portati lunghi fino al collo, erano appiccicati alla fronte madida di sudore. Il dolore alle mani era insopportabile. Jama slegò il fazzoletto. “Chi siete?” “Oh, fate tutti stessa domanda.” “Tutti chi?” “Ecco, questa è domanda nuova. Sto parlando di tuoi compagni soldati.” “Ma che stai dicendo? Io non sono un militare.” “Io so questo ma tu fatto soldato, molti anni fa.” “Ah, intendi la missione in Somalia.” “Esatto. Vede che tu capito? Tu ricorda episodio particolare di missione in Somalia?” Ascioti era ancora mezzo sbronzo ma non era stupido. Aveva compreso bene dove voleva andare a parare lo sconosciuto. Fece un respiro per resistere al forte dolore che gli attraversava le braccia. “Vuoi che ti parli della donna violentata?” “Sì, parlami di donna.” “Avete già trovato qualcuno dei miei commilitoni?” “Conosciuto Andrea Visentin e Savino Serio. “Cazzo!” imprecò Ascioti. “Li avete uccisi?” Bilal esibì un sorriso sornione. “Tu non legge molto giornali, vero?” “Cazzo, cazzo!” “Allora tu parla?” “Senti, io non c’entro niente in questa storia. Stavo solo eseguendo gli ordini.” “Sì, sì. Ordini, soltanto ordini.” Le due automobili dei Carabinieri si stavano avvicinando veloci verso la casa dove era stata segnalata l’effrazione. Il brigadiere Martino, a bordo del primo veicolo, aveva ordinato di procedere a sirene spente. Se si trattava davvero della banda di ladri che stava cercando, non voleva correre il rischio di avvisarli del suo arrivo. Questa volta li voleva prendere a tutti i costi. “Svolta a destra, siamo arrivati” ordinò all’autista. L’appuntato Barbuto eseguì senza replicare. Fermarono le volanti accanto a un’utilitaria grigia. Scesero quattro carabinieri con le pistole Beretta 92 in pugno. “Voi due andate sul retro. Io e Barbuto entriamo dall’ingresso principale.” “Comandi, brigadiere!” Due carabinieri aggirarono l’abitazione camminando bassi mentre i colleghi li coprivano con le pistole, mantenendosi dietro una delle auto. “Brigadiere, questa volta li prendiamo, vero?” “Lo volesse il cielo, Barbuto. In ogni caso facciamo attenzione.” “Bilal, abbiamo visite” informò Jama che sorvegliava l’ingresso da una finestra. “Chi?” “Carabinieri.” “Dannazione! Dobbiamo andare via di qua.” Ascioti non capiva il somalo ma la parola “Carabinieri” la conosceva benissimo. Caricò i polmoni d’aria e urlò più forte che poteva. Bilal, colto alla sprovvista, reagì impugnando il coltello da cucina. Con un movimento rapido lo conficcò nella gola di Ascioti. La lama penetrò nella carne con facilità. L’italiano si sarebbe portato le mani sulla ferita, se non fossero state inchiodate al tavolo. Cercò di respirare mentre il sangue cominciava a zampillare fuori dallo squarcio. “Ha sentito?” chiese l’appuntato Barbuto. “Era un urlo.” “Dobbiamo entrare prima che sia troppo tardi.” “Ok, vado avanti io. Tu coprimi.” I tre somali impugnarono le pistole e uscirono dalla porta sul retro. Si ritrovarono in un cortile circondato da una bassa recinzione metallica. In fondo si trovava un capanno degli attrezzi in lamiera. Scavalcarono rapidi la recinzione. Non rimaneva che darsi alla fuga scendendo per una scarpata. Si sarebbero dileguati nella notte. “Gettate le armi!” Due carabinieri li tenevano sotto tiro con le pistole. Senza esitare, Bilal sparò una serie di colpi verso uno dei due. Con un po’ di fortuna riuscì a centrargli il cuore. L’altro carabiniere si abbassò dietro un albero. “Salad, coprici!”ordinò Bilal. Il somalo obbedì tenendo sotto pressione il superstite. “Sparano dietro la casa!” “Raggiungiamoli.” Martino e Barbuto lasciarono perdere l’irruzione nella casa. Si precipitarono sul retro. Uno dei colleghi stava rispondendo al fuoco mentre l’altro era a terra. “Salad, arretra, ti copriamo noi!”urlò Bilal. Martino intravide una figura che si voltava verso la scarpata. Riuscì a sparare qualche colpo prima di dover trovare riparo. Salad venne colpito al gluteo sinistro. L’arma gli scivolò dalle mani finendo lontana da lui. “Hanno beccato Salad!” esclamò Jama. “Non possiamo fare niente per lui.” Era impossibile avvicinarsi al compagno senza essere impallinati dai carabinieri. Senza contare che si sentiva il suono di sirene in avvicinamento. I rinforzi stavano arrivando. “Andiamo via!” I due somali si voltarono e sparirono nell’oscurità. “Brigadiere, stanno scappando. Li inseguiamo?” “No, è troppo rischioso. Al buio potrebbero tenderci un agguato. Catturate quello che abbiamo colpito. Io mi occupo di Lolzi.” Martino raggiunse il collega a terra. Non ci volle molto per capire che era morto. L’appuntato Barbuto e l’altro carabiniere si avvicinarono con cautela al somalo a terra. Stava tentando di alzarsi, nonostante la ferita. “Non muoverti o sei un uomo morto” lo avvisò Barbuto. Salad sapeva che era meglio fare come diceva. Si lasciò ammanettare senza opporre resistenza. Altre due volanti raggiunsero il luogo della sparatoria insieme a un’ambulanza. In breve tempo un gruppo di abitanti si riunì per capire cosa fosse successo. Arrivò anche il maresciallo che comandava la stazione. “Maresciallo, venga a vedere” lo chiamò Martino dall’interno della casa. Il maresciallo entrò, scortato da un altro carabiniere. “Buon Dio!” esclamò facendosi il segno della croce. “Dio si è dimenticato di questo povero cristiano.” Il corpo di Ascioti era accasciato sul tavolo lordo di sangue. “Per quale motivo l’hanno ridotto così?” domandò il maresciallo senza rivolgersi a nessuno in particolare. “Non saprei ma di una cosa sono sicuro: questi non sono i ladri che cercavamo.”
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD