IV-2

2561 Words
C’era un nesso fra le foto, il racconto di Paula e quello del don? Globalizzazione e territorio indigeno erano l’altra questione. Un equilibrio rotto. Nella sua diocesi vi erano circa 2000 indios in riserva indigena. Don Piero fece una pausa, bevve una sorsata golosa di aranciata e continuò “La criminalità organizzata, negli ultimi due anni è aumentata molto e la mafia si è radicata. Prima accennavo ai possessi agrari. Questi hanno possedimenti in Amazzonia e vengono a registrarli da noi. Credo siano le prime radici, che la mafia mette per appropriarsi di un territorio, per speculare. Arrivano e aiutano, ma schiavizzano; questi dicono ‘il governo non ci da niente, mentre questa gente, ci da lavoro, ci dà da mangiare, anche se poi, il “lavoro” è illegale”. Una delle grosse carenze secondo don Piero era l’assenza di una politica agraria “Diciotto anni fa è iniziato il discorso del possesso, non proprietà, di appezzamenti di terreno. Nel 1985 nel nostro comune risultavano un milione di ettari di terreno dichiarati in possesso di un certo numero di agricoltori. Tra questi, vi erano anche due italiani. Due torinesi. I nomi non li conosco. Tutti questi ettari, in realtà non si trovano nel territorio, ma in altre zone come la Foresta Amazzonica. Un notaio compiacente registrava queste terre, per soldi. E’ stato scoperto perché ha registrato delle terre indigene. Fu arrestato e mentre era in attesa del processo si suicidò”, don Piero tacque e si guardò intorno come un bravo scolaretto quando ha finito di fare i compiti e si sta concentrando per essere sicuro di aver fatto tutto. “Che stupido!” disse dandosi una manata sulla fronte. “Le ho raccontato il mio Brasile e non le ho detto niente di Marco. Sono proprio diventato vecchio. Con Marco parlavamo spesso dei bambini, in particolare dei due che aveva adottato lui, Andrea ed Elena. Parlavamo dei possessi agrari e delle p********e. Non mi fraintenda, non in modo goliardico. Io sono un prete. Nel nostro paese c’era una casa di tolleranza, che si chiamava da Madame Roxy. Marco me ne aveva parlato e mi aveva chiesto di aiutare la donna e le sue ragazze a cambiare vita. Ho cercato di aiutarle e ci stavo quasi per riuscire…” Paolo lo guardò con aria interrogativa. Il missionario aggiunse “Madame Roxy aveva deciso di chiudere bottega. Per l’occasione aveva organizzato una gran festa d’addio. Ma la festa non ci fu mai, perché qualche ora prima, mentre tutte dormivano qualcuno appiccò il fuoco, che distrusse tutto. Morirono nel rogo. Tranne quattro ragazze, tre transessuali e una donna, che avevano lasciato la casa”. Paolo guardò l’ora. Quasi le otto. In mezz’ora avrebbe dovuto essere al ristorante con Massimo e chissà se il don aveva finito o no? Padre Piero lo guardò con i suoi occhi luminosi “Non mi viene in mente altro. Le lascio i numeri della missione, del cellulare e della casa madre. Se avrà bisogno di qualcosa me lo faccia sapere. Adesso devo proprio scappare”. Paolo gli domandò se poteva accompagnarlo e lui accettò dicendo che non si districava troppo bene a girare per Torino. Ormai, era uno straniero in quella grande città. Paolo accompagnò il missionario in casa madre che era dalla parte opposta al ristorante. Saettò come un pazzo per la città arrivando con venti minuti di ritardo all’appuntamento. “Non ti preoccupare. Con il tuo lavoro, immagino che gli orari non possano essere precisi”. A tavola nell’elegante sala con un barbaresco d’annata da gustare, si misero a chiacchierare. “Bisognerebbe organizzarne un’altra” disse Massimo, “Con tutti quanti, anche le quattro. Mi piacerebbe rivederle. Torneranno qualche volta? ”, “Credo di si. Paolo… finiamola di girarci intorno. Non mi hai invitato a cena per parlare di stronzate. Tu vuoi sapere della Nivica. Chiedimi quello che vuoi. Ok?”. Paolo rimase sbalordito, non gli era passato per l’anticamera del cervello di domandargli qualcosa della Nivica. Massimo lesse lo stupore negli occhi di Paolo e continuò “Lo so che stai indagando sulla formula. La tua indagine a Baden era una balla. Ce ne ha parlato Mirella. Lo so che sono indagini top secret. Capisci? Dopo che ci siamo incontrati in aeroporto sono andato in azienda e là ho incontrato Mirella ed Alberto, a cui ho raccontato del nostro incontro. Lei si è messa a ridere e ha detto che probabilmente stavi indagando per conto della società. Allora, cosa vuoi sapere?”, Paolo deglutì, cercando di ritrovare un po’ di voce. Trascorsero alcuni secondi, in cui sentiva la gola secca e la lingua irrigidita, prima di riuscire a parlare “A carte scoperte. Sto indagando per conto della Nivica. Vorrei informazioni, come dire, confidenziali, su Bauer, Zimmer e Zolder. Cosa sai di loro?” “Zimmer è un uomo tutto d’un pezzo. Sposato, un figlio laureato e impiegato in una delle aziende dei Bauer, in Svezia, dove vive con la moglie. Zolder è un ambizioso, un arrivista, è disposto a tutto per i suoi obiettivi. Troppo pericoloso per essere coinvolto in faccende delicate. Alberto lo conosci e puoi parlarci direttamente. Infine, Bauer. Il maggior azionista, schifosamente ricco. La figlia è fidanzata con Zolder, il figlio è un filosofo, una specie di asceta. La moglie è una donna annoiata che passa dalle braccia di un amante all’altro. Il fratello vive in sud America e dirige una compagnia petrolifera, di cui Bauer è socio minoritario. La sorella è sposata con un banchiere”, “Tu hai conosciuto John Smith?”, “Era taciturno. Evitava di socializzare, come se si nascondesse”, “Ora cambiamo argomento”, Paolo aveva spiazzato Massimo che non capiva come mai troncasse così la conversazione sulla Nivica. Ne approfittò per parlare di Marco, lo faceva ogni volta che poteva. A Paolo non sembrò vero. Finalmente. “Della morte di Marco, si è saputo qualcosa di nuovo? Ti sarai fatto un’opinione sulla vicenda. Che ne pensi?”, “Sarà andato a rompere le balle a qualcuno che si è incazzato e lo ha fatto fuori”, “Brillante deduzione. Era un giornalista d’assalto, ficcava il naso nelle questioni politiche ed economiche ad alto livello. Ti dirò che opinione mi sono fatto io. Ha scoperto qualche intrallazzo che dall’Europa gestivano con prestanome prezzolati…”, “Tipo?”, “Concussioni, collusioni, connessioni fra alta finanza e criminalità organizzata, magari con l’appoggio di qualche innominabile…”, “Hai una fantasia da scrittore”, “Ho paura a parlare in modo esplicito. Non mi è chiaro da che parte stai tu…”, Paolo trasalì a sentirsi accusare “Cosa stai insinuando?”, “Non insinuo e non sono stupido. Non ti sono mai stato simpatico. Non negare perché me ne sono accorto. Ora, mi inviti a cena, noi due soli per parlare del più e del meno. Giri intorno alle questioni. Cosa dovrei pensare? Vuoi sapere qualcosa e speri io vada sul discorso ….”, “Volevo parlare in via informale della Nivica. - mentì Paolo – Quanto al discorso di Marco, non so niente, per questo non mi sbilancio. Puzza anche a me tutta la storia. Se non ti fidi possiamo concludere qui; ma se sai qualcosa e vuoi parlarne, posso consigliarti. Fai tu”, “Ho sentito qualcosa alla Nivica. Una sera dopo una riunione fiume, poco dopo mezzanotte, non che fosse una cosa insolita. Stavo per uscire, quando mi sono accorto di aver dimenticato la valigetta. Sono tornato in sala riunioni per prenderla. Tutti gli uffici erano bui, ma dalla porta di Bauer filtrava una luce. Pensai ci fosse lui. E’ di quelli che non rimandano a domani quello che si può fare oggi. Ad un certo punto ho sentito una voce alterarsi, non era di Bauer, anche se molto simile. In tedesco diceva a non so chi che non poteva presentarsi lì, che qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo. L’altra persona non ha mai alzato la voce e anche il tedesco ha smesso di gridare. Io sono entrato in sala riunioni ho preso la valigetta e stavo per uscire, quando ho sentito la porta dell’ufficio di Bauer aprirsi. Istintivamente mi sono nascosto. Ho avuto paura. Sono rimasto non so per quanto appiattito contro il muro quasi senza respirare, mentre i tre passavano davanti alla sala, continuando a parlare. Uno era Bauer, l’altro il fratello che vive in Brasile, e il terzo, ma non ci giurerei, qualcuno che conosco, ma non sono riuscito a capire chi. Sono rimasto lassù per più di un’ora, paralizzato dalla paura. Verso l’una e un quarto mi sono deciso a scendere, sperando se ne fossero andati. Non c’era più nessuno. Solo la mia auto nel piazzale. Così decisi di lasciarla e presi un taxi. Il giorno seguente, quando arrivai in azienda il fratello di Bauer, ufficialmente sbarcato a Zurigo un paio di ore prima, era già lì. Immaginai che aver visto la mia auto nel piazzale allo stesso posto provasse che ero andato via con gli altri”. Paolo rimase in silenzio, quest’altra notizia era enorme. Nel piatto adesso c’era troppo. A lui toccava il compito di togliere il superfluo e tenere il buono. “Devi fare molta attenzione. Evita di restare solo in azienda o con chi non conosci bene. Potresti essere in pericolo. Vai alla prossima riunione, poi per un po’ evita. Non parlare più di Marco. Qualcuno potrebbe pensare che sai più di quanto dici. Questa è l’impressione che dai a me….”. Massimo ci pensò qualche secondo e aggiunse “Durante quella conversazione, il fratello di Bauer ha fatto il nome di Marco più di una volta”, “Quando torni in Svizzera?”, “Per la riunione di fine anno, intorno al venti dicembre. Prima sarò in giro per l’Italia. Facciamo quattro riunioni plenarie all’anno. A febbraio, maggio, luglio e dicembre. Ci sono riunioni mensili, a cui partecipano solo i commerciali, inclusa Mirella. Questa era straordinaria, per via del furto”. “Non tornare a Zurigo per nessun motivo. A dicembre ci sarò anch’io. D’accordo?” “Okay” sorrise Massimo, con il suo modo di fare da ragazzone di campagna mai cresciuto del tutto e a bruciapelo gli chiese “Ma perché ti stavo tanto sul culo una volta?”, “Avevi sposato Giuliana”, “Eri innamorato di lei?”, “Molto”. Mezzanotte. Finalmente, varcava la soglia di casa. Non gli sembrò vero che quella interminabile giornata fosse finita. Invece no... Non appena richiusa la porta sentì sotto la suola un pezzo di carta. Una busta che qualcuno aveva infilato sotto la porta come nei thriller di quart’ordine. Ecco cosa mancava per concludere in bellezza! Una lettera sotto la porta, lasciata da chissà chi. Non gli restava che aprirla. Ma non ne aveva nessuna voglia. Si versò da bere e poi si decise. Poche righe in cui la portinaia lo salutava e gli lasciava il suo nuovo recapito in caso di bisogno. Le avevano fatto un’offerta di tutto rispetto e l’avrebbe sostituita suo fratello, un signore sulla sessantina, con cui i condomini si sarebbero trovati benissimo. Salutava dispiaciuta di non poterlo fare di persona. Paolo scoppiò a ridere come un matto. Così assorbito dai suoi casi dimenticava le cose semplici del vivere quotidiano. Andò a dormire e sprofondò in un sonno pesante e ristoratore non appena appoggiò la testa sul cuscino. Si svegliò con la mente libera e si sentì vagamente felice. Non sapeva nemmeno lui perché, ma era da tanto che non succedeva. E se il buongiorno si vede dal mattino… Aprì il frigo per fare colazione. Vuoto. Si fece la doccia ed uscì. Nel bar all’angolo fece colazione. Indugiava. Prendeva tutto con una calma esagerata. In strada si fermò a guardare il cielo azzurro e limpido, neanche una nuvola. Il sole brillava come non mai. Respirava l’aria tersa e pulita a pieni polmoni. Solo il freddo pungente gli ricordò che era il giorno di Ognissanti. Strana giornata. Per tutto ottobre c’era stato brutto tempo, con nebbia e pioggia, poi, il 1 novembre, una stupenda giornata di sole. Salì in auto e si diresse al paese. Si fermò nel grande parcheggio sterrato, pieno di macchine. L’ultima volta era stato lì per Marco. C’era molta gente anche quel giorno, ma non quanta adesso. Si incamminò per la stradina verso l’ingresso del piccolo cimitero, affollata come le vie del centro. Incontrò un paio di anziane signore, che chiesero di salutare i suoi genitori e gli raccomandarono di sposarsi e fare figli, che sono l’unica cosa che veramente conta. Salutò altri conoscenti prima di varcare le mura che proteggono il riposo eterno degli ospiti. Raggiunse la tomba dei De Kren. Lustra e addobbata con eleganza. Dalla lapide, Marco mostrava il suo sorriso, quello con qualcosa in più. Com’era possibile che uno in gamba come lui, con la sua esperienza, si fosse fatto fregare in modo tanto stupido? E dire che ne aveva passati di momenti difficili nelle dittature in America Latina. Non riusciva a crederci. La mia mano sulla sua spalla interruppe il corso dei suoi pensieri “Ciao. Non pensavo di trovarti qui”. “Come stai, Elena?”, “Tutto sommato abbastanza bene. E tu?”, “Non c’è male. Lavoro, impegni, mai un attimo di pace”, “Sei qui da sola?”, “Si. Perché?”, “Se ti invito a pranzo e facciamo due chiacchiere? Che ne pensi?”, Sedemmo ad un tavolo vicino alla finestra. Le colline ondeggianti come un mare giallo striato di rosso e marrone nel cuore di un autunno strano promettevano buon vino. “Dovremmo fare un’altra rimpatriata, con tutti. Mi piacerebbe rivedere quelle quattro matte”, “Roberta e Angela credo potrei rintracciarle. Almeno telefonicamente. Ne parlavo con Mirella, proprio un paio di giorni fa. Elisa e Giuditta non saprei …”, “Siete di nuovo in contatto?”, “Ci troviamo una volta alla settimana. Pensavamo di organizzare una cena con tutte le ragazze. Anche Roberta e Angela, che secondo Mirella tornano a Torino due o tre volte all’anno. Immagino anche le altre …”, “Organizziamo una cena tutti insieme, prima di Natale. Pensateci tu e Mirella a contattare tutti. Di Elisa e Giuditta me ne occupo io”, concluse Paolo. Nelle Langhe, l’antipasto prevede almeno cinque piatti e in autunno, con le trifule, non mancano tagliolini all’uovo fatti a mano con il sugo d’arrosto e tartufo grattugiato. “Dimmi di te. Sei a Torino o continui ad andare a Parigi?”, “Fino a dicembre. Non ho rinnovato il contratto. Ho accettato una proposta nuova. Un network italiano mi ha proposto un programma di costume e folklore. Una nuova produzione. Per lanciarlo vogliono un nome di richiamo. Andrà in onda a marzo. Tutti i giovedì sera, in prima serata. Gireremo il mondo per raccontare la gente e il loro modo di vivere …”, “Hai gli occhi che brillano. Questo progetto ti riempie di entusiasmo”. Terminato il pranzo, Paolo tornò a Torino. Doveva passare in agenzia a prendere ciò che gli serviva per il viaggio in Brasile. Trovò tutto ordinatamente disposto sulla scrivania della segretaria, su ciascun plico un foglietto di appunti lo guidava in quella selva di carte. La sintesi dei giornali era racchiusa in una cinquantina di pagine, la relazione sulle concessioni altrettanto. Avrebbe avuto tutto il tempo di leggerle durante il viaggio, almeno dodici ore di volo senza contare gli scali. Prese tutto, compresi biglietti e prenotazioni, per lui e per Claudio. Mise tutto nella valigetta. Aggiunse portatile, macchina fotografica, telecamera, registratore e pistola. Non si sa mai. La portava raramente. Ma in questa occasione poteva servire. Chiuse e mise i biglietti in tasca. Riaprì il pacco portato da Paula, da cui estrasse il diario scritto da Marco. Lo infilò in valigetta ed uscì. Doveva fare la valigia e aveva ancora un po’ di tempo prima di andare dai De Kren. Posò la valigetta nell’ingresso e si diresse in salotto. Un po’ di musica, qualcosa da bere e si sedette in poltrona assaporando la beatitudine che dal mattino lo pervadeva e ancora non lo aveva abbandonato. Fumò una sigaretta, lentamente, espirando cerchi di fumo con soddisfazione. Guardò l’ora e si convinse a fare la valigia. Non ci mise molto. Trovò tutto sistemato dalla colf. Non doveva far altro che prendere e mettere in valigia. C’era tutto. Si, poteva chiudere. All’appuntamento mancava ancora circa un’ora e di strada non ne aveva molta. Prese il moleskin e cominciò a scrivere. Doveva riordinare le idee. Scrivere in ordine cronologico i fatti, di questo caso e dell’altro, separatamente. Quindi le persone che incrociavano i due casi. Una sintesi chiara per non perdersi nella confusione e dimenticare particolari, che per quanto irrilevanti, potevano rivelarsi utili in un secondo tempo. Aprì il diario di Marco e fin dalle prime righe capì di non essere il destinatario. Era per me. Lesse alcune parti, saltando da pagina a pagina. Alle indagini non serviva. Però, decise di non darmelo subito. Lo sistemò nella sua biblioteca fra altri volumi.
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